COME USCIRNE?

Dal primo giorno in cui si raccolsero in tribù ad oggi che si uniscono e dividono in nazioni, gli individui hanno provato e sopportato tutte le forme d’oppressione, si sono sottoposti a tutti i sistemi di schiavitù, hanno servito tutti i tiranni, hanno curvato il collo sotto il giogo di tutte le leggi.
Quando una tirannia era troppo pesante, l’hanno sostituita — è vero — con un’altra; ma anche quando hanno giurato di combattere e morire per la libertà, tutto il loro affanno in verità è stato consumato per cambiar di dominanti.

Cos’hanno ottenuto? Il perpetuarsi della sofferenza, della miseria, d’ogni tormento, d’ogni angustia.
Passando da un padrone all’altro, da un sistema all’altro di sfruttamento, gli individui sono restati sempre i poveri che vendono la propria fatica ad un’impresa, ad una società, oppure allo Stato, ricevendone per compenso lo stretto necessario, costretti alla fame quando il produrre ancora, per chi specula sulla loro fatica, dovrebbe significare un avvilimento della merce prodotta. I cittadini, affidando ad un patriarca, ad un capo, ad un consiglio, a delegati, a un dittatore, la facoltà di regolare il cosiddetto vivere civile nel suo complesso, sono restati sempre i sudditi dei quali si controllano movimenti e pensieri ed ai quali possono essere imposte tutte le taglie, compresa quella del sangue.
E gli individui lavoratori e cittadini, dopo secoli e secoli di esperienze dolorose, di schiavitù che si succedono, sono sempre allo stesso punto, torturati cioè sempre dallo stesso bisogno di pace, di giustizia, di libertà.
E fra quelli che non sfiduciati non si abbandonano al fato accettando ancora il fatto compiuto, i più si affannano a ripassare per strade già battute, gli altri a tentare non vie nuove, ma costruzioni diverse dalle esistenti, però riedificate con vecchi materiali; poggiando l’asse della nuova costruzione sempre su una base d’autorità.
E da questa eterna e vana fatica che ricorda quella di Sisifo, risulta uno stato di scetticismo e nello stesso tempo di disperazione che avvelena le sorgenti della vita, che imbestialisce l’uomo e lo rende un servo avido o un dominatore spietato. Mentre la vecchia storia si ripete...
Pure sono tanti che anche affaticandosi vanamente guardano ansiosi per indagare se un’altra via effettivamente esiste. È a questi tanti che qui ci rivolgiamo. Essi dicono e chiedono: come uscire da questo stato di cose che si rinnova nella sostanza anche quando si trasforma nei suoi aspetti?

Come?
Dando un calcio a tutto il passato, anche se questo si maschera di presente e magari di futuro.
Il passato non è forse l’autorità, il privilegio, il dogma, la regola fissa, la legge unica, i pochi che comandano,
i molti che obbediscono, la disuguaglianza stabilita da Dio?
Tutto quanto è nel passato e del passato modella il presente e plasma il futuro non ha pesato ieri, non pesa oggi, non peserà domani su di voi?
E allora, perché insistere in questa pazzesca corsa, dentro un circolo chiuso dal ferro spinato, per ripassare per dove già si è passati, per ricadere sotto la stessa croce, non tre volte, ma cento, mille volte e sugli stessi sassi; anche se a frustarvi le reni non sono più i servi di Caifa o i legionari di Roma; anche se l’aguzzino è un gendarme repubblicano che si gargarizza tutte le mattine colla libertà, l’eguaglianza e la fraternità?
Usciamo da questo circolo, spezziamo questo cerchio.
Fuori... oltre... al di là...
— Ma quello che voi proponete è un salto nel buio.
Perché nel buio? Siete voi forse oggi nella luce?
— Ma che troveremo noi di là?...
Cosa vi troverete? Ah! Infingardi degni di tutte le schiavitù! Ecco, voi vorreste che noi vi presentassimo là, oltre il cerchio, un mondo già fatto; una nuova città già costruita, con regole già stabilite e granai già colmi?... Ebbene, niente di ciò. Noi non vi prospettiamo, fuori di quel cerchio, che la possibilità e la libertà di formarvi una nuova vita, una nuova esistenza, così come la sognate nell’ora dello sconforto, della pena, della sofferenza. Non volete forse la giustizia, la pace e la libertà? Ora queste cose nessuno può darvele; solo voi potete averle.
La città ideale non può che essere costruita da quelli che vorrebbero abitarla.
E se ci chiederete dei pareri, ve li daremo volentieri...
Se ci chiederete invece delle norme e dei piani, ve li rifiuteremo.
L’Anarchia spalanca le porte a tutte le esperienze.
Pronta a rivoltarsi per chiuderle contro ogni nuova possibilità di tirannia.

TEMPI DURI PER I TROPPO...

Già nel XVI secolo i poveri, coloro che non possedevano nulla e non avevano lavoro, venivano perseguitati con tutti i mezzi. C’è chi li faceva frustare e imprigionare, chi li cedeva come schiavi a chiunque li denunciasse, chi li faceva marchiare a fuoco, chi li spediva direttamente sul patibolo. Invece oggi, a secoli di distanza, ora che le moderne democrazie hanno sostituito le antiche monarchie, che trattamento ricevono i poveri nel «migliore dei mondi possibili» in cui viviamo?

Che ci si trovi nel freddo nord o nel caldo sud, sotto una giunta di destra o di sinistra, la risposta è pressoché univoca: il pugno di ferro. Appena si sono visti appuntare sul petto la stella di sceriffo, i sindaci di tutta Italia si sono lanciati in una sfrenata gara di arroganza e prepotenza nei confronti dei più deboli. C’è chi multa i lavavetri e chi allontana gli zingari, chi denuncia i posteggiatori abusivi e chi se la prende coi venditori ambulanti, chi mette taglie sugli immigrati clandestini e chi vieta la questua nei pressi delle chiese. In certe città chi ha lo stomaco vuoto non può rovistare nella spazzatura, in altre chi è senza un tetto non può dormire sulle panchine. Intanto il Parlamento, covo di quella famigerata «casta» che nuota nel lusso e nello sfarzo, ha approvato qualche mese fa una legge che prevede fino a 4 anni di carcere per i rei di «accattonaggio». Evidentemente, la fame e l’indifferenza sono troppo poco…

I poveri sono superflui, irritanti e disdicevoli. Non producono niente, consumano poco e non hanno risparmi. Sono utili solo come spettro da agitare davanti agli spettatori per distogliere l’attenzione, per seminare il panico, per giustificare draconiane misure. Basta trasformarli in parassiti pericolosi da sterminare. Se le condizioni sociali vanno deteriorandosi sempre più, se il pianeta si trova sull’orlo del collasso ecologico, se l’umanità è dilaniata da guerre permanenti, se la vita stessa perde ogni fascino ed incanto, a chi va attribuita la responsabilità? A loro, non certo a banchieri speculatori, a imprenditori sfruttatori o a politici oppressori.

