MACHETE si avvale anche della (più o meno volontaria) collaborazione di molti demolitori di certezze e luoghi comuni, siano essi famosi o sconosciuti, del presente come del passato. Nel saccheggiare il loro arsenale teorico, ne riportiamo in copertina il nome ma senza specificarne il contributo. Gli articoli sono perciò tutti rigorosamente anonimi. Va da sé che il loro contenuto non necessariamente coincide appieno con il pensiero dei redattori di questo aperiodico.
Oltre alla versione cartacea, MACHETE si può leggere e scaricare liberamente su questo sito. Qui trovate tutti i testi apparsi sulla rivista, ma non solo: saranno pubblicati anche gli eventuali strascichi causati dai suoi articoli.
Per non correre il rischio di trasformare MACHETE in uno spazio di repliche e controrepliche, abbiamo deciso di lasciare le sue pagine libere dai dibattiti che possono nascere. Questi verranno perciò ospitati unicamente sul nostro sito.
Ricordiamo che l’articolo apparso sul primo numero di MACHETE, “Individui o cittadini?”, ha provocato finalmente l’avvio di una discussione che è possibile leggere integralmente qui.
Il prossimo numero di MACHETE è previsto fra circa sei mesi, dopo la pausa estiva.
IL MACHETE è un lungo coltello a un solo taglio, particolarmente indicato per aprirsi un varco quando ci si ritrova circondati da un ambiente ostile, che impedisce di proseguire il proprio cammino paralizzando ogni movimento. Non è elegante, il Machete, non possiede la discrezione di un pugnale né la precisione di un bisturi. Quando colpisce non discerne fra il candido fiore e la malapianta, e si abbatte indistintamente su entrambi. Pesante e scomodo da portare, il Machete può rivelarsi indispensabile nelle situazioni difficili, quando non c’è più tempo da perdere in calcoli scientifici, perlustrazioni esplorative, consulti diplomatici. All’occorrenza, può essere utilizzato anche come strumento di offesa. E allora - si dice - può diventare un’arma temibile. [leggi tutto]
CHE SCANDALO!
Viviamo in un’epoca di decadenza. Il mondo è popolato da cadaveri ambulanti. Tutto ciò che si muove, si muove lentamente. Una sovrana indolenza grava sulle nazioni e sugli individui. Tuttavia, guardando in profondità dentro questo carnaio umano, si scorge la vita sotterranea agitarsi, pullulare e ogni tanto avventurarsi in superficie. Il nostro è un secolo di transizione; sotto la sua apparente inerzia si opera una immensa trasformazione. Non è ancora la morte completa del vecchio ordine sociale ed è già l’inizio di quello nuovo. L’operazione, pur latente, nondimeno è reale. Governo, proprietà, famiglia, religione, tutto ciò che componeva l’organismo delle società civilizzate marcisce e va in putrefazione. Non c’è più morale; la morale del passato non ha più linfa, quella del futuro è appena un germe. Ciò che per uno è bene, per l’altro è male. La giustizia non ha altro criterio che la forza; il successo legittima tutti i crimini. Il pensiero come il corpo si prostituisce nel commercio degli interessi mercantili. Non ci sono più gioie possibili, se non le gioie del bruto. La dignità, l’amicizia, l’amore, sono banditi dai nostri costumi, giacciono separati l’una dall’altro, oppure muoiono strangolati allorché cercano di farsi largo attraverso questa società ufficialmente borghese. Non c’è più né grazia né bellezza in questo mondo, né ingenuo sorriso né delicato bacio. Al sentimento dell’arte si è sostituito il gusto per l’ignobile ed il grottesco. La società, nella sua decrepitezza, ha fatto ricorso a sanguinose flagellazioni per sovreccitare la sua vecchia carcassa e darsi ancora di tanto in tanto raccapriccianti sembianze di virilità. L’atonia e la cancrena hanno smorzato ogni sua facoltà per il lavoro come per il piacere. Non sa più godere di nulla. Per essa, il lavoro è una pena e il piacere un lavoro. Non sa quel che vuole né ciò che non vuole. Tutto le pesa; vacilla e si accascia nel vizio e nelle viltà. Vorrebbe uscire da questo orribile incubo, scuotere il fardello di degradazione che la soffoca; ha fretta di risvegliarsi; sa che per annientare questa oppressione deve solo alzarsi in piedi, ed è talmente snervata da non aver la forza di sollevarsi, né il coraggio di vincere il proprio torpore. E tuttavia l’idea fermenta in essa, e la illumina interiormente nel suo sonno, in attesa che sia abbastanza potente da farle aprire gli occhi e irradiarsi dalla sua pupilla. Un lembo della sua vita, il suo abito carnale, è preso nel sepolcro del passato; un altro lembo, il suo spirito, ondeggia al vento dell’avvenire.
Due maniere di agire si presentano a chi vuole diffondere delle idee. Una è la discussione pacata, scientifica, di chi, senza nulla abdicare dei propri principi, li espone e li commenta con squisita cortesia, con ferma moderazione. Questo procedimento consiste nell’infiltrare goccia dopo goccia la verità in intelligenze già preparate, intelligenze d’elite, ancora preda dell’errore ma animate di buona volontà. Missionari della Libertà, predicatori dallo sguardo sorridente, dalla voce carezzevole (ma non ipocrita), versano col miele della loro parola la convinzione nel cuore di chi li ascolta; iniziano alla conoscenza del vero quanti ne hanno la consapevolezza. L’altra è la discussione acerba, anch’essa scientifica, ma che, piantata nei principi come in una cotta d’arme, si arma dello Scandalo come di un’ascia per colpire ripetutamente i crani bardati di pregiudizi, e costringerli a smuoversi sotto il loro spesso involucro. Per i suoi sostenitori, non ci sono parole abbastanza pungenti, non ci sono espressioni sufficientemente taglienti da far volare in frantumi tutte quelle ignoranze d’acciaio temperato, quella pesante e tetra armatura che acceca e rende sorde le goffe masse popolari. Si servono di tutto — del dardo acuminato e dell’olio bollente — per far sussultare fin nell’intimo e sotto le loro scaglie di tartaruga quelle intelligenze apatiche, e far risuonare straziandoli quei temperamenti che non vibrano. Girovaghi aggressivi, dannati ed erranti portatori alla dannazione, camminano, insanguinati e sanguinanti, col sarcasmo sulle labbra, con l’idea nella mente, con la torcia in pugno, attraverso gli odi e gli schiamazzi, verso la realizzazione del loro compito fatale; essi convertono come converte lo spirito dell’inferno: con il morso e con il fuoco.
Entrambi i modi di procedere sono buoni e utili, a seconda del genere di ascoltatori che si incontrano lungo la strada. Ci vogliono sia gli uni che gli altri. Per gli uni e per gli altri è questione di temperamento, e dipende dalla condizione nella società attuale. Si può anche essere alternativamente l’uno e l’altro, a seconda della disposizione di spirito o dell’ambiente in cui ci si trova. Gli uni come gli altri, se non inciampano nei principi, se restano fermi nella libertà, sono gli agenti provocatori della Rivoluzione. Solo che, nelle nostre società civilizzate, in pochi sono disposti ad ascoltarli, in molti fanno orecchie da mercante, ed è con lo Scandalo che si sfondano i timpani.
Del resto, come non usare parole forgiate con la lingua del disprezzo per penetrare in questo letamaio di mondo in cui si pavoneggiano, come funghi velenosi, le tonde e piatte facce dell’ignominia borghese. Si può forse usare altro dei denti di un forcone per parlare a queste vegetazioni di materie legali? Possiedono forse una coscienza o un pensiero? Come può un individuo di cuore vivere in una simile società? Si chiama vivere trascinare i propri giorni in mezzo a questa calca immonda? È colpa mia, è colpa nostra, che abbiamo nel cuore la poesia dell’avvenire, se la natura ci ha donato un temperamento per amare, un’intelligenza per il bene, un entusiasmo per il bello, e se ad ogni passo non incontriamo che deformità intellettuali ed etiche? È colpa nostra se in una simile società non abbiamo da dispensare che l’odio, se non possiamo nutrirci che di disgusto?
Oh Scandalo! Furia vendicatrice, sii sempre mia compagna finché il mondo sarà il vecchio mondo, finché l’obesità e l’oscenità borghese si dispiegheranno senza correre rischi sullo sfruttamento, finché il servilismo ed il cretinismo operaio strisceranno sul solco e sotto la cavezza del capitale! Si, ci vogliono quelli come me, quelli come noi — i maledetti, i ribelli — per camminare inflessibili nella direzione del progresso, per rimuovere i blocchi inerti, per affrontare le valanghe di sassi e spianare la strada a chi ha il medesimo scopo, ma fa propaganda con forme meno irritanti, con epiteti più pacifici. Scandalo, a te la mia penna e le mie labbra! È attraverso te che la vergogna entra nel cuore dell’uomo. È attraverso te che il suo spirito si risveglia alla luce. È attraverso te che il cattivo trema e che il buono spera. Se c’è ancora, o piuttosto se c’è già qualche pudore nel mondo, è a te che lo si deve. Sei tu che costringi i nemici della nuova idea a servire questa idea criticandola. Presto o tardi la verità si libera dalla contro-verità, alla lunga ha ragione dei suoi detrattori. Solo il mutismo le nuoce, e sei tu, Scandalo, che imponi la parola ai muti e, volenti o nolenti, li costringi a farsi gli araldi di ciò che perseguitano. Scandalo, sei più potente di tutte le autorità del mondo ufficiale. I re ed i borghesi, gli imperatori e i loro sudditi possono solo mettere il bavaglio della morte sulla bocca degli uomini; tu, voce stridente, fibra elettrica, fai parlare perfino chi non lo vuole!
Due maniere di agire si presentano a chi vuole diffondere delle idee. Una è la discussione pacata, scientifica, di chi, senza nulla abdicare dei propri principi, li espone e li commenta con squisita cortesia, con ferma moderazione. Questo procedimento consiste nell’infiltrare goccia dopo goccia la verità in intelligenze già preparate, intelligenze d’elite, ancora preda dell’errore ma animate di buona volontà. Missionari della Libertà, predicatori dallo sguardo sorridente, dalla voce carezzevole (ma non ipocrita), versano col miele della loro parola la convinzione nel cuore di chi li ascolta; iniziano alla conoscenza del vero quanti ne hanno la consapevolezza. L’altra è la discussione acerba, anch’essa scientifica, ma che, piantata nei principi come in una cotta d’arme, si arma dello Scandalo come di un’ascia per colpire ripetutamente i crani bardati di pregiudizi, e costringerli a smuoversi sotto il loro spesso involucro. Per i suoi sostenitori, non ci sono parole abbastanza pungenti, non ci sono espressioni sufficientemente taglienti da far volare in frantumi tutte quelle ignoranze d’acciaio temperato, quella pesante e tetra armatura che acceca e rende sorde le goffe masse popolari. Si servono di tutto — del dardo acuminato e dell’olio bollente — per far sussultare fin nell’intimo e sotto le loro scaglie di tartaruga quelle intelligenze apatiche, e far risuonare straziandoli quei temperamenti che non vibrano. Girovaghi aggressivi, dannati ed erranti portatori alla dannazione, camminano, insanguinati e sanguinanti, col sarcasmo sulle labbra, con l’idea nella mente, con la torcia in pugno, attraverso gli odi e gli schiamazzi, verso la realizzazione del loro compito fatale; essi convertono come converte lo spirito dell’inferno: con il morso e con il fuoco.
Entrambi i modi di procedere sono buoni e utili, a seconda del genere di ascoltatori che si incontrano lungo la strada. Ci vogliono sia gli uni che gli altri. Per gli uni e per gli altri è questione di temperamento, e dipende dalla condizione nella società attuale. Si può anche essere alternativamente l’uno e l’altro, a seconda della disposizione di spirito o dell’ambiente in cui ci si trova. Gli uni come gli altri, se non inciampano nei principi, se restano fermi nella libertà, sono gli agenti provocatori della Rivoluzione. Solo che, nelle nostre società civilizzate, in pochi sono disposti ad ascoltarli, in molti fanno orecchie da mercante, ed è con lo Scandalo che si sfondano i timpani.
Del resto, come non usare parole forgiate con la lingua del disprezzo per penetrare in questo letamaio di mondo in cui si pavoneggiano, come funghi velenosi, le tonde e piatte facce dell’ignominia borghese. Si può forse usare altro dei denti di un forcone per parlare a queste vegetazioni di materie legali? Possiedono forse una coscienza o un pensiero? Come può un individuo di cuore vivere in una simile società? Si chiama vivere trascinare i propri giorni in mezzo a questa calca immonda? È colpa mia, è colpa nostra, che abbiamo nel cuore la poesia dell’avvenire, se la natura ci ha donato un temperamento per amare, un’intelligenza per il bene, un entusiasmo per il bello, e se ad ogni passo non incontriamo che deformità intellettuali ed etiche? È colpa nostra se in una simile società non abbiamo da dispensare che l’odio, se non possiamo nutrirci che di disgusto?
Oh Scandalo! Furia vendicatrice, sii sempre mia compagna finché il mondo sarà il vecchio mondo, finché l’obesità e l’oscenità borghese si dispiegheranno senza correre rischi sullo sfruttamento, finché il servilismo ed il cretinismo operaio strisceranno sul solco e sotto la cavezza del capitale! Si, ci vogliono quelli come me, quelli come noi — i maledetti, i ribelli — per camminare inflessibili nella direzione del progresso, per rimuovere i blocchi inerti, per affrontare le valanghe di sassi e spianare la strada a chi ha il medesimo scopo, ma fa propaganda con forme meno irritanti, con epiteti più pacifici. Scandalo, a te la mia penna e le mie labbra! È attraverso te che la vergogna entra nel cuore dell’uomo. È attraverso te che il suo spirito si risveglia alla luce. È attraverso te che il cattivo trema e che il buono spera. Se c’è ancora, o piuttosto se c’è già qualche pudore nel mondo, è a te che lo si deve. Sei tu che costringi i nemici della nuova idea a servire questa idea criticandola. Presto o tardi la verità si libera dalla contro-verità, alla lunga ha ragione dei suoi detrattori. Solo il mutismo le nuoce, e sei tu, Scandalo, che imponi la parola ai muti e, volenti o nolenti, li costringi a farsi gli araldi di ciò che perseguitano. Scandalo, sei più potente di tutte le autorità del mondo ufficiale. I re ed i borghesi, gli imperatori e i loro sudditi possono solo mettere il bavaglio della morte sulla bocca degli uomini; tu, voce stridente, fibra elettrica, fai parlare perfino chi non lo vuole!
CHE SE NE VADANO VIA TUTTI
«Quando il padrone o la padrona chiamano un servo per nome, nessuno di voi risponda, altrimenti non ci saranno più limiti alla vostra oppressione. E i padroni stessi ammettono che, se un servitore viene quando è chiamato, basta».
Jonathan Swift, Istruzioni alla servitù
Jonathan Swift, Istruzioni alla servitù
Li sentite? I nostri padroni ci stanno chiamando.
Ci stanno dicendo che i prossimi 13 e 14 aprile si voterà. Dovremo andare alle urne a mettere una croce sulle nostre aspirazioni, delegandole ad uno dei tanti candidati che ci verranno propinati. Uno qualsiasi, a nostra scelta, tanto non c’è differenza. Chiunque verrà eletto non cambierà nulla della nostra miserabile esistenza su questa terra inquinata, avvelenata, corrosa. Continueremo a tirar a campare, impoveriti dei nostri sogni e desideri, stremati dal lavoro, spenti davanti a un televisore acceso. Nel corso degli anni i governi si sono succeduti, l’uno dopo l’altro hanno fatto promesse più o meno mirabolanti, l’uno dopo l’altro non le hanno mantenute. Mentre chi abbiamo mandato a scaldare gli scranni del Parlamento gode di immensi privilegi ed ha accumulato sostanziose fortune per sé e la sua famiglia, a noi è rimasto solo di morire in una qualsiasi ThyssenKrupp o di soffocare sommersi dalla spazzatura.
