MACHETE si avvale anche della (più o meno volontaria) collaborazione di molti demolitori di certezze e luoghi comuni, siano essi famosi o sconosciuti, del presente come del passato. Nel saccheggiare il loro arsenale teorico, ne riportiamo in copertina il nome ma senza specificarne il contributo. Gli articoli sono perciò tutti rigorosamente anonimi. Va da sé che il loro contenuto non necessariamente coincide appieno con il pensiero dei redattori di questo aperiodico.

Oltre alla versione cartacea, MACHETE si può leggere e scaricare liberamente su questo sito. Qui trovate tutti i testi apparsi sulla rivista, ma non solo: saranno pubblicati anche gli eventuali strascichi causati dai suoi articoli.
Per non correre il rischio di trasformare MACHETE in uno spazio di repliche e controrepliche, abbiamo deciso di lasciare le sue pagine libere dai dibattiti che possono nascere. Questi verranno perciò ospitati unicamente sul nostro sito.

L'occasione fa...

Il conto alla rovescia è partito così tante volte, che ormai tutti diamo i numeri alla rinfusa. Il botto non ha ancora squarciato le orecchie, ma la tensione sale, sale, sale... fino ad assumere i tratti del regolamento di conti. Dentro e fuori il Palazzo, tutti hanno iniziato a protestare. Protesta Re Ubu contro chi ha l’ardire di criticarlo, protestano i suoi ratti che lo vedono affondare, protestano i suoi rivali che non sanno più a che candidato votarsi, protestano i suoi dipendenti (dai magistrati ai diplomatici, fino ai poliziotti) che non hanno i mezzi per lavorare, protestano i suoi sudditi che non hanno un lavoro per farsi sfruttare, protestano i suoi nemici che non sanno più che cosa fare.
E i pochi che rimangono zitti già sanno che presto arriverà il loro turno di protestare.

Grande è la confusione sotto i cieli, ma non si può dire che la situazione sia promettente. Il fuoco greco resta un arcano, mentre alla bottega sotto casa restano disponibili solo i tarallucci italiani. Più che criticare, si deplora. Più che pretendere, si chiede. Più che bestemmiare, si prega. E se le “sacrosante” rivendicazioni rimangono inascoltate, pazienza; vorrà dire che si tirerà la cinghia. E quando finiranno i buchi, cosa accadrà?
Per adesso, la rabbia che sbotta il più delle volte divora se stessa. Il numero dei malati e dei suicidi cresce inesorabilmente, mentre le belle mani degli assassini (e belle sono solo quelle che non allacciano uniformi) escono raramente dalle tasche. Come se la vita, delusa nelle sue aspettative di sopravvivenza e senza nessun’altra prospettiva, avesse fretta di concludersi. Ma il suicidio è una vocazione e le patologie hanno tempi troppo lunghi. Bisogna trovare un bersaglio, un obiettivo comune su cui scaricare tutta questa rabbia che va accumulandosi. A indicarlo, purtroppo, non siamo noi. La voce interiore che ci sussurra alla testa e al cuore tace, sembra essersi esaurita, al suo posto si alza distorto il frastuono ambientale esterno. Non è una voce umana che si interroga quella che udiamo, è un gracidio che si limita a riportare le parole dei media. Quei media che ci “informano” a domicilio, 24 ore su 24, quale sia il politico da votare, il fatto di cui chiacchierare, l’opinione da esprimere, lo slogan da ripetere, il desiderio da realizzare, la canzone da canticchiare, la merce da acquistare, il programma da guardare, il problema da risolvere, il libro da leggere, la tragedia da compiangere, l’abito da indossare, il successo da festeggiare, il personaggio da ammirare... Ebbene, possiamo star certi che ci indicheranno anche il nemico da odiare e da ammazzare. Lo stanno già facendo. Quando gli schermi televisivi si spegneranno, in fiamme andranno più le baracche dei poveri che le ville e i palazzi dei ricchi.

Nel frattempo, dentro il nostro piccolo angolo di movimento, tutto procede come sempre. Noi, “chiusi nella nostra torre d’avorio”, perdiamo il nostro tempo correndo dietro a sogni sempre più irrealizzabili («Consiglio alle idee elevate di munirsi di paracadute», diceva un brillante quanto putrido burlone). Altri, immersi nella loro pozzanghera di merda, spendono il loro rincorrendo una realtà sempre più miserabile (forse bisognerebbe anche avvisare le idee basse che l’ascensore è fuori servizio). Questione di priorità, insomma.
Può darsi che finiremo tutti inghiottiti dall’abisso che incombe, sotto forma di implacabile dittatura a base di psicofarmaci e sbarre oppure di spietata guerra civile con corollario di linciaggi e stupri. Annaspando nel vuoto, riusciremo ad imparare a volare? Impossibile prevederlo. Di certo sarà una occasione, una terribile occasione che ci riporta alla mente quanto scriveva un anarchico pochi giorni dopo la fine della “settimana rossa”, quasi un secolo fa: «Abbiamo visto che gli avvenimenti impreveduti danno quel che possono dare, ma che per riuscire bisogna prepararsi metodicamente secondo piani preordinati. Ed abbiamo visto ancora che le occasioni possono capitare quando uno meno se lo aspetta, e che perciò bisogna star sempre pronti».