Ci vuol poco per sentirsi al riparo da questa riprovazione: una parabola satellitare con cui guardare le partite di calcio, una casa di proprietà che permetta di risparmiare sull’affitto, un posto di lavoro che assicuri quotidianamente un pasto caldo. Laddove tutto ciò manchi, ci si può sempre aggrappare alla nazionalità. Se il ricco biasima il povero, il povero indigeno biasima il povero straniero. Imposta o subita, la miseria sociale ha bisogno di un capro espiatorio. Negli anni trenta c’erano gli ebrei, oggi ci sono i nomadi (a cui — non a caso — si bruciano i campi), oppure gli immigrati clandestini (che — non a caso — vengono rinchiusi in lager). Ed ecco come chi ha comunque poco o niente si rende disponibile a linciare chi non ha assolutamente nulla, a partecipare alla guerra più infame che ci possa essere: quella fra poveri, la stessa che ha spinto alcuni inquilini di case popolari a denunciare chi — stanco di mendicare — si era deciso ad occupare un alloggio vuoto, la stessa che ha armato i due ambulanti che hanno ucciso chi — stanco di digiunare — aveva osato allungare la mano sulle loro briciole.

La guerra ai poveri (con tutte le sue conseguenze) è solo uno degli aspetti della Soluzione Finale Moderna in corso: l’eliminazione di quanto risulta fuori-posto in un mondo pensato e costruito per ospitare solo centri commerciali e banche, industrie ed uffici, chiese e caserme. Con le loro ordinanze i sindaci stanno trasformando le città, un tempo spazi sociali dove chiunque poteva vivere, in luoghi aperti solo ad umanoidi impegnati a funzionare. Ad essere messi al bando non sono solo i poveri, ma anche ogni atteggiamento umano non previsto dai manuali d’uso.

RIPARLIAMONE

Credevamo che non ne avremmo più sentito parlare. Dopo tutto, a questo servono le consultazioni popolari. O no? Sì, forse ci eravamo illusi che il tempo delle ipotesi sul nucleare fosse definitivamente concluso. Da Cheliabinsk (1957) a Tokaimura (1999), passando per Three Mile Island (1979) e Chernobyl (1986), i fatti avevano parlato. L’industria nucleare è l’esempio più estremo delle disastrose conseguenze provocate dallo sviluppo della scienza, ormai sottoposta esclusivamente agli imperativi della politica e dell’economia, con una totale noncuranza per la vita. Le catastrofi che accompagnano la sua storia ne dimostrano l’assoluta nocività, e smentiscono tutte le assicurazioni fornite sul conto della sua “sicurezza”. Non esiste, non può esistere un nucleare sicuro, pulito, immune da scorie tossiche e da rischi di guasti o di errori. Chi decanta le meraviglie dei reattori di terza o quarta generazione, chi esalta la fusione nucleare perché “più sicura” della fissione, mente sapendo di mentire; sa che le sue parole potranno essere prese per buone solo fino al prossimo incidente. E allora, com’è possibile che qui in Italia si torni a progettare l’utilizzo dell’energia dell’atomo?

Cominciamo col dire che il nucleare è riuscito in un’impresa mai realizzata da nessun tiranno: imporre il proprio dominio almeno per 24.000 anni (è il periodo medio di durata del plutonio 239). Il futuro dell’umanità, ammesso che ne abbia uno, non potrà comunque fare a meno di questo regalo avvelenato. Il nucleare rivela e riassume così un fenomeno senza precedenti nei processi di distruzione della vita. Mai l’esistenza del pianeta era stata rimessa in discussione in una simile fuga in avanti dello sviluppo scientifico. Il nucleare è incontrollabile, irreversibile, irreparabile. Esso segna il punto di non ritorno, quello superato il quale non si può più invertire la rotta. Per la prima volta nella sua storia l’uomo non si è limitato ad usare la materia, a modellarla, ma è entrato dentro la materia. Come un Dio che pretende obbedienza, fedeltà ed ammirazione.
Il nucleare quindi non è più una opzione, una scelta tecnica che si può fare o non fare: è una realtà già (radio)attiva, diffusa, dominante. Alla sua onnipresenza, qui in Italia, manca solo visibilità. È quel che oggi stanno cercando di imporre i suoi sostenitori, la costruzione di nuove centrali atomiche sul nostro territorio per rendere solidamente concreto qualcosa che è già presente nell’aria. Se non si può tornare indietro, tanto vale andare avanti. Per riuscire in questo intento, la lobby nuclearista ha aperto il fuoco delle sue batterie mediatiche. Politici, scienziati e amministratori si stanno attivando per contaminare ogni intelligenza. In fondo è inutile opporsi alle centrali atomiche qui in Italia, considerato che ce ne sono un buon numero appena fuori dai confini. Dopo tutto non si può continuare a dipendere dagli approvvigionamenti di biogas russo. In fin dei conti è meglio correre ai ripari, ora che le riserve di petrolio sono in via di esaurimento. Siamo onesti, nessuno vuole patire il freddo e rinunciare ai comfort della vita moderna... Non vi suonano familiari queste argomentazioni? Sono patetiche e rinunciatarie come coloro a cui sono destinate. Ecco perché c’è chi nutre ottime speranze sul loro successo.

E nonostante i continui incidenti abbiano dimostrato, non una, ma cento volte l’impossibilità di gestire il nucleare, i governi non cessano per questo di esercitare il loro ricatto sulla necessità energetica ed economica delle centrali atomiche e di presentare tutti coloro che vi si oppongono come utopisti ed irresponsabili. Servirebbe a qualcosa ricordare a chi ci accusa di voler tornare all’età della pietra, che il paleolitico è stato l’inizio dell’umanità, mentre il nucleare rischia di segnarne la fine? No, sarebbe del tutto inutile. Il nucleare è il frutto di quella Ragione di Stato che oggi vede nella tutela dell’ambiente un intralcio all’industria, arrivando a dichiarare folli le preoccupazioni ambientali circa la salute del pianeta. È la stessa Ragione che indica come esempio da seguire quelle centrali francesi che proprio in questo ultimo periodo stanno registrando incidenti a catena. Il Re è nudo come un verme, ma non se ne vergogna affatto. Nella sua tronfia arroganza, è certo che nessuno abbia più gli occhi per guardarlo, che nessuno abbia più la voce per metterlo alla berlina.

Il nucleare non è una questione energetica, è una questione politica. Dal punto di vista strettamente energetico, i suoi costi sono talmente alti, i suoi rischi talmente enormi, da sconsigliarne la produzione. Ma dal punto di vista politico, il nucleare è il più formidabile strumento di dominio mai esistito. Qual è infatti la conseguenza pratica e immediata dell’aver reso possibile un annientamento generale dell’umanità? Quella di paralizzare la nostra capacità di immaginazione, quella di trasformare la rabbia in panico, quella di farci aggrappare con le unghie e con i denti ad una realtà detestabile ma di cui siamo ormai diventati ostaggio. Lo Stato vuole a tutti i costi ricorrere al nucleare perché, attraverso la sua applicazione, intende rendere pervasiva ed eterna la sua presenza mettendo a tacere ogni possibile contestazione.