Sappiamo bene cosa ci aspetta nelle prossime settimane. Un’estenuante campagna elettorale condotta da vecchi e giovani saltimbanchi della politica, pronti a tutte le lusinghe e raggiri pur di estorcerci il voto. Guardateli come si stanno travestendo, assumendo nuovi nomi per rendersi più presentabili. Ascoltateli come si riempiono la bocca di Popolo e Democrazia, queste allucinazioni collettive continuamente evocate per attirare i gonzi. Eppure, ormai l’hanno capito tutti: fra destra e sinistra, fra un Berlusconi e un Veltroni, non ci sono sostanziali differenze. Sono come la Coca e la Pepsi, che si contendono il mercato offrendo il medesimo prodotto, limitandosi a confezionarlo in maniera diversa. I rispettivi piazzisti possono anche litigare, insultarsi, ricorrere a colpi bassi, ma la comune identità di obiettivi resta inalterata. Sentiamoli sulle questioni più controverse del momento: tutti sono favorevoli (con le dovute sfumature) alle missioni militari all’estero, all’alta velocità in Val Susa, all’ampliamento della base USA di Vicenza, ai centri di permanenza temporanea, alle “leggi scellerate” sulla sicurezza... né si può dire che si differenzino granché per le loro ricette in materia economica.
Una cosa è certa. Mai come in questo momento il sonno degli abitanti del Palazzo è tormentato dallo spettro della cosiddetta antipolitica. Molti segnali indicano che si sta diffondendo ovunque. Sotto una forma ambigua, è vero, che non si fonda su una radicale critica della delega e dell’esercizio del potere. Ma sarebbe comunque stolto non soffiare su questo fuoco, anche se per molti si tratta di un astensionismo occasionale, come quello oggi invocato dai delusi del governo Prodi che appena ieri avevano contribuito ad eleggere.
Cosa accadrebbe in Italia se il numero degli astenuti fosse superiore a quello dei votanti?
Il trionfo dell’astensionismo costituirebbe un’arma formidabile da usare contro il prossimo governo, quale che sia. Se poi riuscisse addirittura a sfondare la quota del 50% degli aventi diritto al voto, l’annunciata vittoria della destra si sgretolerebbe irrimediabilmente.
La menzogna democratica si basa sul consenso. Per imporre la propria volontà, chi governa sbandiera la vittoria ottenuta in un gioco elettorale a cui ha partecipato la maggioranza della popolazione. Ma se questo gioco venisse snobbato dalla maggioranza della popolazione, allora il risultato finale non potrebbe che essere derisorio. Questo mancato riconoscimento anticipato non impedirebbe l’insediamento del nuovo governo, ovviamente, ma darebbe forza ad ogni futura contestazione.
Ecco perché vogliamo rispolverare la vecchia idea di uno sciopero elettorale generale. Se di fronte ai soprusi e all’arroganza degli industriali i lavoratori possono ricorrere ad una o più giornate di sciopero, perché ciò non dovrebbe accadere anche per protestare contro i soprusi e l’arroganza dei politici? Disertiamo i seggi elettorali così come si disertano i posti di lavoro. Uno sciopero che deve essere lanciato in tutto il paese, per superare quei localismi (Val Susa, Vicenza, Campania) che vorrebbero giustificarlo solo contro singole cattive amministrazioni. Uno sciopero che invita a svuotare i seggi, per non avallare il salvagente offerto alla politica dalle liste civiche. E, soprattutto, uno sciopero che non avanza rivendicazioni specifiche, che non si limita a dire no a Tizio o a Caio, a questo o a quel progetto, ma che sfida l’intero ordine politico: CHE SE NE VADANO TUTTI, di destra e di sinistra, vecchi e giovani, corrotti e rispettosi della legge!
La proposta è semplice: INVITARE ALLO SCIOPERO ELETTORALE GENERALE ATTUANDO UN BOICOTTAGGIO SISTEMATICO DELLA PROSSIMA CAMPAGNA ELETTORALE. Molestare tutti i politici che nelle prossime settimane verranno ad infestare le piazze delle nostre città. Rendere loro la vita impossibile mettendoli alla berlina in tutte le maniere. Seppellire di ridicolo ogni aspirante parlamentare. Bollare col marchio dell’infamia ogni forma di politica. Non ci sono limiti per realizzare quest’opera meritoria. Si può agire da soli o accompagnati, di giorno o di notte. Come meglio si preferisce. I mezzi a disposizione della fantasia di ciascuno sono infiniti. Una rapida occhiata a chi ci ha preceduto su questa strada è indicativa: c’è chi ha candidato un asino conducendolo per le strade della città a ricevere l’applauso del pubblico, c’è chi ha oscurato la pubblicità elettorale con un manifesto invitante alla scheda nera, c’è chi si è dedicato alla chimica per mandare in fumo le schede elettorali, c’è chi ha deturnato i manifesti affissi dai vari partiti, c’è chi ha organizzato esilaranti comizi di finti candidati, c’è chi ha contestato rumorosamente le parate degli aspiranti parlamentari, c’è chi ha sabotato appuntamenti propagandistici con telefonate minatorie, c’è chi si è intrufolato nei dibattiti politici per sottolinearne le menzogne e le contraddizioni, c’è chi ha divulgato scandali e malefatte dei nostri sedicenti rappresentanti, ecc. ecc.: non ci sono limiti se non quelli della nostra immaginazione. Come stimolo iniziale, mettiamo a disposizione quanto abbiamo realizzato saccheggiando il ricco arsenale dell’astensionismo sovversivo. Si tratta di spunti rigorosamente anonimi, per evitare di cadere in quell’autopromozione che è uno dei tratti più odiosi della politica. Chi li condividesse e volesse diffonderli, può trovarli sul blog
e riprodurli sotto forma di manifesti, volantini, adesivi. L’auspicio è che chiunque è interessato ad aggravare la crisi in cui versa la politica faccia altrettanto, realizzando idee e materiale astensionisti e mettendoli a disposizione di tutti. Per porre fine all’oppressione in cui vegetiamo è indispensabile iniziare col non rispondere alla chiamata dei nostri padroni. Abbiamo ancora un po’ di tempo per spargere la voce fra i nostri compagni di sventura, proponendo uno sforzo minimo ma dalle enormi potenzialità.
LO SCIOPERO ELETTORALE
Con sadica gioia e nazionale fierezza, non vedo l’ora che fra qualche giorno si apra il periodo elettorale. Si può persino affermare che lo sia già, che lo è sempre stato e che, visti i nostri costumi parlamentari e i nostri gusti politici, che sono quelli di disprezzarci gli uni con gli altri, questo non modificherà nulla delle nostre abitudini e dei nostri piaceri. Ma ciò che è impossibile prevedere è la sua fine, e se mai avrà una fine.
Dio non voglia!
Non si potrà più fare un passo per strada senza essere sollecitati, adescati, entusiasmati da forti e diverse distrazioni, in cui il piacere degli occhi si mescolerà alle gioie dello spirito, senza veder stagliarsi l’infinita idiozia, l’infinita stoltezza della politica sui muri, sui tronchi d’albero, sui pali indicatori. Ogni casa sarà trasformata in sezione; in ogni pubblica piazza ci saranno raduni urlanti; dall’alto di ogni pulpito, bizzarri personaggi vomitati da chissà quali misteriose casseforti, strappati all’appiccicosa oscurità di chissà quale caverna giornalistica, gesticoleranno, sbraiteranno, abbaieranno e, con gli occhi iniettati di sangue, la bocca schiumante, ci prometteranno la felicità. Da Aosta a Lecce, da Bolzano a Ragusa, per renderci felici tutti si accuseranno di furto, di truffa, di assassinio; si rinfacceranno a vicenda l’incesto, lo spionaggio, il tradimento, l’adulterio; sbandiereranno conti bancari, bilanci di partito, lenzuola da letto. L’Italia intera diventerà un’immensa latrina in cui ignobili ventri riverseranno pubblicamente il flusso pestilenziale delle loro deiezioni. Si camminerà nella spazzatura, immersi fino al collo. E ci rallegreremo di questa posizione. Sì! Che popolo meraviglioso siamo!
Se c’è una cosa che mi meraviglia prodigiosamente è che alle soglie del terzo millennio, dopo essere passati attraverso innumerevoli esperienze, dopo aver assistito a scandali quotidiani, possa ancora esistere nel nostro Bel Paese un elettore, un solo elettore, questo animale irrazionale, inorganico, allucinante, che consenta di distogliersi dalle sue faccende, dai suoi sogni, dai suoi piaceri, per votare in favore di qualcuno o qualcosa. Se ci riflettiamo un solo istante, questo sorprendente fenomeno non è fatto per sconcertare le più sottili filosofie e confondere la ragione? Dov’è il pensatore che ci darà la fisiologia dell’elettore moderno? Dov’è lo scienziato che ci spiegherà l’anatomia e la mentalità di questo incurabile demente?
Li aspettiamo.
Io capisco che un truffatore trovi sempre degli azionisti, la Chiesa dei fedeli, la censura dei difensori, la televisione degli spettatori; capisco che un semianalfabeta si ostini a cercar rime; capisco tutto. Ma che un Deputato, o un Senatore, uno qualsiasi di quegli strani buffoni che reclamano di possedere una qualsivoglia funzione elettiva, trovi un elettore, ossia l’essere inimmaginabile, il martire improbabile che lo nutra col suo pane, lo vesta con la sua lana, lo ingrassi con la sua carne, lo arricchisca col suo denaro, con la sola prospettiva di avere in cambio di queste prodigalità delle randellate sulla nuca, dei calci nel deretano, quando non delle fucilate nel petto — in verità, ciò supera la visione già molto pessimista che m’ero fatto sin qui della stoltezza umana.
Ben inteso, sto parlando dell’elettore accorto, convinto, dell’elettore teorico, di colui che pensa — povero diavolo! — di compiere un atto da libero cittadino, di ostentare la sua sovranità, di esprimere le sue opinioni, di imporre (o ammirevole e sconcertante follia!) dei programmi politici e delle rivendicazioni sociali. Non parlo certo dell’elettore che «se ne intende» e che se ne fa beffe, di chi nei «risultati della sua onnipotenza» vede solo una indigestione nella pizzicheria reazionaria, o una baldoria al vino progressista. È nel vero, perché solo questo gli interessa e se ne frega del resto. Sa quello che fa. Ma gli altri?
Ah! Sì, gli altri! I seri, austeri, i popolo sovrano, quelli che si sentono invadere dall’ebbrezza quando si guardano e si dicono: «io sono elettore! Niente si può fare senza di me. Io sono la base della società moderna. Grazie alla mia volontà, Tizio fa leggi a cui sono sottoposti milioni di esseri umani, e Caio pure, e Sempronio anche». Come possono ancora esistere simili campioni? Per quanto testardi, orgogliosi, paradossali, com’è possibile che dopo tutto questo tempo non siano ancora scoraggiati e vergognosi delle loro attività? Com’è possibile che da qualche parte — persino nelle lande più desolate della Padania, o nelle più inaccessibili caverne dell’Aspromonte — si incontri un brav’uomo così stupido, così irragionevole, così cieco a quanto si vede, così sordo a quel che si dice, da poter votare verde, bianco o rosso, senza essere costretto da qualcuno, senza essere pagato per farlo?
A quale strano sentimento, a quale misteriosa suggestione può obbedire questo bipede pensante, dotato di una volontà (perlomeno presunta) e che, fiero del suo diritto, sicuro di aver adempiuto a un dovere, se ne va a deporre una scheda in una qualunque urna elettorale? Dentro di sé, deve pur dirsi qualcosa che giustifichi o che almeno spieghi il suo atto stravagante. Che cosa spera? Perché infine, per acconsentire a donarsi a padroni avidi che lo derubano e lo accoppano, è necessario che egli si dica e che speri in qualcosa di straordinario che noi non supponiamo. È necessario che, grazie a potenti deviazioni cerebrali, le idee del deputato corrispondano per lui a idee di scienza, di giustizia, di lavoro e di probità. È necessario che egli scopra una magia speciale nei soli nomi di Veltroni e Berlusconi, non meno che in quelli di Rutelli e Fini, e che attraverso un miraggio veda fiorire e schiudere in Casini e Bertinotti delle promesse di futura felicità e di sollievo immediato.
E questo è veramente spaventoso. Niente gli funge da lezione, né le commedie più burlesche, né le tragedie più sinistre.
Ebbene, nel corso dei secoli in cui il mondo dura, in cui le società si svolgono e si succedono, simili le une alle altre, un fatto unico domina tutte le storie: la protezione per i grandi, l’oppressione per i piccoli. Non riesce a capire che ha una sola storica ragione d’essere: pagare per un mucchio di cose di cui non godrà mai e morire per combinazioni politiche che non lo riguardano
affatto.
Che gli importa se è Tizio o Caio a pretendere denaro e prendergli la vita, dal momento che è obbligato comunque a privarsi dell’uno e a dare l’altra? Ebbene no! Tra i suoi ladri e i suoi carnefici, ha delle preferenze e vota per i più rapaci e i più feroci. Egli ha votato ieri, voterà domani, voterà sempre. Le pecore vanno al mattatoio. Non dicono niente, loro, e non sperano niente. Ma per lo meno non votano per il macellaio che le ucciderà, né per il padrone che se le mangerà. Più bestia delle bestie, più pecora delle pecore, l’elettore elegge il suo boia e sceglie il suo padrone. Ha fatto delle Rivoluzioni per conquistare questo diritto.
O buon elettore, indescrivibile imbecille, povero diavolo, se invece di lasciarti prendere dagli assurdi ritornelli che ogni mattina ti spacciano per due soldi giornali grandi e piccoli, azzurri o neri, bianchi o rossi, e che sono pagati per avere la tua pelle; se invece di credere alle chimeriche adulazioni con cui si accarezza la tua vanità, con cui si circonda la tua penosa sovranità inginocchiata; se invece di fermarti, eterno curioso, davanti alle pesanti frodi dei programmi; se leggessi di tanto in tanto Nietzsche e Max Stirner, due filosofi che la sapevano lunga sui tuoi padroni e su di te, forse impareresti qualcosa di sorprendente e utile. Forse, dopo averli letti, avresti meno fretta di indossare la tua aria greve e il tuo bel cappotto per correre poi alle urne omicide dove, qualsiasi nome metterai, indicherai il nome del tuo più mortale nemico. Da veri conoscitori dell’umanità, essi ti diranno che la politica è un’abominevole menzogna, dove tutto è il contrario del buon gusto, della bellezza e dell’etica.
Se vuoi, sogna pure paradisi di luci e di profumi, di fratellanze impossibili, di felicità irreali. È bello sognare, attenua la sofferenza. Ma non mescolare mai l’uomo al tuo sogno, perché dove c’è l’uomo, là ci sono il dolore, l’odio e l’omicidio. Ricordati soprattutto che l’uomo che sollecita i tuoi suffragi è di per sé un disonesto, perché in cambio della situazione e della fortuna verso cui lo spingi, ti promette un mucchio di cose meravigliose che non ti darà e che del resto non ha il potere di darti. L’uomo che eleggi non rappresenta né la tua miseria, né le tue aspirazioni, né qualcosa di te; rappresenta solo i suoi interessi, che sono opposti ai tuoi. Per confortarti e rinvigorire dalle speranze che saranno presto deluse, non pensare che il penoso spettacolo a cui assisti oggi sia caratteristico di un’epoca o di un regime, e che passerà. Tutte le epoche si equivalgono, e anche tutti i regimi, cioè non valgono niente. Quindi torna a casa, brav’uomo, e fai lo sciopero elettorale. Non hai nulla da perderci, te lo assicuro; e ti potrai divertire per un po’. Sulla soglia di casa, sbarrata ai postulanti dell’elemosina politica, guarderai sfilare la bagarre.
E seppur in un angolo sconosciuto esistesse un onest’uomo capace di governarti e di accudirti, non rimpiangerlo. Sarebbe troppo geloso della sua dignità per mescolarsi alla lotta fangosa dei partiti, troppo fiero per ricevere da te un mandato che accordi solo al cinismo, al malaffare e alla menzogna. Te l’ho detto, brav’uomo, tornatene a casa a scioperare.
Dio non voglia!