Facciamo qualche esempio. L’argomento della complessità della questione nucleare serve a togliere la parola ad una eventuale critica, dichiarata incapace di valutare con cognizione di causa i termini del problema, lasciando così la decisione finale in balìa degli esperti sul libro-paga dei vari ministeri interessati. Gli imperativi di sicurezza servono da pretesto alle autorità per mantenere il segreto su gran parte delle proprie attività in materia e per imporre il rispetto di questo segreto a tutti gli interessati. Tenuto conto che solo pochi anni fa una intera regione è insorta contro un previsto deposito di scorie, tenuto conto che nell’aprile 2007 uno dei sondaggi tanto apprezzati dal Palazzo dava all’80% i pareri contrari all’energia atomica, non è difficile capire i motivi che hanno spinto lo scorso maggio il governo ad estendere il “segreto di Stato” al nucleare.

Per evitare nuove mobilitazioni di protesta, meditano di ricorrere alla tattica del fatto compiuto. Ciò porrebbe gli individui in una situazione di notevole impotenza e soggezione. Dopo aver imposto le centrali atomiche e i relativi luoghi di produzione e di stoccaggio, lo Stato rimarrebbe la sola forza con i requisiti ed i mezzi — se non per impedire — almeno per contrastare i loro capricci e limitarne i danni. Ad esso quindi spetterebbe il compito di vegliare sulla sicurezza di quei luoghi, senza che qualcuno possa minimamente discutere le decisioni prese.

In questo modo lo Stato nucleare, dopo aver spinto forzatamente l’umanità sull’orlo del baratro, ha la pretesa d’essere il solo rifugio sicuro, il solo in grado di fronteggiare i pericoli di cui esso stesso è la causa. In caso di catastrofe, cosa si potrebbe mai fare? Chi avrebbe gli strumenti per intervenire? Ogni reazione spontanea di solidarietà e di riflessione critica verrebbe ridotta in anticipo a partecipazione civica ad un processo di cui lo Stato resta il padrone assoluto. Dunque l’installazione di centrali nucleari serve principalmente a rafforzare il controllo statale sulla società e ad incrementare l’asservimento degli individui.
È fatale: qualsiasi forma di realismo ha le mani legate contro il nucleare. Se il problema è quello di far funzionare giorno e notte le industrie e tenere accesi miliardi di elettrodomestici, la soluzione più adeguata non può che essere il nucleare. Investimento per investimento, perché perdere tempo con fonti rinnovabili pulite che possono al massimo dare una boccata d’aria a un mondo il cui modello di sviluppo incita ad una frenetica espansione? È infatti ovvio che il fabbisogno energetico dipende dalla struttura della società, cioè dalla sua forma di organizzazione, dal suo modo di vivere. Una civiltà come la nostra — capace di insanguinare il pianeta con le sue guerre, di circondarsi di oggetti inutili fino a restare sommersa da rifiuti che non sa dove mettere, di nutrirsi con alimenti geneticamente modificati — ha nel nucleare l’energia che si merita.

A meno d’essere degli ambientalisti decerebrati, come chi sostiene la panacea del blocco domenicale delle auto per risolvere l’inquinamento atmosferico, è evidente che la lotta contro il nucleare verrebbe banalizzata se assumesse i tratti di una opposizione ad una scelta tecnica sbagliata. Se il nostro obiettivo fosse solo quello di trovare un modo per alimentare il mondo in cui (sopra)viviamo, forse potremmo perfino partecipare alla girandola del dettaglio tecnico volta a dimostrare che il ricorso al nucleare non è una scelta obbligata. Ma se viceversa siamo determinati a fermare gli apprendisti stregoni che giocano con l’atomo, se intendiamo ostacolare l’esercito di sorveglianti che si apprestano ad ingrossare, allora dobbiamo avere la consapevolezza di cosa questo comporti: il rifiuto della civiltà industriale e mercantile, della sua organizzazione, dei suoi valori, del suo stile di vita.

È facile prevedere, oltre che auspicare, che l’imminente costruzione delle ennesime “cattedrali nel deserto” aprirà un nuovo ciclo di lotte antinucleari. È altresì prevedibile che queste lotte attireranno stormi di avvoltoi verdi&rossi, desiderosi di mettersi in mostra per risalire sullo scranno perduto dove erano soliti appollaiarsi e prosperare. Verranno convocate assemblee di cittadini, organizzate carovane e allestiti presidi di protesta, saranno preparati dossier controinformativi illuminati dalla chiarezza delle cifre, verranno dati spazio e voce ad esperti alternativi contrapposti a quelli istituzionali. Tutte iniziative meritevoli, inutile dirlo, giacché non si può disconoscere l’importanza di allargare il più possibile la partecipazione a questa lotta, di possedere informazioni precise e corrette, di saper controbattere colpo su colpo quanto viene contrabbandato come necessità oggettiva. Ciò detto, è fondamentale anche qualcos’altro, soprattutto per chi come noi ha ben altre aspirazioni: cautelarsi contro chi (e sarà la maggioranza) cercherà di spostare la questione nucleare sul terreno tecnico della mancata legittimità democratica e della effettiva convenienza energetica/economica.

Come si diceva una volta, No Nuke non è abbastanza. Chi non intende apportare un’ulteriore sfumatura ad un sinistro arcobaleno peraltro ormai sbiadito, è bene che non se lo dimentichi e che coltivi fin da subito la propria differenza, la propria unicità, la propria autonomia. Che sappia caratterizzarsi per un pensiero ricco e articolato, privo il più possibile di ancore ideologiche ma anche di leggiadrie opportunistiche, per cui i dati tecnici (facilmente neutralizzabili da perizie discordanti) rimangano in secondo piano e facciano da umile contorno al piatto principale. Che sappia distinguersi per una metodologia antipolitica, più interessata a trasformare le masse in individui consapevoli che gli individui in masse da organizzare, e che quindi cerchi di decentralizzare gli obiettivi senza focalizzarli in un unico punto. Che sappia rispettare le attitudini di ciascuno, di chi ama la compagnia come di chi preferisce la solitudine, di chi va a riscaldarsi alla luce del sole come di chi esce a rinfrescarsi al calar della notte. Se il nucleare è già dappertutto, dappertutto può svilupparsi anche la sua opposizione. Lasciamo ad altri le battaglie democratiche, la ricerca del consenso, l’apologia delle fonti rinnovabili. Non fa per noi. Mica ci interessa rifornire di energia pulita questo mondo. Noi vogliamo mandarlo in rovina, definitivamente, prima che ci seppellisca con le sue scorie, i suoi ordini, i suoi fumi, le sue leggi, i suoi detriti, le sue morali, i suoi veleni, le sue politiche. Come diceva un vecchio scienziato anarchico: «È una macchina, vivente è vero, ma composta da rotelle umane; cammina davanti a sé, come animata da una forza cieca. Per fermarla non ci vorrà niente meno che la forza collettiva e insormontabile di una rivoluzione».

SETTORE ENERGIA NUCLEARE

Reattori nucleari di potenza
Strumenti elettrici ed elettronici di misura e controllo per l’ingegneria nucleare
Consulenza tecnica per energia nucleare
Combustibili nucleari, isotopi, composti e relative attrezzature
Impianti ed attrezzature per l’ingegneria nucleare

  • ANSALDO ENERGIA SpA - Genova
  • ABB POWER TECHNOLOGIES SpA - Legnano (MI)
  • DOLLI CESARE - Vercurago (LC)
  • MIDIS SpA - San Donato Milanese (MI)
  • STF SpA - Magenta (MI)
  • EATA EQUIPAGGIAMENTI Srl - Busto Arsizio (VA)
  • TECNOPLAN Srl (Engineering Consulting Office) - Milano
  • FORMULA FB Sas (Engineering Consulting Office) - Genova
  • MIGEN SpA - Marghera (VE)
  • FBM – HUDSON ITALIANA SpA - Terno D’Isola (BG)
  • ERGON STUDIO ASSOCIATO - Verona
  • TEAM Srl (Tecnologia Energia Ambiente Materiali) - Ispra (VA)
  • C.M.R. Srl (Costruzioni Metallurgiche Riunite) - Villorba (TV)
  • TEMA SINERGIE Srl - Faenza (RA)
  • TNE Srl - Cassina de’ Pecchi (MI)
  • TSE Srl - Barberino Val d’Elsa (FI)
  • SICURMAX Snc - Bovolone (VR)
  • ORIONE Srl (di Bistulfi) - Milano
  • EURTRONIK STUDIOERRE Srl - Castel Maggiore (BO)
  • ITECO TRADING Srl - Giaveno (TO)
  • EADS TEST & SERVICES Srl - Cinisello Balsamo (MI)
  • CIME SpA - Cinisello Baslamo (MI)
  • TEKTRONIX SpA - Vimodrone (MI)
  • AM INSTRUMENTS Srl - Cesano Maderno (MI)
  • INVENSYS SISTEMS ITALIA SpA - Sesto San Giovanni (MI)
  • OFFICINA MECCANICA G. BARBERI (di Barberi Carlo & C) - Sesto Calende (VA)
  • ITAL ELETTRONICA SpA - Roma
  • COMECER Srl - Castel Bolognese (RA)
  • PRO.CO.M. Srl (Progettazione Costruzione Montaggi)- Aci Sant’Antonio (CT)
  • ZETA 3 Srl - Villa San Giovanni (RC)
  • SITI Srl - Cisterna di Latina (LT)
  • ITECO Srl - Castel Bolognese (RA)
  • SIDER PIOMBINO SpA - Piombino (LI)
  • SIMONAZZI ARNALDO - Reggio Emilia
  • TECNEL SYSTEM SpA - Milano
  • CACCIARI IMPIANTI Srl - San Lazzaro di Savena (BO)
  • D. MARCHIORI Srl - Aprilia (LT)
  • SPIC SpA - Roma
  • AK FILTROZELLA SUCC. AK FILTRATION SrL - S. Maurizio Canavese (TO)
  • MIBA Srl - Orbassano (TO)
  • RENZI ALBERTO - Tronzano Vercellese (VC)
  • RU.CA. Srl - Bari
  • B.G. BROKER GAS Srl - Milano
  • G.I.P.E. SRL - Esine (BS)
  • GRANZIERO Srl - Albignasego (PD)
  • IDEAS FOR BUSINESS Srl - Percoto (UD)
  • ISNA (Istituto di Studi Nucleari per l’Agricoltura)- Roma
  • ITAL ELETTRONICA Srl - Roma
  • LPE SpA - Fraz. Ospiate–Bollate (MI)
  • SAES GETTERS SpA - Lainate (MI)
  • SICILIANA ENERGIE RINNOVABILI SpA - Palermo
  • SINCROTRONE TRIESTE soc.consort.p.A. - Basovizza (TS)
  • VCC ENERGIA Srl - Aielli (AQ)

A CHE PUNTO SIAMO?