Non si potrà più fare un passo per strada senza essere sollecitati, adescati, entusiasmati da forti e diverse distrazioni, in cui il piacere degli occhi si mescolerà alle gioie dello spirito, senza veder stagliarsi l’infinita idiozia, l’infinita stoltezza della politica sui muri, sui tronchi d’albero, sui pali indicatori. Ogni casa sarà trasformata in sezione; in ogni pubblica piazza ci saranno raduni urlanti; dall’alto di ogni pulpito, bizzarri personaggi vomitati da chissà quali misteriose casseforti, strappati all’appiccicosa oscurità di chissà quale caverna giornalistica, gesticoleranno, sbraiteranno, abbaieranno e, con gli occhi iniettati di sangue, la bocca schiumante, ci prometteranno la felicità. Da Aosta a Lecce, da Bolzano a Ragusa, per renderci felici tutti si accuseranno di furto, di truffa, di assassinio; si rinfacceranno a vicenda l’incesto, lo spionaggio, il tradimento, l’adulterio; sbandiereranno conti bancari, bilanci di partito, lenzuola da letto. L’Italia intera diventerà un’immensa latrina in cui ignobili ventri riverseranno pubblicamente il flusso pestilenziale delle loro deiezioni. Si camminerà nella spazzatura, immersi fino al collo. E ci rallegreremo di questa posizione. Sì! Che popolo meraviglioso siamo!
Se c’è una cosa che mi meraviglia prodigiosamente è che alle soglie del terzo millennio, dopo essere passati attraverso innumerevoli esperienze, dopo aver assistito a scandali quotidiani, possa ancora esistere nel nostro Bel Paese un elettore, un solo elettore, questo animale irrazionale, inorganico, allucinante, che consenta di distogliersi dalle sue faccende, dai suoi sogni, dai suoi piaceri, per votare in favore di qualcuno o qualcosa. Se ci riflettiamo un solo istante, questo sorprendente fenomeno non è fatto per sconcertare le più sottili filosofie e confondere la ragione? Dov’è il pensatore che ci darà la fisiologia dell’elettore moderno? Dov’è lo scienziato che ci spiegherà l’anatomia e la mentalità di questo incurabile demente?
Li aspettiamo.
Io capisco che un truffatore trovi sempre degli azionisti, la Chiesa dei fedeli, la censura dei difensori, la televisione degli spettatori; capisco che un semianalfabeta si ostini a cercar rime; capisco tutto. Ma che un Deputato, o un Senatore, uno qualsiasi di quegli strani buffoni che reclamano di possedere una qualsivoglia funzione elettiva, trovi un elettore, ossia l’essere inimmaginabile, il martire improbabile che lo nutra col suo pane, lo vesta con la sua lana, lo ingrassi con la sua carne, lo arricchisca col suo denaro, con la sola prospettiva di avere in cambio di queste prodigalità delle randellate sulla nuca, dei calci nel deretano, quando non delle fucilate nel petto — in verità, ciò supera la visione già molto pessimista che m’ero fatto sin qui della stoltezza umana.
Ben inteso, sto parlando dell’elettore accorto, convinto, dell’elettore teorico, di colui che pensa — povero diavolo! — di compiere un atto da libero cittadino, di ostentare la sua sovranità, di esprimere le sue opinioni, di imporre (o ammirevole e sconcertante follia!) dei programmi politici e delle rivendicazioni sociali. Non parlo certo dell’elettore che «se ne intende» e che se ne fa beffe, di chi nei «risultati della sua onnipotenza» vede solo una indigestione nella pizzicheria reazionaria, o una baldoria al vino progressista. È nel vero, perché solo questo gli interessa e se ne frega del resto. Sa quello che fa. Ma gli altri?
Ah! Sì, gli altri! I seri, austeri, i popolo sovrano, quelli che si sentono invadere dall’ebbrezza quando si guardano e si dicono: «io sono elettore! Niente si può fare senza di me. Io sono la base della società moderna. Grazie alla mia volontà, Tizio fa leggi a cui sono sottoposti milioni di esseri umani, e Caio pure, e Sempronio anche». Come possono ancora esistere simili campioni? Per quanto testardi, orgogliosi, paradossali, com’è possibile che dopo tutto questo tempo non siano ancora scoraggiati e vergognosi delle loro attività? Com’è possibile che da qualche parte — persino nelle lande più desolate della Padania, o nelle più inaccessibili caverne dell’Aspromonte — si incontri un brav’uomo così stupido, così irragionevole, così cieco a quanto si vede, così sordo a quel che si dice, da poter votare verde, bianco o rosso, senza essere costretto da qualcuno, senza essere pagato per farlo?
A quale strano sentimento, a quale misteriosa suggestione può obbedire questo bipede pensante, dotato di una volontà (perlomeno presunta) e che, fiero del suo diritto, sicuro di aver adempiuto a un dovere, se ne va a deporre una scheda in una qualunque urna elettorale? Dentro di sé, deve pur dirsi qualcosa che giustifichi o che almeno spieghi il suo atto stravagante. Che cosa spera? Perché infine, per acconsentire a donarsi a padroni avidi che lo derubano e lo accoppano, è necessario che egli si dica e che speri in qualcosa di straordinario che noi non supponiamo. È necessario che, grazie a potenti deviazioni cerebrali, le idee del deputato corrispondano per lui a idee di scienza, di giustizia, di lavoro e di probità. È necessario che egli scopra una magia speciale nei soli nomi di Veltroni e Berlusconi, non meno che in quelli di Rutelli e Fini, e che attraverso un miraggio veda fiorire e schiudere in Casini e Bertinotti delle promesse di futura felicità e di sollievo immediato.
E questo è veramente spaventoso. Niente gli funge da lezione, né le commedie più burlesche, né le tragedie più sinistre.
Ebbene, nel corso dei secoli in cui il mondo dura, in cui le società si svolgono e si succedono, simili le une alle altre, un fatto unico domina tutte le storie: la protezione per i grandi, l’oppressione per i piccoli. Non riesce a capire che ha una sola storica ragione d’essere: pagare per un mucchio di cose di cui non godrà mai e morire per combinazioni politiche che non lo riguardano
affatto.
Che gli importa se è Tizio o Caio a pretendere denaro e prendergli la vita, dal momento che è obbligato comunque a privarsi dell’uno e a dare l’altra? Ebbene no! Tra i suoi ladri e i suoi carnefici, ha delle preferenze e vota per i più rapaci e i più feroci. Egli ha votato ieri, voterà domani, voterà sempre. Le pecore vanno al mattatoio. Non dicono niente, loro, e non sperano niente. Ma per lo meno non votano per il macellaio che le ucciderà, né per il padrone che se le mangerà. Più bestia delle bestie, più pecora delle pecore, l’elettore elegge il suo boia e sceglie il suo padrone. Ha fatto delle Rivoluzioni per conquistare questo diritto.
O buon elettore, indescrivibile imbecille, povero diavolo, se invece di lasciarti prendere dagli assurdi ritornelli che ogni mattina ti spacciano per due soldi giornali grandi e piccoli, azzurri o neri, bianchi o rossi, e che sono pagati per avere la tua pelle; se invece di credere alle chimeriche adulazioni con cui si accarezza la tua vanità, con cui si circonda la tua penosa sovranità inginocchiata; se invece di fermarti, eterno curioso, davanti alle pesanti frodi dei programmi; se leggessi di tanto in tanto Nietzsche e Max Stirner, due filosofi che la sapevano lunga sui tuoi padroni e su di te, forse impareresti qualcosa di sorprendente e utile. Forse, dopo averli letti, avresti meno fretta di indossare la tua aria greve e il tuo bel cappotto per correre poi alle urne omicide dove, qualsiasi nome metterai, indicherai il nome del tuo più mortale nemico. Da veri conoscitori dell’umanità, essi ti diranno che la politica è un’abominevole menzogna, dove tutto è il contrario del buon gusto, della bellezza e dell’etica.
Se vuoi, sogna pure paradisi di luci e di profumi, di fratellanze impossibili, di felicità irreali. È bello sognare, attenua la sofferenza. Ma non mescolare mai l’uomo al tuo sogno, perché dove c’è l’uomo, là ci sono il dolore, l’odio e l’omicidio. Ricordati soprattutto che l’uomo che sollecita i tuoi suffragi è di per sé un disonesto, perché in cambio della situazione e della fortuna verso cui lo spingi, ti promette un mucchio di cose meravigliose che non ti darà e che del resto non ha il potere di darti. L’uomo che eleggi non rappresenta né la tua miseria, né le tue aspirazioni, né qualcosa di te; rappresenta solo i suoi interessi, che sono opposti ai tuoi. Per confortarti e rinvigorire dalle speranze che saranno presto deluse, non pensare che il penoso spettacolo a cui assisti oggi sia caratteristico di un’epoca o di un regime, e che passerà. Tutte le epoche si equivalgono, e anche tutti i regimi, cioè non valgono niente. Quindi torna a casa, brav’uomo, e fai lo sciopero elettorale. Non hai nulla da perderci, te lo assicuro; e ti potrai divertire per un po’. Sulla soglia di casa, sbarrata ai postulanti dell’elemosina politica, guarderai sfilare la bagarre.
E seppur in un angolo sconosciuto esistesse un onest’uomo capace di governarti e di accudirti, non rimpiangerlo. Sarebbe troppo geloso della sua dignità per mescolarsi alla lotta fangosa dei partiti, troppo fiero per ricevere da te un mandato che accordi solo al cinismo, al malaffare e alla menzogna. Te l’ho detto, brav’uomo, tornatene a casa a scioperare.
PISCIATE NELLE URNE
«Negli incroci di Roma c’erano vasi e bacinelle per permettere ai passanti di pisciare»
In quei tempi, Chigalev diceva ai suoi discepoli: «Un millesimo degli uomini godranno di una libertà assoluta ed eserciteranno sugli altri 999 millesimi un’autorità senza limiti. Gli altri dovranno rinunciare ad ogni individualità, diventare un gregge e attraverso una totale sottomissione arriveranno per mezzo di una serie di rigenerazioni allo stato d’innocenza primitiva, qualcosa tipo l’Eden, anche se dovranno tuttavia lavorare».
In questi tempi, il voto rischia davvero di diventare obbligatorio. Lungo gli edifici pubblici ci viene ordinato di votare per Caio perché Caio è Sempronio e Sempronio è Caio. Ieri sera, domenica, in un certo posticino della capitale, nei pressi di una vecchia chiesa e laddove la scuola non dura abbastanza per stendere l’idiozia dei candidati, sono stati disposti dei pannelli a forma di paraventi cinesi. Ciò formava nell’oscurità una fortezza coi dentelli. In questa bella notte primaverile, gli innamorati occupavano il seggio elettorale e un barbone russava accanto al suo litro di rosso.
SENZA VIA D’USCITA
Rimbomba nelle orecchie, balla davanti agli occhi, si insinua attraverso le narici, occupa i nostri sensi. È la menzogna sociale di massa che ci viene quotidianamente ammannita. La si potrebbe definire, fra uno sbadiglio e l’altro, oggettivazione del mondo in cui viviamo. Consiste nell’affermazione onnipresente di scelte già fatte in tutti gli ambiti della nostra esistenza. Il compito di travestire l’essenza dei rapporti e dell’organizzazione sociale spetta principalmente ai cortigiani intellettuali (giornalisti, filosofi, scienziati, sociologi, esperti ...), che elaborano i discorsi e le griglie di percezione mentale che consentiranno di spiegare la realtà astraendola dalla sua natura sociale. Si tratta di prodotti immateriali, fabbricati e spacciati sotto forma di opinioni, giudizi e pregiudizi, veri e propri brandelli di una coscienza fatta letteralmente a pezzi. Possono consentire a chiunque di avere un parere su tutto, tranne che sull’essenziale.
Un tempo, dopo aver dato per scontato che è nostro dovere produrre, consumare ed obbedire, ci veniva concessa la “libertà” di scegliere la modalità di adempimento. Bisogna lavorare, ma quale mestiere? Bisogna votare, ma quale partito? Bisogna guardare la tv, ma quale canale? Ora ci stiamo accorgendo che anche questa è una menzogna, una semplice illusione. Il precariato non ci darà mai la sensazione di conoscere un mestiere, le elezioni presentano candidati perfettamente intercambiabili, quanto alla televisione è un’unica merda. Non possiamo esprimerci sul cosa, non possiamo interrogarci sul perché, e non abbiamo molta voce in capitolo neppure sul come. Restano però le conseguenze. Di quelle sì, che possiamo ancora discutere appassionatamente.
Gli “incidenti” mortali sul lavoro succedutisi nello spazio di pochi mesi in Piemonte, in Liguria, in Puglia,... — hanno fornito una concreta dimostrazione di quanto a fondo sia radicata la convinzione che l’essere umano sia circondato dal suo habitat naturale, che è solo da gestire nella maniera più opportuna per evitare gli spiacevoli inconvenienti che possono capitare. Quelle tragedie annunciate hanno sollevato una grande indignazione. Nel caso della ThyssenKrupp, poi, anche i più scettici hanno potuto constatare il disprezzo da parte degli amministratori dell’azienda per la legislatura ufficiale relativa alle norme di sicurezza. Ma questo incidente e i suoi retroscena non hanno messo in luce solo l’opacità gestionale di quell’azienda (negare ogni responsabilità, attribuendola alla disattenzione delle vittime) e la trasparenza della sua strategia imprenditoriale (esseri umani e macchine costituiscono il capitale variabile e fisso al servizio del profitto): hanno evidenziato le condizioni presenti all’interno di tutte le aziende moderne. A confermarlo con brutalità è stato l’incidente di Molfetta, dove altri operai sono caduti uno dopo l’altro in quella che è stata definita una impresa-famiglia modello in cui tutti si volevano bene.
Al nord come al sud, nelle grandi come nelle piccole aziende, il lavoro uccide e fa stragi. Lo scorso anno in Italia sono stati registrati 8.000.000 di incidenti sul lavoro, cioè circa 21.917 al giorno, cioè circa 913 all’ora, cioè circa 15 al minuto, uno ogni 4 secondi. Qualche decennio fa tutti questi feriti e morti sarebbero stati considerati il tragico bollettino della guerra di classe, sangue proletario che grida vendetta: si tratta di altri tempi, tempi in cui i lavoratori italiani percepivano salari molto più alti e potevano anche permettersi il lusso di sognare la rivoluzione. Mentre oggi che la loro paga è la più bassa in Europa non c’è più guerra di classe, non si è più sfruttati dai «padroni», si viene ricompensati dagli «imprenditori»; non ci si scontra più nel «conflitto sociale», si dialoga nel «confronto fra le parti»; non si protesta contro gli «omicidi bianchi», si piange per i «morti sul lavoro». In mancanza di una rabbia da scatenare, in assenza di un nemico da odiare, di fronte a sindacati incapaci anche di indire uno sciopero subito dopo i recenti omicidi bianchi nella Torino operaia, non è affatto strano che una simile ecatombe abbia suscitato solo attestazioni di cordoglio e auspici di maggior responsabilità.
Ma questa esigenza “civile” di consentire a chiunque di poter lavorare in santa pace, stando al sicuro, più volte riesumata nell’ultimo periodo da un vecchio signore che siede al Quirinale, si scontra per forza di cose col carattere stesso dello sviluppo economico ed industriale. Malgrado gli sforzi di razionalizzazione da parte dei vari consulenti, malgrado i possibili decreti-legge da varare, lo sfruttamento immediato attraverso mezzi diretti è la regola che domina ovunque nel mondo del lavoro (dove le cassiere dei supermercati non possono neanche assentarsi per fare pipì). La sicurezza delle infrastrutture e dei salariati passa necessariamente in secondo piano rispetto al guadagno, anche perché l’incidente è una eventualità che non si può eliminare con un apposito investimento. Nessuna azienda garantisce sicurezza ai suoi dipendenti, né può farlo. Le più razionali imprese moderne sono fatte ad immagine della società che le produce, un miscuglio di razionalità necessaria alla gestione di massa e di irrazionalità adatta a produrre capitale in fretta e con facilità, qualsiasi siano i rischi che si corrono (siano essi umani, ambientali o penali).