  • Il reattore nucleare CESNEF di Milano è destinato ad attività di ricerca. Attualmente in funzione, vi sono stoccate poche decine di m3 di materiale radioattivo e qualche elemento di combustibile irraggiato.
  • Il reattore nucleare RB-3 di Montecuccolino (BO) è destinato ad attività di ricerca. In fase di disattivazione. Gestione ENEA.
  • Il reattore nucleare LENA dell’università di Pavia è destinato ad attività di ricerca. Attualmente in funzione, vi sono stoccate poche decine di m3 di materiale radioattivo e qualche elemento di combustibile irraggiato.
  • Il reattore nucleare del centro CISAM di Pisa è destinato ad attività di ricerca militare. Fino a qualche anno fa era in fase di disattivazione. Vi sono stoccati pochi m3 di rifiuti radioattivi e pochi elementi di combustibile irraggiato.
  • Il reattore nucleare BWR di Caorso (PC) era originariamente destinato alla produzione di energia elettrica. Venne arrestato nel 1988 a seguito dell’esito del referendum contro il nucleare in Italia. Attualmente è disattivato. Vi sono stoccati 1.880 m3 di rifiuti radioattivi e 1032 elementi di combustibile irraggiato (187 tonnellate). Gestione SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari, costituita nel 1999 dall’Enel e poi diventata società statale).
  • L’impianto SM-1 di Legnano (MI) è destinato alla ricerca universitaria. Attualmente in esercizio, vi sono stoccate poche decine di m3 di rifiuti radioattivi e qualche decina di elementi di combustibile irraggiato.
  • Il reattore nucleare BWR del Garigliano (Sessa Aurunca - CE) era originariamente destinato alla produzione di energia elettrica. Venne fermato nel 1978 per problemi di varia natura ed è attualmente disattivato. Vi sono stoccati circa 2.200 m3 di scorie radioattive. Gestione SOGIN.
  • L’impianto ITREC di Trisaia-Rotondella (MT) era originariamente destinato come impianto pilota del ciclo U-Th, l’attività fu arrestata nel 1978. Attualmente è gestito dalla SOGIN e utilizzato come “gestione rifiuti radioattivi” e vi sono stoccati circa 2.700 m3 di scorie e soprattutto 64 elementi di combustibile irraggiato (1,7 tonnellate) provenienti da una centrale nucleare Usa.
  • Il centro deposito della Casaccia (Roma) ha diverse attività:
    - L’impianto di trattamento e deposito di rifiuti radioattivi della Casaccia è destinato a stoccare solo rifiuti a bassa radioattività. Attualmente è in esercizio e vi sono stoccati circa 6.300 m3 di rifiuti. Ex gestione ENEA-NUCLECO.
    - L’impianto Plutonio della Casaccia era invece un impianto pilota per la fabbricazione del combustibile plutonio. Attualmente la produzione è arrestata, l’attività è stata destinata alla gestione dei rifiuti radioattivi. Vi sono stoccati 60 m3 di rifiuti e 4Pk Pu di combustibile irraggiato.
    - L’impianto OPEC 1 della Casaccia era prima utilizzato per le celle calde per esami post irraggiamento. L’attività venne arrestata e la struttura è oggi destinata allo stoccaggio di rifiuti nucleari e di 100 kg di combustibile irraggiato.
    - Il reattore nucleare TRIGA della Casaccia è destinato ad attività di ricerca. È attualmente in esercizio. Vi sono stoccati 147 elementi di combustibile irraggiato.
    - Il reattore nucleare TAPIRO della Casaccia è destinato ad attività di ricerca. È attualmente in esercizio.
    Tutti gli impianti della Casaccia sono gestiti dalla SOGIN.
  • L’impianto nucleare FN di Bosco Marengo (AL) era destinato alla fabbricazione di combustibile per reattori LWR. In fase di disattivazione. Vi sono stoccati circa 250 m3 di rifiuti radioattivi. Gestione ex FN-Fabbricazioni Nucleari (fondata da Ansaldo/General Electric, nel 1996 di proprietà Enea, Fiat Partecipazioni e Ansaldo Energia), dal 2005 affidata alla SOGIN.
  • Il reattore nucleare GCR di Borgo Sabotino - Latina era originariamente destinato alla produzione di energia elettrica. Venne fermato nel 1986 ed è attualmente disattivato. Vi sono stoccati circa 1200 m3 di scorie radioattive. Gestione SOGIN.
  • Il deposito nucleare di Saluggia-Avogadro (VC), originariamente destinato come deposito di combustibile irraggiato ENEL, attualmente è destinato allo stoccaggio di materiale radioattivo. Vi sono stoccati 25 m3 di rifiuti radioattivi e 371 elementi di combustibile irraggiato (80 tonnellate). Ex-gestione FIAT-AVIO, oggi SOGIN.
  • L’impianto nucleare EUREX di Saluggia-Avogadro era destinato al ritrattamento del materiale radioattivo. La sua attività venne arrestata nel 1983. Attualmente è utilizzato come deposito di rifiuti radioattivi. Vi sono stoccati 1.600 m3 di rifiuti radioattivi e 53 elementi di combustibile irraggiato (2 tonnellate). Gestione SOGIN.
  • Gli impianti del centro nucleare CCR-ISPRA (VA) comprendono:
    - reattore nucleare di ricerca Ispra 1, attualmente in fase di disattivazione.
    - reattore nucleare di ricerca ESSOR, attualmente in fase di disattivazione.
    - deposito di materiale radioattivo, in esercizio.
    - laboratorio Perla per la misurazione di Uranio e Plutonio.
    - laboratorio Ethel per la ricerca handling Trizio.
    Vi sono stoccati complessivamente 3.000 m3 di materiale radioattivo ed alcune decine di elementi di combustibile irraggiato. Gestione CCR-ISPRA.
  • Il reattore nucleare PWR “Enrico Fermi” di Trino Vercellese (VC) era originariamente destinato alla produzione di energia elettrica. Venne arrestato nel 1987 a seguito dell’esito referendario contro l’uso dell’energia nucleare in Italia. Attualmente vi sono stoccati 780 m3 di scorie radioattive e 47 elementi di combustibile irraggiato (14,3 tonnellate). Gestione SOGIN.
  • Depositi nucleari destinati alla raccolta di materiale a bassa radioattività e sorgenti radioattive dimesse provenienti per lo più da impieghi medici e industriali: si tratta dei depositi di Compoverde (MI), della Controlsonic (AL) con 1000 m3 stoccati, del CRAD (UD) con 1000 m3 stoccati, di Gammatom (CO) con 1000 m3 stoccati, della Protex (FO), della Sorin (VC) con 1000 m3 stoccati e del Cemerad (TA). Complessivamente il volume dei rifiuti conservati ammonta a circa 5.600 tonnellate.
Un buon numero di centrali straniere sono a un passo da casa nostra ed è come se fossero praticamente nel territorio italiano, ai fini delle conseguenze di un incidente rilevante sulla popolazione e sugli ecosistemi naturali.
Le centrali a meno di 200 km dai nostri confini sono quelle di: Phoenix, Tricastin, Cruas, Saint-Alban, Bugey, Romans-sur-Isère, Fessenheim in Francia; Muenleberg, Goesgen, Beznau e Leibstadt in Svizzera; Grundemmingen, Kruemmel e Isar in Germania; Krsko in Slovenia.
Altre centrali nucleari dell’Est europeo, più lontane, di cui una quindicina del tutto simili all’impianto di Chernobyl.
•••
Nell’ambito di un programma di partnership che la società Edison (amm. del. Umberto Quadrino) sta finalizzando con i principali Atenei Italiani attivi nelle discipline nucleari, in data 23 luglio 2008 l’Edison e l’ Università di Bologna hanno firmato un Protocollo di Intesa per lo sviluppo di attività formative e di ricerca nel settore del nucleare energetico. Fra le prime iniziative definite verrà avviato con inizio nel mese di gennaio 2009 il Master Universitario di secondo livello in “Progettazione e gestione di sistemi nucleari avanzati”.

E DICO NO!

Io dico NO ai miasmi e ai marasmi, a tutto ciò che striscia e scivola e si decompone. Io dico NO alle parole di burro con tutti gli onori, premi dei premi, a medaglie, a promozioni, a nomenclature, a carriere diverse e di sabbia. Dico NO alle sfide e disfide e ai sub-acci all’aria condizionata. Dico NO agli istrionici grossi piedi di porco, agli archivolti, a culi e portali, a giarrettiere femminili e maschili e a collant integrali. E dico NO all’ingrosso, al dettaglio, alle tariffe, ai clienti, al debito, al credito, alle fatture e allo sconto. Dico NO agli affari fruttuosi, al lugubre, alla feccia. Niente denaro, niente sangue.

Io dico NO a tutto ciò che si sottrae clandestinamente alla follia naturale. Dico NO alla serie, allo strutto e alla panna, al vischio e al lardo, all’ano e agli scoli-escrementi e alle carneficine di animali innocenti. Dico NO al cortile, all’Alta Corte, ai bombici, alle bombature. Dico NO ai concubinati e ai matrimoni, alle leggi contro i trigami, agli adulteri in babbucce, con mutandine troppo strette per donne incinta.

Dico NO agli sguardi sfuggenti e alle bocche suggenti.

Dico NO alle strategie amorose, alle ogive nucleari, ai missili e ai razzi mortuari.

Dico NO ai duplicati. Io dico NO allo Stato.

La cultura o la lordura? Sono contro. Dico NO alle manie cerebrali, alle facce girate, ai fiumi prosciugati. Dico NO agli scorticatori, ai procuratori, ai professori, ai computer, ai musei e alle greppie.

E c’è un Sì per il NO. C’è poesia e poesia. C’è acqua minerale e acqua minerale. Ci sono cerimonie. C’è tutto l’armamentario. C’è la puzza di bruciato. C’è la follia.

Poeta maledetto per il mondo, cammino su questa terra, sulla mia terra, umiliata, storpiata, condannata, e le mie gambe tremano di paura.

BASTA UNA CONTESTAZIONE NON-VIOLENTA?

Il tradimento
Il livello pre-rivoluzionario della nostra lotta contro i preparativi di annientamento totale, quello che consiste in atti simulati, sentimentali e simbolici, appartiene oramai al passato. Andare oltre questo livello di violenza, o piuttosto di non-violenza, è certo in contraddizione con quei princìpi e tabù cui ci siamo sempre attenuti — quanto meno io da parte mia non ho mai cessato di farlo — fin dalla Prima Guerra mondiale, e che a dire il vero considero inviolabili; il che mi mette d’altronde in una condizione che non ho nessuna voglia di descrivere.
Ma quando uno dei padroni del mondo ritiene, com’è successo da poco, di divertire il proprio uditorio annunciando con un largo sorriso che sta per dare l’ordine di bombardare l’Unione Sovietica, e allorché il suo pubblico nell’udire questa sinistra burla gli si stringe con affetto come un sol uomo, è nostro dovere adottare un nuovo comportamento e bandire d’ora in avanti qualsiasi gentilezza e moderazione: perché non esiste pericolo più serio dell’assenza di serietà negli onnipotenti. Rimanere oggi misurati e ossequiosi sarebbe non solo dare prova di indifferenza ma anche un segno di viltà, significherebbe tradire le generazioni future. Contro i mostri minacciosi che, mentre le foreste scompaiono, assurgono al cielo per trasformare la terra in un inferno, una «resistenza non-violenta» non ha effetto alcuno; non è con discorsi e preghiere, né con scioperi della fame e tanto meno con adulazioni che li cacceremo. Tanto meno se c’è chi approva l’utilizzo di tali mostri e ne favorisce la disposizione, considerando la minima contraddizione che opponiamo loro — foss’anche la più legittima — o la minima resistenza — foss’anche la più simbolica — una forma di violenza.
No, dobbiamo attaccare fisicamente adesso e rendere sistematicamente inutilizzabili questi mostri che ci hanno invaso e che, minacciando di diffondere il caos o piuttosto di riportare la terra allo stato di caos primordiale, costituiscono una minaccia permanente per l’umanità e ci fanno piombare in uno stato di urgenza generalizzato.

Morale è ciò che è nuovo
Ma questo è ancora insufficiente. Questa stessa decisione potrebbe rivelarsi assurda — sì, assurda per modestia. Giacché troppo elevato è lo scarto fra l’enormità, o meglio la perfezione tecnica, degli apparati di distruzione (così come delle armi utilizzate dalla polizia per proteggerli) e la primitività (pensateci bene!) delle nostre armi: delle nostre seghe manuali, delle nostre cesoie, delle nostre chiavi. E se dico «pensateci!» è perché agli occhi degli uomini che detengono il potere e dispongono della violenza, la rozzezza di queste armi, già disonorevole, è talmente ridicola da diventare offensiva. In altre parole, essi credono che solo strumenti in grado di competere con i propri — solo armi tecnicamente più raffinate — siano degni d’essere presi sul serio. Qualsiasi cosa tecnicamente primitiva è per loro, da qualsiasi punto di vista (compreso quello etico), indegna d’essere presa in considerazione. Per questo motivo sono fermamente convinti che sia più morale spargere gas lacrimogeno nell’aria su centinaia di manifestanti piuttosto che lanciare volgari pietre afferrate da terra. Per loro, il modo più moderno di uccidere è anche il meno criticabile. Viceversa: essere feriti da una coltellata (e non da una bomba a neutroni ultimo grido) sarebbe davvero mediocre e infamante. Alla fine del secondo millennio si avrà pur il diritto di esigere di venir combattuti con armi più moderne di semplici pietre! «Moriamo, sì, ma moriamo moderni!».

Uccidere cose inanimate è sufficiente?
Tale è la disparità tecnica tra le considerevoli armi del nemico (comprese quelle altamente moderne della polizia che le protegge) e le armi utilizzate dai manifestanti per difendersi (che a malapena si possono definire «armi», si tratta per lo più di richieste d’aiuto sotto forma di oggetti), che è comprensibile il disfattismo di chi ritiene che lo scontro fisico sia semplicemente senza speranza. Di fatto, questo divario è paragonabile a quello esistente fra le armi da fuoco utilizzate dalle forze coloniali nel secolo scorso e le frecce di bambù con cui i congolesi tentarono disperatamente, ma invano, di opporre una qualche resistenza. La differenza tecnica aveva determinato l’esito del conflitto, a spese ovviamente di chi era inferiore tecnicamente. Allo stesso modo il nostro uso della violenza, rivolta esclusivamente contro oggetti inanimati, non sarebbe o non è più di un’azione simbolica a paragone con gli strumenti di cui dispone il nostro nemico e con la violenza che può esercitare. D’altronde, chissà che il mostruoso sviluppo della tecnica (che possiamo definire «rivoluzione», forse addirittura la più importante rivoluzione conosciuta dalla storia dell’umanità) non abbia ridotto a zero ogni possibilità di rivoluzione politica — il che costituirebbe ovviamente un’altra rivoluzione, un importante avvenimento storico, benché di segno negativo, dello stesso genere della scomparsa di tante specie.
Limitarsi ad attaccare e «uccidere» solo cose inanimate (questo è quanto gli indecisi si consentono di fare) è insufficiente e inefficace. E questo non solo perché questi attacchi riescono a malapena a scalfire il loro bersaglio. No, la ragione per cui è insufficiente e assurdo accontentarsi di danneggiare e distruggere cose inanimate (che hanno in sé la potenzialità di uccidere milioni di esseri umani), è che possono essere sostituite in ogni momento e senza alcuna difficoltà, come qualsiasi altro prodotto nell’èra della produzione di massa. La loro distruzione è quindi inutile. Inoltre, non riuscendo il consumo a seguire il ritmo dei bisogni della produzione in nessun ambito, i prodotti oggi sono troppi, il che li rende indistruttibili o — per dirla in modo solenne — immortali. Per questo minacciare di danneggiarli ha senso ed effetto solo se cerchiamo anche di spiegare alle persone coinvolte nella produzione, nell’attuazione e nell’eventuale loro uso, che il trattamento che finora abbiamo riservato soltanto ai loro prodotti (il verbo «infliggere» sarebbe qui fuori luogo) non è che un assaggio di quel che saremo costretti ad infliggere loro. Dato che loro ci terrorizzano costantemente, potrebbero ben ritrovarsi a propria volta costantemente impauriti e costretti senza tregua a stare in guardia — tutti, senza eccezione, e senza un ordine prestabilito. Affinché ai nostri figli e ai figli dei nostri figli sia finalmente garantita la sopravvivenza. E dico appositamente che siano finalmente garantiti e non che continuino ad esserlo.

Il tabù infranto
Non ho scritto queste ultime spaventose frasi alla leggera, come si formula una qualsiasi ipotesi, una opinione o una recriminazione. Poiché, nel corso degli anni che ci separano dalla guerra, il fatto che degli uomini possano uccidere altri uomini e possano anche prendervi un certo gusto non ha mai smesso di sbalordirmi. Fin da bambino non ho mai pronunciato il verbo «uccidere» senza una certa esitazione, come se il suono di questa parola fosse altrettanto micidiale dell’atto che indica.
Ecco perché scrivo e sono costretto a scrivere questa parola pieno di spavento e di incredulità, dato che per sopravvivere non esiste altro mezzo se non minacciare quelli che ci minacciano. Chi mi sta obbligando ad infrangere il tabù dell’omicidio può star certo che non riuscirò mai a perdonargliela.
Esigo ed ho il diritto di esigere che non mi si accusi di leggerezza se in conclusione ribadisco: se vogliamo assicurare la sopravvivenza della nostra generazione e quella delle generazioni future (una sopravvivenza che possiamo solo auspicare), non esiste alternativa; non c’è altro mezzo che quello di informare chiaramente chi persiste a mettere in pericolo la vita sulla terra attraverso l’uso dell’atomo — poco importa se a scopo «bellico» o «pacifico» — e continua a rifiutare sistematicamente ogni trattativa volta a porvi fine, che d’ora in avanti dovrà considerarsi un nostro bersaglio. È per questo che dichiaro, con dolore ma con determinazione, che non esiteremo a uccidere quegli individui che, per mancanza di immaginazione o di cuore, non esitano a mettere l’umanità in pericolo e a rendersi così colpevoli di crimini nei suoi confronti.