I morti di Torino e Molfetta mostrano che i pericoli maggiori non si trovano laddove ci viene indicato. Non provengono da un aereo dirottato da fanatici musulmani, né da stranieri che attraversano clandestinamente le nostre frontiere. Non sono gli altri che ci minacciano, siamo noi stessi. È la vita che conduciamo la trappola da cui bisogna sottrarsi. Chi si ostina a indicare in una maggiore sicurezza sul lavoro la soluzione di ogni problema, farebbe bene a riflettere su quanto è accaduto nell’ottobre 1996 a Genova, quando sei operai morirono su una petroliera asfissiati dall’anidride carbonica sprigionata per spegnere un incendio: vittime dello stesso meccanismo che avrebbe dovuto proteggerli.
Oggi come allora si piangono i morti, ma si continua a restare indifferenti di fronte alla morte, a quella fabbrica di morte che è l’odierna organizzazione sociale — la cui colonna portante è il Lavoro — che ha raggiunto un livello tale di complessità da sfuggire a ogni controllo. Le strutture, le macchine, le istituzioni create dall’uomo per vivere la propria esistenza si sono dimostrate nocive, e ancora più nocivi sono spesso i sistemi adottati per correggere i guasti prodotti. Ma, anziché fermarsi e bloccare tutto, si continua ad andare avanti. Ad andare sul posto di lavoro, dove chi ha il privilegio di essere sfruttato in cambio di una quantità di denaro sempre più insufficiente — con cui si procurerà del cibo sempre più contaminato e sempre meno saporito e nutriente, da consumare in alloggi sempre più angusti e squallidi — potrà morire atrocemente mentre fa qualcosa di completamente inutile.
È arduo trovare un esempio più indicativo del mondo in cui viviamo, una sua espressione meglio miniaturizzata, di quello che ci fornisce quanto sta accadendo a Pianura, a Marigliano e nel circondario di Napoli. Un mondo sommerso dalla spazzatura che produce, minato nella salute dai veleni che diffonde, incapace di risolvere i problemi che esso stesso crea. Di fronte alle strade invase dalla spazzatura, di fronte all’esigenza di barricarsi in casa e all’impossibilità perfino di tenere aperte le finestre, cresce la consapevolezza di non avere più vie di uscita. Allora, la rabbia monta e non bastano più le antenne paraboliche per intrattenere nella quotidiana rassegnazione. A lungo covata e compressa, questa rabbia talvolta esplode senza guardare in faccia a nessuno ed è capace sia di attaccare con mezzi adeguati la polizia sia di respirare la diossina sprigionata dai roghi che accende. Contro tutto ciò la ragione politica, letteralmente, non sa più cosa fare. Sempre più in precario bilico sul consunto filo delle illusioni che la reggono, alla politica non rimane che annaspare nel vuoto, sbracciandosi per riuscire a riprendere l’equilibrio, rimandando in tutti i modi il momento della caduta. In Campania, prima calunnia la protesta attribuendola a losche infiltrazioni camorristiche, poi si rivolge a un supersbirro affinché si adoperi graziosamente per risolvere una situazione diventata una questione di ordine pubblico (peccato che la spazzatura non si liquefi come il sangue di San Gennaro, né che si possa disperdere a colpi di manganello come una manifestazione a Genova). In questo paesaggio desolato, i militari professionisti vengono riciclati sotto forma di poliziotti/netturbini e dispiegati, a seconda delle necessità di intervento, per liberare le strade dalle barricate o dai rifiuti.
Per tranquillizzare gli animi, anche e soprattutto in prospettiva di future “emergenze” sempre dietro l’angolo, il pensiero a senso unico dominante è costretto a martellare l’idea che a Napoli si è alle prese con un problema di mal governo, drammatico ma circoscritto.
Se così fosse, si potrebbe risolvere tutto con opportuni provvedimenti quali un cambio della guardia ai vertici, diligenti raccolte differenziate, accorte riduzioni dell’utilizzo di imballaggi, eccetera. Il messaggio che deve arrivare è: scusate il disagio locale, abbiate pazienza, ma stiamo lavorando per voi. Ma un’amministrazione più efficiente ed onesta, una popolazione più attenta ai comportamenti quotidiani, imprenditori più sensibili ad evitare sprechi, potranno mai fare qualcosa contro uno dei tanti sintomi della necrosi sociale e ambientale che avanza? Ha senso far sparire dalle strade tutte quelle tonnellate di spazzatura attraverso gli inceneritori per poi ritrovarsele dentro i polmoni?
No, il degrado di quelle zone non costituisce l’imbarazzante eccezione di un Paese sano e normale. È lo specchio di una civiltà intera, che ovunque nel mondo a ridosso delle metropoli apre discariche sociali sempre più sterminate in cui far confluire i propri rifiuti urbani. Scarti di merci e scarti di esseri umani si trovano a condividere gli stessi spazi, la stessa aria, lo stesso destino in quello che è stato definito un pianeta bidonville. Quando gli abitanti dei dintorni di Napoli raccontano le loro storie di povera gente costretta a vivere in case costruite in poche settimane, precarie e insicure, su terreni resi micidiali dalle sostanze tossiche industriali là sepolte, quando riconoscono che spinti dalla mancanza di un lavoro sono costretti a campare di espedienti, in mezzo a relazioni umane degradate, non stanno descrivendo un’avvilente storia locale. Stanno raccontando una storia universale.
È la stessa che potrebbero raccontare gli abitanti dei bustees di Calcutta, dei kampungs di Djakarta, degli iskwaters di Manila, dei shammasas di El Khartum, degli umjondolos di Durban,dei baladis del Cairo, degli intra-muros di Rabat, dei gecekondus di Ankara, dei conventillos di Quito, delle favelas del Brasile, delle villas miseria di Buenos Aires, delle colonias populares del Messico, ma anche dei ghetto di New York o dei HLM di Parigi. All’inizio del terzo millennio un miliardo di esseri umani sopravvivono in questi agglomerati di abitazioni costruite per i poveri, con materiali scadenti e di fortuna, che sorgono come funghi il più delle volte abusivamente alla periferia delle grandi città dove talvolta costituiscono interi quartieri. Se è vero che «l’evento più importante del XX secolo è la scomparsa dei contadini», se è vero che l’esodo rurale è diventato ormai irreversibile, ci troviamo di fronte alle conseguenze devastanti di un fenomeno mai presentatosi prima. Che sia per sfuggire alla guerra o alla fame, alle epidemie o ai debiti, alle carestie ambientali o alle politiche d’esproprio, o anche solo per la speranza di afferrare l’occasione di un avvenire migliore, milioni e milioni di esseri umani hanno abbandonato le zone rurali per riversarsi nelle città, o meglio nelle loro periferie. Per la prima volta nella storia dell’umanità, la maggioranza della popolazione mondiale si trova concentrata nello spazio ridotto dell’ambiente urbano.
Ma la conseguente mancanza di spazio spinge i poveri ad installarsi ovunque sia possibile, anche in zone pericolose, costringendoli ad una convivenza forzata, ad un sovraffollamento gravido di disperazioni ed insidie di varia natura.
Nemmeno la facile chiarezza delle cifre è in grado di trasformare in un problema tecnico quella che è e resta una incontestabile questione sociale. Ma a differenza del passato, quando erano le diverse visioni del mondo a scatenare conflitti, oggi siamo alle prese con le ricadute del trionfo planetario di un unico modello di vita contraddistinto dal consumo della merce e dall’obbedienza all’autorità. Offuscato dagli scarichi industriali, dai grattacieli, dalla montagne di spazzatura, per non parlare dei fumi causati dai bombardamenti, il sole rischia di non risplendere più sulla futura Umanità la cui mera sopravvivenza biologica sulla terra nei prossimi decenni è messa in dubbio da più parti. La catastrofe in corso è talmente estesa da essere diventata palpabile, visibile, respirabile, manifestandosi in tutti gli aspetti della quotidianità. Chi è persuaso della necessità immediata di una trasformazione sociale radicale si trova quindi davanti a un interrogativo: come può un’umanità senza più speranze e sogni, sfinita e disperante, disintegrata e marginalizzata, uscire dal vicolo cieco in cui si trova?
Le continue stragi di lavoro in tutta Italia, così come le tonnellate di spazzatura che da mesi invadono le strade di Napoli, sono lì a dimostrarci che non esistono facili soluzioni. Né norme di sicurezza più severe o ispettori più agguerriti e meno corrotti, né una civile raccolta differenziata basteranno per uscire da questo inferno sociale.
Di fronte al quotidiano sfilare delle bare, di fronte all’olezzo dei rifiuti sparsi per le strade, non c’è spazio per il massimalismo — si dirà. È ora di essere pratici e di dare risposte concrete. Pratico come un sistema d’allarme, concreto come un inceneritore? No, grazie. Che le vie di mezzo rischino di essere inevitabili in tutti i contesti su cui non si ha l’ultima parola, è una banalità difficile da negare. Ma perlomeno che siano l’esito involontario dello scontro fra due tensioni incompatibili, non il loro intenzionale accomodamento tattico! Contrariamente a quanto ritengono tutti i realisti, sostenere il massimo delle proprie aspirazioni non è consegnarsi ad una vanità irrealizzabile. Nel caso peggiore, senza dover nulla chiedere e nulla rinunciare dei propri propositi, si contribuirà a costringere la controparte alle maggiori “concessioni” possibili poiché si dilata l’estremo da mediare.
E poi, cosa abbiamo da perdere? Questo mondo è senza via d’uscita. Procrastinarne il crollo sarebbe ingannare se stessi e gli altri. Non c’è più tempo per i piccoli passi, che, per altro, dove ci hanno portato fino ad ora? Forse è meglio accelerare la fine. Perché almeno sarà la fine da noi voluta, non quella per noi preparata. E perché potrebbe rivelarsi un inizio.
Un tempo, dopo aver dato per scontato che è nostro dovere produrre, consumare ed obbedire, ci veniva concessa la “libertà” di scegliere la modalità di adempimento. Bisogna lavorare, ma quale mestiere? Bisogna votare, ma quale partito? Bisogna guardare la tv, ma quale canale? Ora ci stiamo accorgendo che anche questa è una menzogna, una semplice illusione. Il precariato non ci darà mai la sensazione di conoscere un mestiere, le elezioni presentano candidati perfettamente intercambiabili, quanto alla televisione è un’unica merda. Non possiamo esprimerci sul cosa, non possiamo interrogarci sul perché, e non abbiamo molta voce in capitolo neppure sul come. Restano però le conseguenze. Di quelle sì, che possiamo ancora discutere appassionatamente.
Gli “incidenti” mortali sul lavoro succedutisi nello spazio di pochi mesi in Piemonte, in Liguria, in Puglia,... — hanno fornito una concreta dimostrazione di quanto a fondo sia radicata la convinzione che l’essere umano sia circondato dal suo habitat naturale, che è solo da gestire nella maniera più opportuna per evitare gli spiacevoli inconvenienti che possono capitare. Quelle tragedie annunciate hanno sollevato una grande indignazione. Nel caso della ThyssenKrupp, poi, anche i più scettici hanno potuto constatare il disprezzo da parte degli amministratori dell’azienda per la legislatura ufficiale relativa alle norme di sicurezza. Ma questo incidente e i suoi retroscena non hanno messo in luce solo l’opacità gestionale di quell’azienda (negare ogni responsabilità, attribuendola alla disattenzione delle vittime) e la trasparenza della sua strategia imprenditoriale (esseri umani e macchine costituiscono il capitale variabile e fisso al servizio del profitto): hanno evidenziato le condizioni presenti all’interno di tutte le aziende moderne. A confermarlo con brutalità è stato l’incidente di Molfetta, dove altri operai sono caduti uno dopo l’altro in quella che è stata definita una impresa-famiglia modello in cui tutti si volevano bene.
Al nord come al sud, nelle grandi come nelle piccole aziende, il lavoro uccide e fa stragi. Lo scorso anno in Italia sono stati registrati 8.000.000 di incidenti sul lavoro, cioè circa 21.917 al giorno, cioè circa 913 all’ora, cioè circa 15 al minuto, uno ogni 4 secondi. Qualche decennio fa tutti questi feriti e morti sarebbero stati considerati il tragico bollettino della guerra di classe, sangue proletario che grida vendetta: si tratta di altri tempi, tempi in cui i lavoratori italiani percepivano salari molto più alti e potevano anche permettersi il lusso di sognare la rivoluzione. Mentre oggi che la loro paga è la più bassa in Europa non c’è più guerra di classe, non si è più sfruttati dai «padroni», si viene ricompensati dagli «imprenditori»; non ci si scontra più nel «conflitto sociale», si dialoga nel «confronto fra le parti»; non si protesta contro gli «omicidi bianchi», si piange per i «morti sul lavoro». In mancanza di una rabbia da scatenare, in assenza di un nemico da odiare, di fronte a sindacati incapaci anche di indire uno sciopero subito dopo i recenti omicidi bianchi nella Torino operaia, non è affatto strano che una simile ecatombe abbia suscitato solo attestazioni di cordoglio e auspici di maggior responsabilità.
Ma questa esigenza “civile” di consentire a chiunque di poter lavorare in santa pace, stando al sicuro, più volte riesumata nell’ultimo periodo da un vecchio signore che siede al Quirinale, si scontra per forza di cose col carattere stesso dello sviluppo economico ed industriale. Malgrado gli sforzi di razionalizzazione da parte dei vari consulenti, malgrado i possibili decreti-legge da varare, lo sfruttamento immediato attraverso mezzi diretti è la regola che domina ovunque nel mondo del lavoro (dove le cassiere dei supermercati non possono neanche assentarsi per fare pipì). La sicurezza delle infrastrutture e dei salariati passa necessariamente in secondo piano rispetto al guadagno, anche perché l’incidente è una eventualità che non si può eliminare con un apposito investimento. Nessuna azienda garantisce sicurezza ai suoi dipendenti, né può farlo. Le più razionali imprese moderne sono fatte ad immagine della società che le produce, un miscuglio di razionalità necessaria alla gestione di massa e di irrazionalità adatta a produrre capitale in fretta e con facilità, qualsiasi siano i rischi che si corrono (siano essi umani, ambientali o penali).
I morti di Torino e Molfetta mostrano che i pericoli maggiori non si trovano laddove ci viene indicato. Non provengono da un aereo dirottato da fanatici musulmani, né da stranieri che attraversano clandestinamente le nostre frontiere. Non sono gli altri che ci minacciano, siamo noi stessi. È la vita che conduciamo la trappola da cui bisogna sottrarsi. Chi si ostina a indicare in una maggiore sicurezza sul lavoro la soluzione di ogni problema, farebbe bene a riflettere su quanto è accaduto nell’ottobre 1996 a Genova, quando sei operai morirono su una petroliera asfissiati dall’anidride carbonica sprigionata per spegnere un incendio: vittime dello stesso meccanismo che avrebbe dovuto proteggerli.
Oggi come allora si piangono i morti, ma si continua a restare indifferenti di fronte alla morte, a quella fabbrica di morte che è l’odierna organizzazione sociale — la cui colonna portante è il Lavoro — che ha raggiunto un livello tale di complessità da sfuggire a ogni controllo. Le strutture, le macchine, le istituzioni create dall’uomo per vivere la propria esistenza si sono dimostrate nocive, e ancora più nocivi sono spesso i sistemi adottati per correggere i guasti prodotti. Ma, anziché fermarsi e bloccare tutto, si continua ad andare avanti. Ad andare sul posto di lavoro, dove chi ha il privilegio di essere sfruttato in cambio di una quantità di denaro sempre più insufficiente — con cui si procurerà del cibo sempre più contaminato e sempre meno saporito e nutriente, da consumare in alloggi sempre più angusti e squallidi — potrà morire atrocemente mentre fa qualcosa di completamente inutile.