DISTRUTTORI DI MACCHINE?

  1. Credere, come hanno già fatto i nostri padri, che le macchine possano e debbano sostituirci e che il loro lavoro possa e debba sostituire il nostro, è del tutto obsoleto. Quando lavoriamo, di solito non lavoriamo «ancora» bensì «di nuovo»: di fatto sostituiamo le macchine. O perché nessuna macchina può farsene carico, oppure — e qui l’avverbio «ancora» è legittimo — perché le macchine che dovrebbero «di fatto» occuparsene, scandalosamente non sono state ancora inventate. Ragion per cui, noi rimpiazziamo macchine che ancora non esistono. Certo, la sostituzione che garantiamo è comunque penosa. Se gli strumenti che rimpiazziamo potessero osservare gli sforzi che facciamo per sostituirli, come si divertirebbero per il nostro maldestro tentativo. Dico «se» ed uso il condizionale giacché, ovviamente, in quanto strumenti non possono che compiacersi d’essere incapaci di divertirsi e anche d’essere incapaci di compiacersi per checchessia.
  2. Oggigiorno mi tocca tuttora leggere che io sarei un «reazionario distruttore di macchine». Si tratta del rimprovero più assurdo che mi si possa fare. Perché la mia lotta non mira ai modi di produzione, come avveniva nel diciannovesimo secolo, ma ai prodotti stessi. Ancora non ho proposto di produrre missili manualmente e in un ambito di lavoro a domicilio invece di produrli in fabbrica. Ciò che ho sempre proposto è che non si producano affatto dei missili.
  3. Dovremmo ricambiare in modo acconcio quelli che ci trattano come «distruttori di macchine», trattandoli come «distruttori di uomini».

SENZA COLPO FERIRE

La non-violenza? Gran bella idea, quella resa celebre molti anni fa da Gandhi! Da allora in tutto il mondo sono risuonate le sue parole, che parlano dell’orrore della violenza e della felicità che attende gli uomini non appena si decideranno ad addomesticare le proprie passioni. Siccome la dottrina proviene da una delle terre più povere del mondo; siccome udendola si ha davanti agli occhi l’immagine del sant’uomo che, per mettere in pratica le proprie convinzioni, si spogliò di tutto e visse in totale frugalità; siccome non si può dimenticare che il suo autore, a causa delle idee che professava, fu arrestato dalle truppe del colonialismo britannico; siccome è noto che egli morì tragicamente da martire della verità — non si può fare a meno di emozionarsi intimamente al suo pensiero.

La lacrime riempiono gli occhi, ma il disgusto sale alla gola. Ecco un politicante figlio di politicanti dedito all’intrigo e all’opportunismo. Ecco un vecchio ipocrita che, dopo essere stato interventista guerrafondaio quando viveva in Inghilterra, si trasforma in pacifista non appena fa ritorno in India. Ecco un mistico fanatico che bramava per il proprio paese «la supremazia religiosa del mondo». La teoria lanciata da questo pontefice di tutte le castrazioni è il riassunto delle sue dottrine avvelenate. Non uccidere! Niente spargimenti di sangue! Nessuna violenza! Il bene finirà per trionfare sul male. Vale a dire: soffrite, accettate tutto, rassegnatevi alla volontà divina, pregate per coloro che vi perseguitano...

I seguaci del Mahatma s’indigneranno. A loro dire la non-violenza è una vera e propria tattica di lotta che ha dato prova della sua efficacia, in India, all’epoca dell’indipendenza dal dominio britannico. Eccolo qua, il mito fondativo che amano sbandierare per rendere più appetibile la loro dieta di rassegnazione. Il loro braccio potrà anche non ricorrere alla forza, ma la loro lingua di certo non rifugge la menzogna. Come ogni brava leggenda, anche l’acclamata vittoria del pacifismo in India si fonda sulla manipolazione. Nessun conflitto sociale presenta un’uniformità di metodi, in ogni contesto convivono azioni non-violente e violente. È risaputo anche dai seguaci della non-violenza, che infatti sono costretti a cancellare dalla storia tutto ciò che mal si concilia coi loro precetti morali.

Volete sentire una favola? C’era una volta un paese estremamente povero, l’India, vessato dal colonialismo di Sua Maestà l’Inghilterra. Sebbene la sua popolazione subisse massacri e feroci repressioni, non amava ricorrere alla violenza poiché questa ripugnava alla sua indole sensibile. Sotto l’illuminata guida di Gandhi, essa preferì costruire un movimento non-violento di massa dedito ad azioni di protesta, di non-cooperazione, di boicottaggio, a scioperi della fame e ad atti di disobbedienza civile che finirono col mettere in crisi il dominio britannico. Alla fine il Bene vinse la sua battaglia contro il Male, e l’India conquistò senza colpo ferire la sua indipendenza.
Purtroppo la storia è assai meno nobile d’animo del mito. In realtà sono molti i fattori — fra cui anche le violente pressioni ricevute — che consigliarono al governo inglese di ritirarsi. L’Inghilterra non era più in grado di mantenere il controllo sulla sua colonia dopo le batoste riportate durante le due grandi guerre mondiali. Anche la lotta armata condotta sia da arabi che da ebrei in Palestina, dal 1945 al 1948, aveva contribuito ad indebolire l’Impero Britannico. E se gli echi di quella lotta fossero arrivati fino in India, cosa sarebbe successo? Ipotesi nient’affatto peregrina, se si considera che l’immagine non-violenta del movimento che si batté per l’indipendenza dell’India è del tutto selettiva e affetta da una certa parzialità. La non-violenza non fu prerogativa di tutti in India, l’opposizione al colonialismo inglese incluse anche l’azione armata. Ma i non-violenti preferiscono tacere questo aspetto, per poter meglio propagandare la leggenda che vuole Gandhi e i suoi seguaci come gli unici animatori della resistenza indiana. Nessuno di loro ricorderà Chandrasekhar Azad, che combatté a mano armata i colonizzatori inglesi, oppure Bhagat Singh, il rivoluzionario (e fiero ateo) che lottò per il «rovesciamento di entrambi i capitalismi, quello straniero e quello indiano» e le cui azioni di attacco contro strutture e uomini del dominio britannico gli valsero l’ammirazione e la simpatia di larghi strati della popolazione (catturato dagli inglesi, Singh venne impiccato senza che Gandhi muovesse un dito in suo favore, cosa che gli procurò numerose ed aspre critiche; ma non è anche così che si eliminano i concorrenti?). E se davvero gli indiani erano tutti fedeli alla morale non-violenta, come spiegare che Subhas Chandra Bose, il candidato dell’ala più “estremista” del movimento, venne eletto per due volte presidente del Congresso Nazionale Indiano, nel 1938 e nel 1939?
Insomma, se oggi la storia si premura di ricordare il solo Gandhi a scapito di tutti gli altri che si sono battuti contro l’Impero britannico, non è perché abbia rappresentato la voce unanime dell’India. Egli era semplicemente il più rappresentativo dal punto di vista occidentale, colui su cui era più conveniente puntare: ecco perché la stampa britannica gli prestò tanta attenzione e perché venne ammesso ai negoziati con il governo inglese. Meglio avere a che fare con un leader politico riformista e religioso che più volte aveva espresso “fedeltà” e benevolenza nei confronti del dominio inglese, piuttosto che con qualche pericolosa testa calda sovversiva.
A questo proposito va anche precisato che il movimento di liberazione in India non vinse affatto: gli inglesi non furono costretti a lasciare l’India. Caso mai, scelsero di modificare la forma di governo, passando da quella diretta a quella indiretta. Che razza di vittoria è quella che permette ai perdenti di dettare tempi e modi dell’ascesa dei vincitori? Gli inglesi vararono una nuova costituzione e trasferirono il potere sui propri successori scelti. Agitarono lo spettro del separatismo religioso ed etnico in modo da dividere l’India, le impedirono di acquisire prosperità e la resero dipendente dagli aiuti degli Stati occidentali. L’India è ancora sfruttata dalle multinazionali occidentali (sebbene diverse multinazionali indiane si siano unite al banchetto) e fornisce ancora risorse e mercati agli Stati occidentali. Sebbene l’India goda di maggiore autonomia in alcune aree, il che ha permesso ad un pugno di indiani di occupare posizioni di potere, sotto molti aspetti la povertà della sua popolazione non è diminuita e lo sfruttamento è diventato ancora più efficiente. Ciò non depone a favore della non-violenza, ma la sua utilità la si vede altrove e serve ben altri interessi. Nel Medioevo tutto ciò che era umano, e voleva durare, doveva accettare la livrea della fede; le scienze, le arti, la filosofia, erano tutte costrette ad indossare il cilicio. Oggi la fede, perduto l’antico prestigio, ricorre al travestimento umanitario. Finge di rinunciare ai dogmi per conservare solo la morale, lo spirito benefattore. Si copre con la maschera della devozione all’Umanità. La superstizione si camuffa in guida per la felicità terrestre.