È arduo trovare un esempio più indicativo del mondo in cui viviamo, una sua espressione meglio miniaturizzata, di quello che ci fornisce quanto sta accadendo a Pianura, a Marigliano e nel circondario di Napoli. Un mondo sommerso dalla spazzatura che produce, minato nella salute dai veleni che diffonde, incapace di risolvere i problemi che esso stesso crea. Di fronte alle strade invase dalla spazzatura, di fronte all’esigenza di barricarsi in casa e all’impossibilità perfino di tenere aperte le finestre, cresce la consapevolezza di non avere più vie di uscita. Allora, la rabbia monta e non bastano più le antenne paraboliche per intrattenere nella quotidiana rassegnazione. A lungo covata e compressa, questa rabbia talvolta esplode senza guardare in faccia a nessuno ed è capace sia di attaccare con mezzi adeguati la polizia sia di respirare la diossina sprigionata dai roghi che accende. Contro tutto ciò la ragione politica, letteralmente, non sa più cosa fare. Sempre più in precario bilico sul consunto filo delle illusioni che la reggono, alla politica non rimane che annaspare nel vuoto, sbracciandosi per riuscire a riprendere l’equilibrio, rimandando in tutti i modi il momento della caduta. In Campania, prima calunnia la protesta attribuendola a losche infiltrazioni camorristiche, poi si rivolge a un supersbirro affinché si adoperi graziosamente per risolvere una situazione diventata una questione di ordine pubblico (peccato che la spazzatura non si liquefi come il sangue di San Gennaro, né che si possa disperdere a colpi di manganello come una manifestazione a Genova). In questo paesaggio desolato, i militari professionisti vengono riciclati sotto forma di poliziotti/netturbini e dispiegati, a seconda delle necessità di intervento, per liberare le strade dalle barricate o dai rifiuti.
Per tranquillizzare gli animi, anche e soprattutto in prospettiva di future “emergenze” sempre dietro l’angolo, il pensiero a senso unico dominante è costretto a martellare l’idea che a Napoli si è alle prese con un problema di mal governo, drammatico ma circoscritto.
Se così fosse, si potrebbe risolvere tutto con opportuni provvedimenti quali un cambio della guardia ai vertici, diligenti raccolte differenziate, accorte riduzioni dell’utilizzo di imballaggi, eccetera. Il messaggio che deve arrivare è: scusate il disagio locale, abbiate pazienza, ma stiamo lavorando per voi. Ma un’amministrazione più efficiente ed onesta, una popolazione più attenta ai comportamenti quotidiani, imprenditori più sensibili ad evitare sprechi, potranno mai fare qualcosa contro uno dei tanti sintomi della necrosi sociale e ambientale che avanza? Ha senso far sparire dalle strade tutte quelle tonnellate di spazzatura attraverso gli inceneritori per poi ritrovarsele dentro i polmoni?
No, il degrado di quelle zone non costituisce l’imbarazzante eccezione di un Paese sano e normale. È lo specchio di una civiltà intera, che ovunque nel mondo a ridosso delle metropoli apre discariche sociali sempre più sterminate in cui far confluire i propri rifiuti urbani. Scarti di merci e scarti di esseri umani si trovano a condividere gli stessi spazi, la stessa aria, lo stesso destino in quello che è stato definito un pianeta bidonville. Quando gli abitanti dei dintorni di Napoli raccontano le loro storie di povera gente costretta a vivere in case costruite in poche settimane, precarie e insicure, su terreni resi micidiali dalle sostanze tossiche industriali là sepolte, quando riconoscono che spinti dalla mancanza di un lavoro sono costretti a campare di espedienti, in mezzo a relazioni umane degradate, non stanno descrivendo un’avvilente storia locale. Stanno raccontando una storia universale.
È la stessa che potrebbero raccontare gli abitanti dei bustees di Calcutta, dei kampungs di Djakarta, degli iskwaters di Manila, dei shammasas di El Khartum, degli umjondolos di Durban,dei baladis del Cairo, degli intra-muros di Rabat, dei gecekondus di Ankara, dei conventillos di Quito, delle favelas del Brasile, delle villas miseria di Buenos Aires, delle colonias populares del Messico, ma anche dei ghetto di New York o dei HLM di Parigi. All’inizio del terzo millennio un miliardo di esseri umani sopravvivono in questi agglomerati di abitazioni costruite per i poveri, con materiali scadenti e di fortuna, che sorgono come funghi il più delle volte abusivamente alla periferia delle grandi città dove talvolta costituiscono interi quartieri. Se è vero che «l’evento più importante del XX secolo è la scomparsa dei contadini», se è vero che l’esodo rurale è diventato ormai irreversibile, ci troviamo di fronte alle conseguenze devastanti di un fenomeno mai presentatosi prima. Che sia per sfuggire alla guerra o alla fame, alle epidemie o ai debiti, alle carestie ambientali o alle politiche d’esproprio, o anche solo per la speranza di afferrare l’occasione di un avvenire migliore, milioni e milioni di esseri umani hanno abbandonato le zone rurali per riversarsi nelle città, o meglio nelle loro periferie. Per la prima volta nella storia dell’umanità, la maggioranza della popolazione mondiale si trova concentrata nello spazio ridotto dell’ambiente urbano.
Ma la conseguente mancanza di spazio spinge i poveri ad installarsi ovunque sia possibile, anche in zone pericolose, costringendoli ad una convivenza forzata, ad un sovraffollamento gravido di disperazioni ed insidie di varia natura.
Nemmeno la facile chiarezza delle cifre è in grado di trasformare in un problema tecnico quella che è e resta una incontestabile questione sociale. Ma a differenza del passato, quando erano le diverse visioni del mondo a scatenare conflitti, oggi siamo alle prese con le ricadute del trionfo planetario di un unico modello di vita contraddistinto dal consumo della merce e dall’obbedienza all’autorità. Offuscato dagli scarichi industriali, dai grattacieli, dalla montagne di spazzatura, per non parlare dei fumi causati dai bombardamenti, il sole rischia di non risplendere più sulla futura Umanità la cui mera sopravvivenza biologica sulla terra nei prossimi decenni è messa in dubbio da più parti. La catastrofe in corso è talmente estesa da essere diventata palpabile, visibile, respirabile, manifestandosi in tutti gli aspetti della quotidianità. Chi è persuaso della necessità immediata di una trasformazione sociale radicale si trova quindi davanti a un interrogativo: come può un’umanità senza più speranze e sogni, sfinita e disperante, disintegrata e marginalizzata, uscire dal vicolo cieco in cui si trova?
Le continue stragi di lavoro in tutta Italia, così come le tonnellate di spazzatura che da mesi invadono le strade di Napoli, sono lì a dimostrarci che non esistono facili soluzioni. Né norme di sicurezza più severe o ispettori più agguerriti e meno corrotti, né una civile raccolta differenziata basteranno per uscire da questo inferno sociale.
Di fronte al quotidiano sfilare delle bare, di fronte all’olezzo dei rifiuti sparsi per le strade, non c’è spazio per il massimalismo — si dirà. È ora di essere pratici e di dare risposte concrete. Pratico come un sistema d’allarme, concreto come un inceneritore? No, grazie. Che le vie di mezzo rischino di essere inevitabili in tutti i contesti su cui non si ha l’ultima parola, è una banalità difficile da negare. Ma perlomeno che siano l’esito involontario dello scontro fra due tensioni incompatibili, non il loro intenzionale accomodamento tattico! Contrariamente a quanto ritengono tutti i realisti, sostenere il massimo delle proprie aspirazioni non è consegnarsi ad una vanità irrealizzabile. Nel caso peggiore, senza dover nulla chiedere e nulla rinunciare dei propri propositi, si contribuirà a costringere la controparte alle maggiori “concessioni” possibili poiché si dilata l’estremo da mediare.
E poi, cosa abbiamo da perdere? Questo mondo è senza via d’uscita. Procrastinarne il crollo sarebbe ingannare se stessi e gli altri. Non c’è più tempo per i piccoli passi, che, per altro, dove ci hanno portato fino ad ora? Forse è meglio accelerare la fine. Perché almeno sarà la fine da noi voluta, non quella per noi preparata. E perché potrebbe rivelarsi un inizio.
L’APPARENZA DELLA PRATICA
L’uomo cerca risposte efficaci agli interrogativi che lo attanagliano. Pensa di solito in termini di utilità pratica ogni problema che gli si pone. Considera efficace una risposta quando ne può trarre un’utilità per la vita pratica, quando la sua attività funzionale produce oggetti pratici per l’uso quotidiano.
L’uomo sottopone il suo pensiero ad uno sforzo incessante nella ricerca di soluzioni utilizzabili praticamente. Non si accontenta delle soluzioni del passato e aspetta dal futuro il superamento delle imperfezioni presenti o trascorse.
Il pensiero, nella sua ricerca febbrile, rischiara come un lampo l’oscurità del futuro e apre agli uomini le possibilità di soluzione ch’esso contiene. O meglio, fornisce loro per un attimo la chiave.
Ma in ogni fulminea illuminazione la chiave può essere afferrata soltanto per poco. Chi l’afferra procede, chi non l’afferra rimane fermo sulle vecchie posizioni. Ma chi ha potuto afferrare la chiave avrà realmente raggiunto la compiutezza?
Quali vantaggi ha nei confronti di chi si serve ancora della vecchia chiave e crede ai vecchi argomenti, dal momento che entrambi saranno superati se domani una nuova chiave venisse scoperta?
Immersi nella soluzione di problemi pratici, non avvertiamo l’altra domanda: può l’uomo raggiungere la compiutezza cui aspira se mira sempre e soltanto a fini di utilità pratica? Comunque, il passato non ha ancora offerto la prova che su questa via ci si sia avvicinati alla compiutezza pratica. Dimostra semmai che l’uomo non ha ancora raggiunto lo scopo che si è prefisso. Ogni sforzo verso la compiutezza pratica, verso l’oggetto pratico compiuto, naufraga davanti alla verità o realtà dell’essere, che non è oggettivo.
È ragionevole supporre che l’umanità potrebbe pervenire in modo più rapido e sicuro ai risultati pratici desiderati se fosse unita in un’unica società. Invece ognuno tenta continuamente di raggiungere con le proprie forze il fine pratico che gli appare desiderabile.
L’uomo possiede un mezzo: il movimento. Il suo compito più urgente gli sembra quello di fare in modo che nel mondo pratico ci sia un’equilibrata ripartizione del movimento delle masse. Solo così le masse possono progredire uniformemente e solo allora si mantengono in equilibrio pratico. In ciò consiste il più alto obiettivo di ogni riflessione pratico-economica, che deve trovare la sua espressione nell’equilibrio generale. Non appena però qualcuno si fa avanti ed esce dalla massa, comincia a dividerla, oppure se la trascina dietro.
Il mondo dell’oggettività pratica mira a raggiungere una totalità pratica di tipo unitario. A tale scopo ha indirizzato il suo sforzo esclusivamente verso soluzioni pratiche, dividendosi in una molteplicità di occupazioni e cedendo a ognuna di esse una parte del peso totale.
Il pensiero, che ha inventato il mondo dell’oggettività pratica, avrebbe potuto raggiungere altrettanto bene una rappresentazione non-oggettiva se avesse abbandonato questa caccia insensata alle raffigurazioni della fantasia. Creando l’idea di utilità pratica ha però dimostrato d’essere incapace di raggiungere la compiutezza finale della rappresentazione pratica.
Il pensiero si fonda sull’utilità pratica, dunque sopra gli errori del passato, e vuole correggerli costantemente. Ciò non impedisce tuttavia che in futuro queste correzioni possano apparire a loro volta errate. Cionondimeno il pensiero è convinto che nel “futuro” si celi la panacea universale. Esso si attende la liberazione dalle sue manchevolezze e un aiuto a raggiungere quella perfezione del mondo pratico a cui non è pervenuto in passato. L’uomo si aspetta dal futuro la rettifica degli errori del passato. Si può però dire con sicurezza che tali correzioni non condurranno alla perfezione dell’essere pratico. L’essere come idea pratica guida la nostra coscienza da una incompiutezza all’altra. La rappresentazione dell’essere è sempre solo una propria rappresentazione; ma la vera essenza rimane sconosciuta. Così, non ci si può aspettare dal futuro nessuna compiutezza pratica. Tutte le conquiste pratico-scientifiche sono solo apparenti.
Tutto ciò che è pratico rivela l’insufficienza di ieri. La sfera pratico-utilitaria si perfeziona quotidianamente, ma tutti i miglioramenti toccano solo l’involucro, mentre il nocciolo rimane inadeguato. La civiltà fondata sulla sola pratica è costruita su una logica molto strana: accumulazione di valori da un lato e loro distruzione dall’altro. Così l’essere pratico governa la coscienza dell’uomo. Nessun oggetto può salvarsi dall’effetto prodotto da questa strana logica. L’uomo non può condurre i suoi pensieri fino in fondo. Perciò le cose pratiche, insufficientemente pensate, vengono annientate.
Dalle affermazioni precedenti si può dedurre che l’uomo, nella sua essenza, non è un essere pratico né mai completamente razionale. L’intera civiltà, costituita dalle conquiste pratico-tecniche, è tanto manchevole quanto l’intelletto che la governa. Nessuna cosa o oggetto possono mai essere portati alla compiutezza pratica. Non ci fu, non c’è, né mai ci sarà un oggetto perfetto.
La tecnica scientifica ha scelto la via dell’intelletto per raggiungere risultati logicamente pensati. Ma non riuscirà a centrare il suo bersaglio perché nulla si lascia pensare compiutamente: nessun oggetto ha limiti chiaramente conoscibili al cui interno sia possibile pensarlo a fondo.
Essere pratici significa poter prevedere le cose. Ma allora ogni previsione può essere solo una rappresentazione di avvenimenti possibili o un loro calcolo teorico, e non ci può essere una previsione autentica e precisa. La realtà è inafferrabile. Ora, poiché un fatto “non-oggettivo” non è ammissibile dal punto di vista “logico-scientifico” o “politico”, lo Stato e la società hanno valorizzato praticamente e utilitaristicamente soltanto le caratteristiche esteriori della realtà.
La tecnica scientifica e la politica economica hanno dimostrato di essere incapaci di risolvere il problema della civiltà pratico-oggettiva, di rendere compiuta questa civiltà e di realizzarla praticamente. Se, dopo millenni di tentativi all’interno di civiltà pratico-oggettive fondate sul sapere scientifico, si è giunti a un nulla di fatto, perché non fare anche un tentativo sulla base di un piano non-oggettivo? Un piano cioè di azioni non scientifiche e non logiche, al di fuori di ogni questione di credibilità e validità; un piano che rifiuti ogni significato e fondamento di ordine meramente razionale.
Prigioniero dell’idea del realismo pratico, l’uomo vuole formare l’intera natura secondo il proprio progetto ideale. Tutto il realismo pratico, oggettivo, scientificamente fondato, e tutta la sua civiltà sono però un’idea irrealizzabile. Qui sparisce ogni rappresentazione di idealità, di utilità, di compiutezza.
L’uomo sottopone il suo pensiero ad uno sforzo incessante nella ricerca di soluzioni utilizzabili praticamente. Non si accontenta delle soluzioni del passato e aspetta dal futuro il superamento delle imperfezioni presenti o trascorse.
Il pensiero, nella sua ricerca febbrile, rischiara come un lampo l’oscurità del futuro e apre agli uomini le possibilità di soluzione ch’esso contiene. O meglio, fornisce loro per un attimo la chiave.
Ma in ogni fulminea illuminazione la chiave può essere afferrata soltanto per poco. Chi l’afferra procede, chi non l’afferra rimane fermo sulle vecchie posizioni. Ma chi ha potuto afferrare la chiave avrà realmente raggiunto la compiutezza?
Quali vantaggi ha nei confronti di chi si serve ancora della vecchia chiave e crede ai vecchi argomenti, dal momento che entrambi saranno superati se domani una nuova chiave venisse scoperta?
Immersi nella soluzione di problemi pratici, non avvertiamo l’altra domanda: può l’uomo raggiungere la compiutezza cui aspira se mira sempre e soltanto a fini di utilità pratica? Comunque, il passato non ha ancora offerto la prova che su questa via ci si sia avvicinati alla compiutezza pratica. Dimostra semmai che l’uomo non ha ancora raggiunto lo scopo che si è prefisso. Ogni sforzo verso la compiutezza pratica, verso l’oggetto pratico compiuto, naufraga davanti alla verità o realtà dell’essere, che non è oggettivo.
È ragionevole supporre che l’umanità potrebbe pervenire in modo più rapido e sicuro ai risultati pratici desiderati se fosse unita in un’unica società. Invece ognuno tenta continuamente di raggiungere con le proprie forze il fine pratico che gli appare desiderabile.
L’uomo possiede un mezzo: il movimento. Il suo compito più urgente gli sembra quello di fare in modo che nel mondo pratico ci sia un’equilibrata ripartizione del movimento delle masse. Solo così le masse possono progredire uniformemente e solo allora si mantengono in equilibrio pratico. In ciò consiste il più alto obiettivo di ogni riflessione pratico-economica, che deve trovare la sua espressione nell’equilibrio generale. Non appena però qualcuno si fa avanti ed esce dalla massa, comincia a dividerla, oppure se la trascina dietro.
Il mondo dell’oggettività pratica mira a raggiungere una totalità pratica di tipo unitario. A tale scopo ha indirizzato il suo sforzo esclusivamente verso soluzioni pratiche, dividendosi in una molteplicità di occupazioni e cedendo a ognuna di esse una parte del peso totale.
Il pensiero, che ha inventato il mondo dell’oggettività pratica, avrebbe potuto raggiungere altrettanto bene una rappresentazione non-oggettiva se avesse abbandonato questa caccia insensata alle raffigurazioni della fantasia. Creando l’idea di utilità pratica ha però dimostrato d’essere incapace di raggiungere la compiutezza finale della rappresentazione pratica.
Il pensiero si fonda sull’utilità pratica, dunque sopra gli errori del passato, e vuole correggerli costantemente. Ciò non impedisce tuttavia che in futuro queste correzioni possano apparire a loro volta errate. Cionondimeno il pensiero è convinto che nel “futuro” si celi la panacea universale. Esso si attende la liberazione dalle sue manchevolezze e un aiuto a raggiungere quella perfezione del mondo pratico a cui non è pervenuto in passato. L’uomo si aspetta dal futuro la rettifica degli errori del passato. Si può però dire con sicurezza che tali correzioni non condurranno alla perfezione dell’essere pratico. L’essere come idea pratica guida la nostra coscienza da una incompiutezza all’altra. La rappresentazione dell’essere è sempre solo una propria rappresentazione; ma la vera essenza rimane sconosciuta. Così, non ci si può aspettare dal futuro nessuna compiutezza pratica. Tutte le conquiste pratico-scientifiche sono solo apparenti.
Tutto ciò che è pratico rivela l’insufficienza di ieri. La sfera pratico-utilitaria si perfeziona quotidianamente, ma tutti i miglioramenti toccano solo l’involucro, mentre il nocciolo rimane inadeguato. La civiltà fondata sulla sola pratica è costruita su una logica molto strana: accumulazione di valori da un lato e loro distruzione dall’altro. Così l’essere pratico governa la coscienza dell’uomo. Nessun oggetto può salvarsi dall’effetto prodotto da questa strana logica. L’uomo non può condurre i suoi pensieri fino in fondo. Perciò le cose pratiche, insufficientemente pensate, vengono annientate.
Dalle affermazioni precedenti si può dedurre che l’uomo, nella sua essenza, non è un essere pratico né mai completamente razionale. L’intera civiltà, costituita dalle conquiste pratico-tecniche, è tanto manchevole quanto l’intelletto che la governa. Nessuna cosa o oggetto possono mai essere portati alla compiutezza pratica. Non ci fu, non c’è, né mai ci sarà un oggetto perfetto.
La tecnica scientifica ha scelto la via dell’intelletto per raggiungere risultati logicamente pensati. Ma non riuscirà a centrare il suo bersaglio perché nulla si lascia pensare compiutamente: nessun oggetto ha limiti chiaramente conoscibili al cui interno sia possibile pensarlo a fondo.
Essere pratici significa poter prevedere le cose. Ma allora ogni previsione può essere solo una rappresentazione di avvenimenti possibili o un loro calcolo teorico, e non ci può essere una previsione autentica e precisa. La realtà è inafferrabile. Ora, poiché un fatto “non-oggettivo” non è ammissibile dal punto di vista “logico-scientifico” o “politico”, lo Stato e la società hanno valorizzato praticamente e utilitaristicamente soltanto le caratteristiche esteriori della realtà.
La tecnica scientifica e la politica economica hanno dimostrato di essere incapaci di risolvere il problema della civiltà pratico-oggettiva, di rendere compiuta questa civiltà e di realizzarla praticamente. Se, dopo millenni di tentativi all’interno di civiltà pratico-oggettive fondate sul sapere scientifico, si è giunti a un nulla di fatto, perché non fare anche un tentativo sulla base di un piano non-oggettivo? Un piano cioè di azioni non scientifiche e non logiche, al di fuori di ogni questione di credibilità e validità; un piano che rifiuti ogni significato e fondamento di ordine meramente razionale.
Prigioniero dell’idea del realismo pratico, l’uomo vuole formare l’intera natura secondo il proprio progetto ideale. Tutto il realismo pratico, oggettivo, scientificamente fondato, e tutta la sua civiltà sono però un’idea irrealizzabile. Qui sparisce ogni rappresentazione di idealità, di utilità, di compiutezza.
ALLA RICERCA DI RISORSE OSCURE
Sappiamo tutti che la disoccupazione non sarà mai soppressa. Gli affari vanno male? Si licenzia. Gli affari vanno bene? Si investe nell’automazione e si licenzia. Una volta ci volevano i lavoratori perché ci fosse lavoro, oggi ci vuole il lavoro affinché ci siano lavoratori. Ma nessuno sa cosa farci, le macchine lavorano più in fretta e costano meno. L’automazione è sempre stato il sogno dell’umanità, se già duemilatrecento anni fa Aristotele affermava: «Se ogni utensile potesse eseguire senza comando, da solo, le sue operazioni, se per esempio le spole dei tessitori tessessero da sole, il capofficina non avrebbe più bisogno di aiuti, né il padrone di schiavi».
Oggi questo sogno si è realizzato ma è diventato un incubo per tutti, perché i rapporti sociali non sono progrediti come la tecnica, ma semmai sono regrediti grazie alla tecnica. E questo processo è irreversibile: mai più i lavoratori verranno a sostituire i robot. Inoltre, laddove il lavoro «umano» è ancora indispensabile, lo si delocalizza verso paesi con salari più bassi, oppure si importano immigrati sottopagati per farlo, in una spirale discendente che solo la restaurazione della schiavitù potrebbe fermare.
Tutti lo sanno, ma nessuno può dirlo. Ufficialmente, è sempre «la lotta contro la disoccupazione» a tenere banco. Si traffica in statistiche, si «tengono occupati» i disoccupati nel senso militare della parola, si moltiplicano noiosi controlli. E siccome, malgrado tutto, simile misure non possono bastare, si aggiunge una losca morale affermando che i disoccupati sarebbero responsabili della propria sorte, esigendo da loro una ricerca attiva d’impiego. Il tutto per costringere la realtà a rientrare nel modello della propaganda.
«Disoccupazione» è una brutta parola, una idea negativa, il rovescio di una medaglia al lavoro. Un disoccupato è solo un lavoratore senza lavoro. Il che non dice nulla della persona come poeta, come girandolone, come cercatore, come essere che respira. In pubblico, si ha diritto soltanto a parlare di mancanza di lavoro. Solo in privato, al riparo da giornalisti, sociologi e altri spandimerda ci si può permettere di dire quel che si ha nel cuore: «Sono stato appena licenziato, grande! Finalmente potrò fare festa tutte le sere, mangiare qualcos’altro dei cibi precotti, coccolare senza limiti».
Occorre abolire questa separazione fra virtù private e pubblici vizi? Ci viene detto che non è il momento, che ciò sembrerebbe una provocazione, che farebbe il gioco dei borghesi. Decine di anni fa, i lavoratori potevano mettere il loro lavoro — e il lavoro — in discussione. Oggi devono ritenersi felici per la sola ragione che non sono “vittime” della disoccupazione, e i disoccupati devono ritenersi infelici per la sola ragione che non hanno lavoro. Meglio ridere di un ricatto del genere.
Quando l’etica del lavoro è perduta, la paura della disoccupazione resta la più solida frusta per accrescere il servilismo. Un certo Schmilinsky, consigliere d’impresa per l’eliminazione dei fannulloni, lo dice nel modo più chiaro possibile: «In una scuderia, voi decidete sia quale cavallo deve avere una ricompensa sia quale non riceve nulla. Le imprese che vogliono sopravvivere oggi devono essere talvolta implacabili. Troppa bontà può spezzare loro le reni. Io consiglio ai miei clienti di agire con pugno di ferro in guanto di velluto. Oggigiorno, i lavoratori si guardano attorno e vedono dappertutto posti di lavoro soppressi. Nessuno ha davvero voglia di farsi notare per un comportamento disdicevole. Le imprese tendono ad utilizzare sempre più questo sentimento di insicurezza, al fine di ridurre molto le ore di lavoro perso».
Il lavoro è solo una questione di sopravvivenza. Il calzolaio o l’ebanista erano fieri della loro arte. E gli operai dei cantieri navali trattenevano una lacrima quando vedevano partire lontano le navi che avevano costruito. Ma questo sentimento di valere qualcosa, di essere utile, a se stessi come agli altri, è scomparso nel 95% dei job. Il settore dei «servizi» impiega solo domestici e appendici informatiche che non hanno ragione alcuna di essere fieri. Dal vigilante al tecnico di sistemi d’allarme, un branco di cani da guardia sono pagati solo per sorvegliare che venga retribuito ciò che senza di loro potrebbe essere gratuito. E in effetti anche un medico non è che un rappresentante di commercio delle multinazionali farmaceutiche. Chi può ancora dirsi utile agli altri? La domanda non è più «A cosa serve?», bensì «Quanto fa guadagnare?». Il solo obiettivo di ogni lavoro particolare è aumentare i profitti dell’impresa, così come il solo rapporto del lavoratore col suo lavoro è il salario che percepirà.
La disoccupazione esiste proprio perché è il denaro, e non la cosiddetta utilità sociale, ad essere lo scopo ultimo del lavoro. Il pieno impiego è la crisi economica, la disoccupazione è la salute del mercato. Cosa accade quando un’impresa annuncia una carrettata di licenziamenti? Gli azionisti saltano di gioia, gli speculatori applaudono per la sua strategia di risanamento, le azioni si impennano, ed il prossimo bilancio testimonierà i benefici così generati. Tanto che si può ben dire che i disoccupati creano più profitto dei loro ex-colleghi. Quindi sarebbe talmente logico ricompensarli per il loro contributo alla crescita, che c’è chi reclama una retribuzione per il non-lavoro.
Consideriamo ciò che sosteneva il suprematista Kazimir Malevich, quando scriveva nel 1921: «Il denaro non è altro che un pezzetto di pigrizia. Quanto più se ne avrà a disposizione, tanto più si conoscerà la felicità della pigrizia.. [...] Usufruiscono della pigrizia soltanto coloro che si sono procurati un capitale. Così la classe dei capitalisti si è affrancata dal lavoro, dal quale tutta l’umanità deve affrancarsi». Se il disoccupato è infelice non è perché è senza lavoro, ma perché è senza denaro. Quindi non diciamo più «richiedente impiego» ma «richiedente denaro», basta «ricerca attiva d’un impiego» ma «ricerca attiva di denaro». Le cose saranno più chiare. Fuori dal privilegio di essere sfruttati sul posto di lavoro, bisogna colmare questa mancanza andando alla ricerca di risorse oscure. Ciò significa che non facciamo propaganda per qualcosa che è già là, che bisogna solo afferrare per poterlo gustare. I momenti rubati all’obbligo salariale sono solo fugaci evocazioni di un aldilà del mercato.
Se il disoccupato è infelice, è anche perché il lavoro è il solo valore sociale che conosca. Non ha più nulla da fare, si annoia, non conosce più nessuno, perché il lavoro è spesso l’unico legame sociale disponibile. La cosa, del resto, vale anche per i pensionati. È ovvio che la causa di una simile miseria esistenziale è da ricercare nel lavoro, non nella disoccupazione in sé.
Tutti i disoccupati dispongono in ogni caso di una cosa inestimabile: il tempo. Ecco cosa potrebbe costituire una possibilità storica, la possibilità di condurre una vita piena di significato e di gioia, di ragione e di passione. È possibile definire il nostro scopo una riconquista del tempo. Chi non lavora è quindi tutto tranne che inattivo, mentre la sedicente «popolazione attiva» può solo obbedire passivamente al destino e agli ordini dei suoi superiori nella gerarchia sociale. Ed è proprio perché i disoccupati volontari sono pieni di cose da fare, scoprire, inventare, sognare, che non hanno il tempo di lavorare.
Come diceva un fuorilegge reso celebre dalle sue avventure: «Non volevo che la mia vita fosse regolata in partenza o decisa da altri. Se alle sei del mattino avevo voglia di fare all’amore, volevo prendermi il tempo di farlo senza guardare l’orologio. Volevo vivere senza orari, ritenendo che la prima schiavitù dell’uomo è comparsa nel momento in cui si è messo a calcolare il tempo. Mi risuonavano in testa tutte le frasi abituali della vita corrente... Non ho il tempo di...! Arrivare in tempo...! Guadagnare tempo...! Perdere il proprio tempo...! Io volevo “avere il tempo di vivere” e l’unico modo per riuscirci era non esserne schiavo. Ero conscio dell’irrazionalità della mia teoria, inapplicabile nella società. Ma che cos’era, poi, questa società, con i suoi bei principi e le sue leggi?».
C’è chi ribatterà che il disoccupato è senza lavoro solo nel senso attuale della parola «lavoro», cioè «lavoro salariato». Bisogna qui precisare che è ripugnante cercare un lavoro salariato quanto lo è cercare un lavoro da schiavo. Affinché lo si sappia, esistono solo due tipi di lavoro: il salariato e la schiavitù. Certo, esistono anche studenti, artisti e altri fanfaroni che non possono scrivere il più piccolo pezzo di carta o lappare la minima scodella senza pretendere di dedicarsi con ciò ad un importante «lavoro». Anche parecchi «sovversivi» non possono organizzare «seminari» anticapitalisti senza portare «dibattiti produttivi» dentro a «gruppi di lavoro». Miserabili parole, miserabili pensieri.
Non è da oggi che la parola «lavoro» è una parola segnata dall’infelicità. Arbeit è probabilmente formata su un verbo germanico scomparso il cui significato era «essere orfano, essere un bambino utilizzato per un rude compito corporale», verbo derivato dall’indoeuropeo Orbhos, «orfano». Fino all’alto tedesco moderno, arbeit significa «pena, tormento, attività indegna» (in questo senso, disoccupato felice è perciò un pleonasmo). Anche il latino labor significa pena, fatica. Nelle lingue romane, la cosa è ancora più chiara poiché travail, trabajo, travaglio, deriva dal latino tripalium, strumento di tortura a tre punte che era utilizzato contro gli schiavi. Se la Bibbia, con la sua formula «Chi non lavora non ha il diritto di mangiare», getta le basi del ricatto economico di cui siamo tutti vittime, Lutero ha promosso da parte sua il lavoro come valore spirituale, predestinazione dell’uomo nel mondo. Citazione: «L’uomo è nato per lavorare come l’uccello per volare». Ci potremmo sentir rispondere che questa disputa di parole è senza importanza. Ma il fatto di confondere «bevanda» con «Coca-Cola», «cultura» con «Umberto Eco», «attività» con «lavoro» non può restare senza gravi conseguenze.
Non appena è questione di lavoro o di disoccupazione, si fanno avanti le categorie morali. E la tendenza va accentuandosi, basta aprire un giornale per rendersene conto: «Una concezione del mondo è prevalsa su un’altra, dichiara un esperto di Washington. Invece di considerare la povertà come prodotta da cause economiche, la nuova scuola di pensiero che domina attualmente vede nella povertà il risultato di un comportamento morale cattivo». Come ai tempi in cui i curati vedevano in pericolo il loro monopolio sulle anime, la morale è qui un tentativo di colmare la crescente incrinatura fra la realtà e la sua immagine ideologica. Chi dice al disoccupato «tu hai peccato» si aspetta da questi che faccia penitenza o che si giustifichi della sua virtù. Nei due casi, avrà riconosciuto l’esistenza del peccato. I piagnucolosi tentativi di certi disoccupati di provocare la compassione di questo mondo possono, nel migliore dei casi, generare pietà. Solo il riso sublime può disarcionare la morale sul serio.