Gandhi è stato utile come apripista. Dietro di lui si agitano un groviglio di personaggi sfuggiti ai seminari, vomitati da tutte le fognature, che predicano la passività e la rassegnazione. Dappertutto li si può sentir recitare le litanie della rinuncia e della pazienza. Si mescolano anche fra i ribelli, seminando lo scoraggiamento, incitando alla sfiducia, castrando le energie. Vengono a parlare di tolleranza. Ma non ci può essere tolleranza per il nemico. E nemico è anche colui che predica pazienza e rassegnazione, colui che si oppone all’uso della violenza. Nemico è anche chi sostiene che non bisogna attaccare e che bisogna attendere.
Attendere! L’operaio crepa bruciato vivo; attendete. La povertà costringe la donna a vendersi; attendete. Il bambino, fra il martello della famiglia e l’incudine della scuola, viene allevato al mestiere di bestia da soma; attendete. Il cibo con cui ci nutriamo è contaminato; attendete. L’aria che respiriamo è inquinata; attendete. Il territorio dove viviamo viene devastato; attendete. I ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri diventano sempre più poveri; attendete. I banchieri vengono soccorsi, i risparmiatori vengono truffati; attendete. Il politico ciarlatano prospera e ingrassa; attendete. Le guerre mietono vittime in tutto il mondo; attendete.
Attendere cosa? Dopo la spaventosa mistificazione del passato, cosa c’è da attendere? Ricordate le speranze che i continui passi avanti del progresso fecero nascere in molti? Tutte le chiacchiere sulla liberazione dalla schiavitù del lavoro, sul benessere infine disponibile per tutti, sulla parità e l’uguaglianza sociale... Anni e anni di miseria, di attesa vana, di disperazione. Guardate a che punto siamo oggi: all’imminente catastrofe del presente, alla terrificante assenza di futuro. E questo perché? Perché, anziché lasciare che la rabbia armasse i nostri cuori e le nostre braccia, si è preferito dare ascolto alle infamie della moderazione, della tolleranza, della non-violenza.
Attendere cosa? Non siamo forse divisi da un abisso, i poveri da una parte e i ricchi dall’altra? Tutti i poveri sanno che, se soffrono e crepano, è a causa dell’esistenza dei ricchi. Tutti i ricchi sanno che, se godono e gozzovigliano, è grazie alla mansuetudine dei poveri. Esiste un solo ricco che non sappia perché mangia? Esiste un solo povero che ignori perché viene mangiato? Non c’è più tempo per le ipocrisie. Non si può più fare spallucce.

I non-violenti predicano una religione di pace... vogliamo forse la pace, noi? No di certo! È la guerra, la guerra senza quartiere contro l’ordine sociale imposto dall’Autorità e dal Mercato. I non-violenti ci aspettano al varco per rammentarci che tutte le rivoluzioni del passato sono fallite, finendo col dar vita a nuovi regimi ancora più oppressivi. Da quale pulpito elevino questa loro predica, lo abbiamo già visto. Non ci risulta che esista un’idea o un metodo che possa vantarsi di aver dato la felicità all’uomo. E allora, dovremmo per questo rinunciare a cercare di raggiungerla? Già udiamo la seconda obiezione: non si può eliminare la violenza con altra violenza! Ma benedette creature, noi non vogliamo affatto eliminare la violenza. Mica siamo frati. Vogliamo che essa sia una delle tante occasionali espressioni dell’Individuo nei suoi rapporti diretti con ciò che lo circonda, e non la perenne intimidazione dello Stato che impone la propria autorità. D’altronde, senza la violenza come si potrà costringere il Potente e il Ricco a rinunciare ai propri privilegi, come si potranno neutralizzare i loro cani da guardia? I non-violenti lo sanno. Sono astuti, loro. Pensano che alla fine la virtù trionferà sul vizio. «La nostra santità li fulminerà», blateravano anni fa alcuni di loro. Macchè! I tiranni non hanno una coscienza da convertire e godono di ottima salute, almeno finché non finiscono sotto un mirino. È solo la nostra dignità a rimanere fulminata.

Bisogna condannare ogni forma di violenza, dicono i politici che votano in favore della guerra. Bisogna farla finita con ogni forma di violenza, dicono i militari mentre sganciano le loro bombe. Bisogna contrastare ogni forma di violenza, dicono gli sbirri dal manganello facile. Anche loro sono contro la violenza, ma solo quella degli oppressi. La violenza in uniforme, quella sempre pronta a scattare sull’attenti, la adorano e la praticano con fervore. Cos’altro è lo Stato se non il monopolio della violenza? Anziché sfidare questo monopolio, i non-violenti lo ribadiscono. Sappiate che solo noi possiamo usare la violenza, tuonano i funzionari di Stato. Sappiate che noi non useremo mai la violenza, tuonano gli ideologi della non-violenza. Gli opposti si attraggono e fanno una coppia perfetta. Lo Stato e la non-violenza sono fatti per intendersi, come il sadico e il masochista.