È chiaro che Paul Lafargue, l’autore del Diritto alla pigrizia, rimane un ispiratore:
«Gli economisti continuano a ripetere agli operai: “Lavorate per accrescere la fortuna sociale!” Eppure un economista, Destutt de Tracy, risponde loro: “Le nazioni povere, ecco dove il popolo sta bene; le nazioni ricche, ecco dove normalmente il popolo è povero”. Ma gli economisti, intontiti e rimbecilliti dai propri schiamazzi, continuano a far eco: “Lavorate, lavorate in continuazione per il vostro benessere” [...] Lavorate, lavorate, acciocché, diventando sempre più poveri, abbiate più motivi per lavorare e per essere miserabili». Eppure, noi non facciamo nostra la rivendicazione d’un diritto all’ozio. L’ozio è solo il contrario dell’assiduità. Laddove il lavoro non è riconosciuto, nemmeno l’ozio può esserlo. Niente vizi senza virtù (e viceversa). Dall’epoca di Lafargue, è diventato chiaro che il sedicente «tempo libero» accordato ai lavoratori è spesso e volentieri ancora più noioso del lavoro stesso. Chi vorrebbe vivere di televisione, giochi interpassivi e Club Merd? La questione quindi non è semplicemente, come poteva credere ancora Lafargue, ridurre il tempo di lavoro per aumentare «il tempo libero». Ciò detto, siamo solidali con quei lavoratori spagnoli a cui si voleva proibire la siesta con il pretesto di doversi adattare al mercato europeo, i quali hanno risposto che al contrario era l’Unione europea a dover adottare «l’euro-siesta».
Sia chiaro: non amiamo i partigiani della divisione del tempo di lavoro, per i quali tutto andrebbe per il meglio se ciascuno lavorasse anche solo cinque, tre o due ore al giorno. Che cos’è questo spezzettamento? Guardo forse quanto tempo ci metto per preparare un pasto per i miei amici? Calcolo il tempo che trascorro a scrivere questa stronzata di testo? Si conta il tempo, quando si ama?
Ma non per questo il non-lavoro rappresenta una nuova utopia, se l’utopista deve predisporre al millimetro i piani d’una costruzione ritenuta ideale, e poi aspettare che il mondo vada a confluire in questo modello. Chi non lavora, caso mai mette assieme e sperimenta a partire dai luoghi e dagli oggetti che sono a portata di mano. Non costruisce un sistema, ma cerca tutte le occasioni e possibilità per migliorare la propria vita.
Scrive un onorevole corrispondente:
«Si tratta di guadagnare un riconoscimento sociale con il conseguente finanziamento senza condizioni, oppure si tratta di sovvertire il sistema per mezzo di azioni illegali come non pagare l’elettricità? Il legame fra queste due strategie non sembra invero logico. Difficilmente posso essere accettato socialmente e allo stesso tempo spronare l’illegalità».
Dubitiamo che esistano davvero dei fanatici dell’illegalità. Nei vari tentativi di fare il (proprio) Bene, c’è anche chi sceglie di ricorrere a vie legali, sfruttando il sistema di finanziamenti pubblici. Del resto, i crimini di una volta sono i diritti di oggi (basta pensare al diritto allo sciopero) e possono sempre ridiventare crimini. Ma soprattutto: non si tratta di cercare o rifiutare a priori un riconoscimento sociale. Il punto è che, anziché rivolgersi allo Stato o ai suoi organismi ufficiali, ci si rivolge al Signor Tutti Quanti.
Esistono in questo momento diversi movimenti e iniziative contro le misure di austerità, contro la
disoccupazione, contro il neoliberismo, ecc. Ma la questione è: per cosa ci si deve pronunciare? In ogni caso, non per lo Stato-provvidenza e il tempo pieno di una volta (che per altro hanno altrettante possibilità di essere reintrodotti della locomotiva a vapore). Tuttavia potrebbe accadere anche di peggio. Per assurdo potrebbe essere concessa ai disoccupati la possibilità di coltivare i loro legumi e di improvvisare i loro rapporti sociali sui terreni incolti e infestati della post-modernità, sorvegliati a distanza dalla polizia elettronica e consegnati a qualche mafia, mentre la minoranza agiata può avanzare senza ostacoli. Bisogna cercare un passaggio per uscire da questa alternativa di terrore. È una questione di principio.
Un’altra parola compromessa dalla propaganda è la parola «esclusione». I senza-lavoro vengono esclusi dalla società, mentre le anime belle ne reclamano la reintegrazione. Esclusi da cosa esattamente? Un umanitario dell’Unesco ha dato una risposta inequivoca ad un «summit sociale» tenutasi a Copenaghen: «Il primo passo dell’integrazione sociale consiste nel farsi sfruttare». Grazie per l’invito!
Tre secoli fa gli zotici alzavano gli occhi pieni di invidia verso il castello del signore; a ragione si sentivano esclusi dalle sue ricchezze, dai suoi nobili agi, dai suoi artisti di corte e cortigiane. Ma oggi, chi mai vorrebbe vivere come un quadro superiore stressato, con la voglia di imbottirsi il cranio di sequele di cifre senz’anima, di baciare le sue segretarie biondastre, di bere il suo vino sofisticato, di crepare col suo infarto? Ci escludiamo più che volentieri dall’astrazione dominante.
Nei paesi poveri, milioni di persone vivono ai margini dei circuiti dell’economia di mercato. Ogni giorno i giornali riportano la miseria del cosiddetto «terzo mondo», una serie deprimente di guerre, carestie, dittature ed epidemie. Tuttavia non bisogna perdere di vista il fatto che, assieme a questa miseria (essenzialmente importata), esiste un’altra realtà; un’intensa vita sociale sostenuta da tradizioni e costumi precapitalisti, al cui confronto le società opulente hanno l’aria moribonda. In questi paesi il lavoro dell’uomo bianco viene disprezzato «perché non finisce mai», a differenza, ad esempio, di quegli artigiani somali che sperperano i proventi della loro attività in un colpo solo, nella grande festa annuale. È una formula nota: l’attitudine delle persone alla festa inversamente proporzionale al Prodotto Interno Bruto pro capite.
«I poveri sono molto più ricchi di quanto si dica, e di quanto essi stessi non credano. L’incredibile gioia di vivere che colpisce molti osservatori delle periferie africane inganna meno delle deprimenti valutazioni oggettive degli apparati statali, che colgono solo la parte occidentalizzata della ricchezza e della povertà», sostiene un dotto sociologo. Certo, in casi simili c’è il rischio per un europeo di cadere in un facile esotismo. Ma basta ascoltare quel che dicono sull’argomento gli immigrati stessi, loro che conoscono per esperienza i due mondi, per convincersi del vantaggio che possiede il Sud del mondo in fatto di rapporti sociali.
Abbiamo molto da imparare e da disimparare dall’Africa e da altre culture non occidentali. Ovviamente non si tratta di scimmiottare quelle pratiche ancestrali, come gli hippy di un tempo, ma caso mai, senza alcuna pretesa di copiare l’originale, di trovarvi una fresca fonte di ispirazione (un po’ come Picasso e i dadaisti si erano ispirati ai loro tempi all’Arte negra). Pur cessando di considerare la ricchezza come sinonimo di montagne di banconote, televisioni al plasma, macchine di grossa cilindrata e cose simili, resta il fatto che bisogna partire da zero. Si apre davanti a noi un vasto campo sperimentale, quello per l’appunto della ricerca di risorse oscure.
Oggi questo sogno si è realizzato ma è diventato un incubo per tutti, perché i rapporti sociali non sono progrediti come la tecnica, ma semmai sono regrediti grazie alla tecnica. E questo processo è irreversibile: mai più i lavoratori verranno a sostituire i robot. Inoltre, laddove il lavoro «umano» è ancora indispensabile, lo si delocalizza verso paesi con salari più bassi, oppure si importano immigrati sottopagati per farlo, in una spirale discendente che solo la restaurazione della schiavitù potrebbe fermare.
Tutti lo sanno, ma nessuno può dirlo. Ufficialmente, è sempre «la lotta contro la disoccupazione» a tenere banco. Si traffica in statistiche, si «tengono occupati» i disoccupati nel senso militare della parola, si moltiplicano noiosi controlli. E siccome, malgrado tutto, simile misure non possono bastare, si aggiunge una losca morale affermando che i disoccupati sarebbero responsabili della propria sorte, esigendo da loro una ricerca attiva d’impiego. Il tutto per costringere la realtà a rientrare nel modello della propaganda.
«Disoccupazione» è una brutta parola, una idea negativa, il rovescio di una medaglia al lavoro. Un disoccupato è solo un lavoratore senza lavoro. Il che non dice nulla della persona come poeta, come girandolone, come cercatore, come essere che respira. In pubblico, si ha diritto soltanto a parlare di mancanza di lavoro. Solo in privato, al riparo da giornalisti, sociologi e altri spandimerda ci si può permettere di dire quel che si ha nel cuore: «Sono stato appena licenziato, grande! Finalmente potrò fare festa tutte le sere, mangiare qualcos’altro dei cibi precotti, coccolare senza limiti».
Occorre abolire questa separazione fra virtù private e pubblici vizi? Ci viene detto che non è il momento, che ciò sembrerebbe una provocazione, che farebbe il gioco dei borghesi. Decine di anni fa, i lavoratori potevano mettere il loro lavoro — e il lavoro — in discussione. Oggi devono ritenersi felici per la sola ragione che non sono “vittime” della disoccupazione, e i disoccupati devono ritenersi infelici per la sola ragione che non hanno lavoro. Meglio ridere di un ricatto del genere.
Quando l’etica del lavoro è perduta, la paura della disoccupazione resta la più solida frusta per accrescere il servilismo. Un certo Schmilinsky, consigliere d’impresa per l’eliminazione dei fannulloni, lo dice nel modo più chiaro possibile: «In una scuderia, voi decidete sia quale cavallo deve avere una ricompensa sia quale non riceve nulla. Le imprese che vogliono sopravvivere oggi devono essere talvolta implacabili. Troppa bontà può spezzare loro le reni. Io consiglio ai miei clienti di agire con pugno di ferro in guanto di velluto. Oggigiorno, i lavoratori si guardano attorno e vedono dappertutto posti di lavoro soppressi. Nessuno ha davvero voglia di farsi notare per un comportamento disdicevole. Le imprese tendono ad utilizzare sempre più questo sentimento di insicurezza, al fine di ridurre molto le ore di lavoro perso».
Il lavoro è solo una questione di sopravvivenza. Il calzolaio o l’ebanista erano fieri della loro arte. E gli operai dei cantieri navali trattenevano una lacrima quando vedevano partire lontano le navi che avevano costruito. Ma questo sentimento di valere qualcosa, di essere utile, a se stessi come agli altri, è scomparso nel 95% dei job. Il settore dei «servizi» impiega solo domestici e appendici informatiche che non hanno ragione alcuna di essere fieri. Dal vigilante al tecnico di sistemi d’allarme, un branco di cani da guardia sono pagati solo per sorvegliare che venga retribuito ciò che senza di loro potrebbe essere gratuito. E in effetti anche un medico non è che un rappresentante di commercio delle multinazionali farmaceutiche. Chi può ancora dirsi utile agli altri? La domanda non è più «A cosa serve?», bensì «Quanto fa guadagnare?». Il solo obiettivo di ogni lavoro particolare è aumentare i profitti dell’impresa, così come il solo rapporto del lavoratore col suo lavoro è il salario che percepirà.
La disoccupazione esiste proprio perché è il denaro, e non la cosiddetta utilità sociale, ad essere lo scopo ultimo del lavoro. Il pieno impiego è la crisi economica, la disoccupazione è la salute del mercato. Cosa accade quando un’impresa annuncia una carrettata di licenziamenti? Gli azionisti saltano di gioia, gli speculatori applaudono per la sua strategia di risanamento, le azioni si impennano, ed il prossimo bilancio testimonierà i benefici così generati. Tanto che si può ben dire che i disoccupati creano più profitto dei loro ex-colleghi. Quindi sarebbe talmente logico ricompensarli per il loro contributo alla crescita, che c’è chi reclama una retribuzione per il non-lavoro.
Consideriamo ciò che sosteneva il suprematista Kazimir Malevich, quando scriveva nel 1921: «Il denaro non è altro che un pezzetto di pigrizia. Quanto più se ne avrà a disposizione, tanto più si conoscerà la felicità della pigrizia.. [...] Usufruiscono della pigrizia soltanto coloro che si sono procurati un capitale. Così la classe dei capitalisti si è affrancata dal lavoro, dal quale tutta l’umanità deve affrancarsi». Se il disoccupato è infelice non è perché è senza lavoro, ma perché è senza denaro. Quindi non diciamo più «richiedente impiego» ma «richiedente denaro», basta «ricerca attiva d’un impiego» ma «ricerca attiva di denaro». Le cose saranno più chiare. Fuori dal privilegio di essere sfruttati sul posto di lavoro, bisogna colmare questa mancanza andando alla ricerca di risorse oscure. Ciò significa che non facciamo propaganda per qualcosa che è già là, che bisogna solo afferrare per poterlo gustare. I momenti rubati all’obbligo salariale sono solo fugaci evocazioni di un aldilà del mercato.
Se il disoccupato è infelice, è anche perché il lavoro è il solo valore sociale che conosca. Non ha più nulla da fare, si annoia, non conosce più nessuno, perché il lavoro è spesso l’unico legame sociale disponibile. La cosa, del resto, vale anche per i pensionati. È ovvio che la causa di una simile miseria esistenziale è da ricercare nel lavoro, non nella disoccupazione in sé.
Tutti i disoccupati dispongono in ogni caso di una cosa inestimabile: il tempo. Ecco cosa potrebbe costituire una possibilità storica, la possibilità di condurre una vita piena di significato e di gioia, di ragione e di passione. È possibile definire il nostro scopo una riconquista del tempo. Chi non lavora è quindi tutto tranne che inattivo, mentre la sedicente «popolazione attiva» può solo obbedire passivamente al destino e agli ordini dei suoi superiori nella gerarchia sociale. Ed è proprio perché i disoccupati volontari sono pieni di cose da fare, scoprire, inventare, sognare, che non hanno il tempo di lavorare.
Come diceva un fuorilegge reso celebre dalle sue avventure: «Non volevo che la mia vita fosse regolata in partenza o decisa da altri. Se alle sei del mattino avevo voglia di fare all’amore, volevo prendermi il tempo di farlo senza guardare l’orologio. Volevo vivere senza orari, ritenendo che la prima schiavitù dell’uomo è comparsa nel momento in cui si è messo a calcolare il tempo. Mi risuonavano in testa tutte le frasi abituali della vita corrente... Non ho il tempo di...! Arrivare in tempo...! Guadagnare tempo...! Perdere il proprio tempo...! Io volevo “avere il tempo di vivere” e l’unico modo per riuscirci era non esserne schiavo. Ero conscio dell’irrazionalità della mia teoria, inapplicabile nella società. Ma che cos’era, poi, questa società, con i suoi bei principi e le sue leggi?».
C’è chi ribatterà che il disoccupato è senza lavoro solo nel senso attuale della parola «lavoro», cioè «lavoro salariato». Bisogna qui precisare che è ripugnante cercare un lavoro salariato quanto lo è cercare un lavoro da schiavo. Affinché lo si sappia, esistono solo due tipi di lavoro: il salariato e la schiavitù. Certo, esistono anche studenti, artisti e altri fanfaroni che non possono scrivere il più piccolo pezzo di carta o lappare la minima scodella senza pretendere di dedicarsi con ciò ad un importante «lavoro». Anche parecchi «sovversivi» non possono organizzare «seminari» anticapitalisti senza portare «dibattiti produttivi» dentro a «gruppi di lavoro». Miserabili parole, miserabili pensieri.
Non è da oggi che la parola «lavoro» è una parola segnata dall’infelicità. Arbeit è probabilmente formata su un verbo germanico scomparso il cui significato era «essere orfano, essere un bambino utilizzato per un rude compito corporale», verbo derivato dall’indoeuropeo Orbhos, «orfano». Fino all’alto tedesco moderno, arbeit significa «pena, tormento, attività indegna» (in questo senso, disoccupato felice è perciò un pleonasmo). Anche il latino labor significa pena, fatica. Nelle lingue romane, la cosa è ancora più chiara poiché travail, trabajo, travaglio, deriva dal latino tripalium, strumento di tortura a tre punte che era utilizzato contro gli schiavi. Se la Bibbia, con la sua formula «Chi non lavora non ha il diritto di mangiare», getta le basi del ricatto economico di cui siamo tutti vittime, Lutero ha promosso da parte sua il lavoro come valore spirituale, predestinazione dell’uomo nel mondo. Citazione: «L’uomo è nato per lavorare come l’uccello per volare». Ci potremmo sentir rispondere che questa disputa di parole è senza importanza. Ma il fatto di confondere «bevanda» con «Coca-Cola», «cultura» con «Umberto Eco», «attività» con «lavoro» non può restare senza gravi conseguenze.
Non appena è questione di lavoro o di disoccupazione, si fanno avanti le categorie morali. E la tendenza va accentuandosi, basta aprire un giornale per rendersene conto: «Una concezione del mondo è prevalsa su un’altra, dichiara un esperto di Washington. Invece di considerare la povertà come prodotta da cause economiche, la nuova scuola di pensiero che domina attualmente vede nella povertà il risultato di un comportamento morale cattivo». Come ai tempi in cui i curati vedevano in pericolo il loro monopolio sulle anime, la morale è qui un tentativo di colmare la crescente incrinatura fra la realtà e la sua immagine ideologica. Chi dice al disoccupato «tu hai peccato» si aspetta da questi che faccia penitenza o che si giustifichi della sua virtù. Nei due casi, avrà riconosciuto l’esistenza del peccato. I piagnucolosi tentativi di certi disoccupati di provocare la compassione di questo mondo possono, nel migliore dei casi, generare pietà. Solo il riso sublime può disarcionare la morale sul serio.
È chiaro che Paul Lafargue, l’autore del Diritto alla pigrizia, rimane un ispiratore:
«Gli economisti continuano a ripetere agli operai: “Lavorate per accrescere la fortuna sociale!” Eppure un economista, Destutt de Tracy, risponde loro: “Le nazioni povere, ecco dove il popolo sta bene; le nazioni ricche, ecco dove normalmente il popolo è povero”. Ma gli economisti, intontiti e rimbecilliti dai propri schiamazzi, continuano a far eco: “Lavorate, lavorate in continuazione per il vostro benessere” [...] Lavorate, lavorate, acciocché, diventando sempre più poveri, abbiate più motivi per lavorare e per essere miserabili». Eppure, noi non facciamo nostra la rivendicazione d’un diritto all’ozio. L’ozio è solo il contrario dell’assiduità. Laddove il lavoro non è riconosciuto, nemmeno l’ozio può esserlo. Niente vizi senza virtù (e viceversa). Dall’epoca di Lafargue, è diventato chiaro che il sedicente «tempo libero» accordato ai lavoratori è spesso e volentieri ancora più noioso del lavoro stesso. Chi vorrebbe vivere di televisione, giochi interpassivi e Club Merd? La questione quindi non è semplicemente, come poteva credere ancora Lafargue, ridurre il tempo di lavoro per aumentare «il tempo libero». Ciò detto, siamo solidali con quei lavoratori spagnoli a cui si voleva proibire la siesta con il pretesto di doversi adattare al mercato europeo, i quali hanno risposto che al contrario era l’Unione europea a dover adottare «l’euro-siesta».
Sia chiaro: non amiamo i partigiani della divisione del tempo di lavoro, per i quali tutto andrebbe per il meglio se ciascuno lavorasse anche solo cinque, tre o due ore al giorno. Che cos’è questo spezzettamento? Guardo forse quanto tempo ci metto per preparare un pasto per i miei amici? Calcolo il tempo che trascorro a scrivere questa stronzata di testo? Si conta il tempo, quando si ama?
Ma non per questo il non-lavoro rappresenta una nuova utopia, se l’utopista deve predisporre al millimetro i piani d’una costruzione ritenuta ideale, e poi aspettare che il mondo vada a confluire in questo modello. Chi non lavora, caso mai mette assieme e sperimenta a partire dai luoghi e dagli oggetti che sono a portata di mano. Non costruisce un sistema, ma cerca tutte le occasioni e possibilità per migliorare la propria vita.
Scrive un onorevole corrispondente:
«Si tratta di guadagnare un riconoscimento sociale con il conseguente finanziamento senza condizioni, oppure si tratta di sovvertire il sistema per mezzo di azioni illegali come non pagare l’elettricità? Il legame fra queste due strategie non sembra invero logico. Difficilmente posso essere accettato socialmente e allo stesso tempo spronare l’illegalità».
Dubitiamo che esistano davvero dei fanatici dell’illegalità. Nei vari tentativi di fare il (proprio) Bene, c’è anche chi sceglie di ricorrere a vie legali, sfruttando il sistema di finanziamenti pubblici. Del resto, i crimini di una volta sono i diritti di oggi (basta pensare al diritto allo sciopero) e possono sempre ridiventare crimini. Ma soprattutto: non si tratta di cercare o rifiutare a priori un riconoscimento sociale. Il punto è che, anziché rivolgersi allo Stato o ai suoi organismi ufficiali, ci si rivolge al Signor Tutti Quanti.
Esistono in questo momento diversi movimenti e iniziative contro le misure di austerità, contro la
disoccupazione, contro il neoliberismo, ecc. Ma la questione è: per cosa ci si deve pronunciare? In ogni caso, non per lo Stato-provvidenza e il tempo pieno di una volta (che per altro hanno altrettante possibilità di essere reintrodotti della locomotiva a vapore). Tuttavia potrebbe accadere anche di peggio. Per assurdo potrebbe essere concessa ai disoccupati la possibilità di coltivare i loro legumi e di improvvisare i loro rapporti sociali sui terreni incolti e infestati della post-modernità, sorvegliati a distanza dalla polizia elettronica e consegnati a qualche mafia, mentre la minoranza agiata può avanzare senza ostacoli. Bisogna cercare un passaggio per uscire da questa alternativa di terrore. È una questione di principio.
Un’altra parola compromessa dalla propaganda è la parola «esclusione». I senza-lavoro vengono esclusi dalla società, mentre le anime belle ne reclamano la reintegrazione. Esclusi da cosa esattamente? Un umanitario dell’Unesco ha dato una risposta inequivoca ad un «summit sociale» tenutasi a Copenaghen: «Il primo passo dell’integrazione sociale consiste nel farsi sfruttare». Grazie per l’invito!
Tre secoli fa gli zotici alzavano gli occhi pieni di invidia verso il castello del signore; a ragione si sentivano esclusi dalle sue ricchezze, dai suoi nobili agi, dai suoi artisti di corte e cortigiane. Ma oggi, chi mai vorrebbe vivere come un quadro superiore stressato, con la voglia di imbottirsi il cranio di sequele di cifre senz’anima, di baciare le sue segretarie biondastre, di bere il suo vino sofisticato, di crepare col suo infarto? Ci escludiamo più che volentieri dall’astrazione dominante.
Nei paesi poveri, milioni di persone vivono ai margini dei circuiti dell’economia di mercato. Ogni giorno i giornali riportano la miseria del cosiddetto «terzo mondo», una serie deprimente di guerre, carestie, dittature ed epidemie. Tuttavia non bisogna perdere di vista il fatto che, assieme a questa miseria (essenzialmente importata), esiste un’altra realtà; un’intensa vita sociale sostenuta da tradizioni e costumi precapitalisti, al cui confronto le società opulente hanno l’aria moribonda. In questi paesi il lavoro dell’uomo bianco viene disprezzato «perché non finisce mai», a differenza, ad esempio, di quegli artigiani somali che sperperano i proventi della loro attività in un colpo solo, nella grande festa annuale. È una formula nota: l’attitudine delle persone alla festa inversamente proporzionale al Prodotto Interno Bruto pro capite.
«I poveri sono molto più ricchi di quanto si dica, e di quanto essi stessi non credano. L’incredibile gioia di vivere che colpisce molti osservatori delle periferie africane inganna meno delle deprimenti valutazioni oggettive degli apparati statali, che colgono solo la parte occidentalizzata della ricchezza e della povertà», sostiene un dotto sociologo. Certo, in casi simili c’è il rischio per un europeo di cadere in un facile esotismo. Ma basta ascoltare quel che dicono sull’argomento gli immigrati stessi, loro che conoscono per esperienza i due mondi, per convincersi del vantaggio che possiede il Sud del mondo in fatto di rapporti sociali.
Abbiamo molto da imparare e da disimparare dall’Africa e da altre culture non occidentali. Ovviamente non si tratta di scimmiottare quelle pratiche ancestrali, come gli hippy di un tempo, ma caso mai, senza alcuna pretesa di copiare l’originale, di trovarvi una fresca fonte di ispirazione (un po’ come Picasso e i dadaisti si erano ispirati ai loro tempi all’Arte negra). Pur cessando di considerare la ricchezza come sinonimo di montagne di banconote, televisioni al plasma, macchine di grossa cilindrata e cose simili, resta il fatto che bisogna partire da zero. Si apre davanti a noi un vasto campo sperimentale, quello per l’appunto della ricerca di risorse oscure.
IL FURTO
Se consideriamo l’antichità, notiamo che il furto era permesso, ricompensato in tutte le repubbliche della Grecia; Sparta o Lacedemone lo favoriva apertamente. Qualche altro popolo lo considerava una virtù bellica. È certo che alimenta il coraggio, la forza, l’astuzia, insomma tutte le virtù utili ad un regime repubblicano e quindi anche al nostro. A questo punto oso domandare, senza nessuna parzialità, se il furto, il cui effetto è quello di livellare le ricchezze, possa essere un gran male in un regime che ha come fine l’uguaglianza. No, senza dubbio; giacché, se da una parte mantiene l’uguaglianza, dall’altra rende più vigili nella custodia dei propri beni. Esisteva un popolo che puniva non il ladro, ma chi si era lasciato derubare, affinché imparasse a difendere le sue proprietà. Questo ci conduce a riflessioni più ampie.
Dio non voglia che io sembri qui combattere o distruggere il giuramento di rispetto della proprietà, appena pronunciato dalla nazione, ma mi sarà permessa qualche osservazione sull’ingiustizia di questo giuramento? Qual è lo spirito di un giuramento pronunciato da tutti gli individui di una nazione? Non è forse quello di mantenere una perfetta uguaglianza tra tutti i cittadini, di sottometterli ugualmente alla legge che protegge le proprietà di tutti? Ora vi chiedo se è davvero giusta la legge che ordina a chi non ha nulla di rispettare chi ha tutto. Quali sono i fondamenti del patto sociale?
Non consiste forse nel cedere una parte della nostra libertà e delle nostre proprietà per garantire e mantenere quanto si conserva dell’una e delle altre?
Tutte le leggi poggiano su queste basi che sono all’origine delle punizioni inflitte a chi abusa della propria libertà. Esse, inoltre, autorizzano le imposte; il cittadino, infatti, non si lamenta di ciò che gli viene richiesto perché sa che, grazie a ciò che dà, gli viene garantito il possesso di quanto gli resta. Ma, ancora una volta, a quale titolo chi non ha nulla si piegherà ad un patto che protegge solo chi ha tutto? Se fate un atto di equità conservando, attraverso il vostro giuramento, le proprietà del ricco, non fate un’ingiustizia esigendo questo stesso giuramento di «conservatore» da chi non ha nulla? Quale interesse al vostro giuramento può avere costui? E perché mai volete che prometta una cosa favorevole soltanto a chi, per le sue ricchezze, è tanto diverso da lui? Non vi è certamente nulla di più ingiusto: un giuramento deve avere gli stessi effetti su tutti gli individui che lo pronunciano; è impossibile che possa legare chi non ha alcun interesse a mantenerlo, perché in questo caso non sarebbe più il patto di un popolo libero: sarebbe l’arma del forte contro il debole e quest’ultimo dovrebbe ribellarvisi senza tregua. E tutto questo accade proprio nel giuramento di rispetto delle proprietà che la nazione ci ha appena richiesto; è il ricco soltanto a legare il povero, è il ricco soltanto ad avere interesse al giuramento che il povero pronuncia con tanta sconsideratezza, non rendendosi conto che con questo giuramento, estorto alla sua buona fede, si impegna a fare una cosa che gli altri non faranno a lui.
Convinti, come dovete esserlo, di questa assurda ineguaglianza, non aggravate la vostra ingiustizia punendo chi non ha nulla per aver osato rubare qualcosa a chi possiede tutto: il vostro iniquo giuramento gliene dà pieno diritto. Costringendolo allo spergiuro con questo giuramento per lui assurdo, voi legittimate tutti i crimini a cui potrà giungere; non avete dunque il diritto di punire quello di cui siete stati la causa. Non aggiungerò altro per far comprendere quale orribile crudeltà sia punire i ladri. Imitate la legge prudente del popolo di cui ho parlato; punite l’uomo tanto negligente da farsi derubare, ma non pronunciate nessuna forma di condanna contro chi ruba; pensate che il vostro guramento l’autorizza a questa azione e che, commettendola, non ha fatto altro che seguire il primo e più saggio impulso della natura, quello di conservare la propria esistenza, a spese di chiunque.
Dio non voglia che io sembri qui combattere o distruggere il giuramento di rispetto della proprietà, appena pronunciato dalla nazione, ma mi sarà permessa qualche osservazione sull’ingiustizia di questo giuramento? Qual è lo spirito di un giuramento pronunciato da tutti gli individui di una nazione? Non è forse quello di mantenere una perfetta uguaglianza tra tutti i cittadini, di sottometterli ugualmente alla legge che protegge le proprietà di tutti? Ora vi chiedo se è davvero giusta la legge che ordina a chi non ha nulla di rispettare chi ha tutto. Quali sono i fondamenti del patto sociale?
Non consiste forse nel cedere una parte della nostra libertà e delle nostre proprietà per garantire e mantenere quanto si conserva dell’una e delle altre?
Tutte le leggi poggiano su queste basi che sono all’origine delle punizioni inflitte a chi abusa della propria libertà. Esse, inoltre, autorizzano le imposte; il cittadino, infatti, non si lamenta di ciò che gli viene richiesto perché sa che, grazie a ciò che dà, gli viene garantito il possesso di quanto gli resta. Ma, ancora una volta, a quale titolo chi non ha nulla si piegherà ad un patto che protegge solo chi ha tutto? Se fate un atto di equità conservando, attraverso il vostro giuramento, le proprietà del ricco, non fate un’ingiustizia esigendo questo stesso giuramento di «conservatore» da chi non ha nulla? Quale interesse al vostro giuramento può avere costui? E perché mai volete che prometta una cosa favorevole soltanto a chi, per le sue ricchezze, è tanto diverso da lui? Non vi è certamente nulla di più ingiusto: un giuramento deve avere gli stessi effetti su tutti gli individui che lo pronunciano; è impossibile che possa legare chi non ha alcun interesse a mantenerlo, perché in questo caso non sarebbe più il patto di un popolo libero: sarebbe l’arma del forte contro il debole e quest’ultimo dovrebbe ribellarvisi senza tregua. E tutto questo accade proprio nel giuramento di rispetto delle proprietà che la nazione ci ha appena richiesto; è il ricco soltanto a legare il povero, è il ricco soltanto ad avere interesse al giuramento che il povero pronuncia con tanta sconsideratezza, non rendendosi conto che con questo giuramento, estorto alla sua buona fede, si impegna a fare una cosa che gli altri non faranno a lui.
Convinti, come dovete esserlo, di questa assurda ineguaglianza, non aggravate la vostra ingiustizia punendo chi non ha nulla per aver osato rubare qualcosa a chi possiede tutto: il vostro iniquo giuramento gliene dà pieno diritto. Costringendolo allo spergiuro con questo giuramento per lui assurdo, voi legittimate tutti i crimini a cui potrà giungere; non avete dunque il diritto di punire quello di cui siete stati la causa. Non aggiungerò altro per far comprendere quale orribile crudeltà sia punire i ladri. Imitate la legge prudente del popolo di cui ho parlato; punite l’uomo tanto negligente da farsi derubare, ma non pronunciate nessuna forma di condanna contro chi ruba; pensate che il vostro guramento l’autorizza a questa azione e che, commettendola, non ha fatto altro che seguire il primo e più saggio impulso della natura, quello di conservare la propria esistenza, a spese di chiunque.
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