Al di là del fatto che l’irruzione dell’imprevisto manda sempre a monte tutti i «piani preordinati», la cui elaborazione assomiglia più ad un esorcismo che ad un progetto, e che la consapevolezza di quanto è accaduto nel passato non ha mai impedito il ripetersi degli stessi errori nel presente (come dimostra la fine delle occupazioni delle fabbriche nel 1920, decretata dagli stessi burocrati sindacali che dichiararono terminati gli scioperi dell’estate del 1914; burocrati in cui troppi anarchici avevano riposto per l’ennesima volta la loro fiducia), resta immutato il senso generale di questa antica riflessione.
Qualsiasi sconvolgimento, spezzando il flusso della normalità, apre mille occasioni. Sta a noi saperle cogliere, riuscendo a beffare, anche, il tempo.

Trogloditi!

Ecco quello che siamo. Buoni solo ad abitare le caverne del sogno e della metafisica, indegni di mettere piede nei palazzi della concretezza e della praticità. Trasciniamo la nostra esistenza con un millennio almeno di ritardo. Non sappiamo allinearci al passo coi tempi, non ci sforziamo di entrare in sintonia con il presente, ci ostiniamo a fare cose inopportune e a noi poco convenienti.
Brandiamo scompostamente un machete adatto a recidere legami, invece di maneggiare con perizia un uncinetto destinato a tesserli. Ci esprimiamo con un linguaggio oscuro e balbettante, anziché ricorrere ad una favella suadente e divulgativa. Nella nostra rozzezza, ci occupiamo assai più dei desideri individuali (i nostri, anzitutto) che dei bisogni collettivi (quelli altrui, soprattutto).

Cos’altro possiamo pretendere, se non il sospetto e l’ostilità? Li meritiamo entrambi. E che non ci si faccia l’indulgenza di ritenerci ingenui! Macché, siamo proprio arretrati. Continuiamo a ritenere che la rivolta sia l’esplorazione e il dispiegamento delle potenzialità umane, senza capire che essa ha in primo luogo delle necessità oggettive da risolvere: le lotte sociali non hanno bisogno di poesia ma di tattica ed organizzazione. Insistiamo a lanciare provocazioni per fomentare riflessioni, senza renderci conto che le discussioni dividono gli animi e avvelenano i rapporti; quindi, è meglio accontentarsi di un pensiero-yogurt, leggero e spalmabile su tutti i cervelli. Ci incaponiamo a disobbedire alla tirannia del numero, senza comprendere che i rapporti di forza sono una questione pratica e strategica, non etica; quindi, «la lotta paga» solo se fatta in quantità. Perseveriamo a considerare menzognera un’utopia che ha i piedi per terra, senza avvederci che l’estraniazione è causa di impotenza; perché bisogna stare bene in mezzo alla realtà se si vuole trasformarla. Proseguiamo a ricercare una affinità che sia condivisione di prospettive, senza accorgerci che quanto c’è di più comune sono i buoni sentimenti, i soli in grado di creare buoni rapporti; le idee sono diventate nel migliore dei casi strumenti da usare e gettare senza rimpianti.
Si potrebbe andare avanti, ma a cosa servirebbe? Le innovazioni portate nel movimento anarchico italiano dall’ingresso nel secondo millennio sono sotto gli occhi di tutti.

Dall’attacco diffuso ai piccoli obiettivi sparsi su tutto il territorio si è passati al presidio diffuso davanti ai grandi obiettivi presenti nelle città. L’esplicito rifiuto delle bandiere di partito nelle proprie iniziative è stato cancellato per poter meglio brindare all’avvenuto coinvolgimento delle forze politiche alle proprie manifestazioni. La distanza da tutte le organizzazioni settoriali che vorrebbero redimere lo Stato è stato sostituito da un collaborazionismo che mira a far deragliare le loro pie intenzioni. La passione per i «fuorilegge» e i «barbari» è stata smaltita, rimpiazzata da quella per le «mamme col passeggino» o le «casalinghe di Voghera». Le invettive lanciate ai chierici dell’intellighenzia, cattedratici abili nel dividere l’intelligenza dalla rivolta, hanno lasciato posto agli inviti rivolti ad esperti dispensatori di dati e conoscenze. Da scelta di parte che non viene meno alle proprie ragioni, la solidarietà è andata trasformandosi in assistenzialismo nei confronti delle vittime dello Stato. L’iconoclastia contro tutte le religioni è stata accantonata al nobile scopo di rispettare la cultura altrui (se non addirittura per rivalutare le misconosciute virtù sovversive della preghiera). L’ostinato silenzio davanti al nemico, il tanto vituperato «autismo degli insorti», viene rotto da interventi ai microfoni dei media di Stato. Quanto ai recuperatori, un tempo lontano disprezzati, ormai vengono accolti a braccia aperte e difesi ad oltranza. E chi non vuole proprio saperne di accodarsi a questa svolta a sinistra, chi non mostra entusiasmo per il nuovo corso, è solo un troglodita da tenere a distanza per paura che con le sue cattive maniere finisca col rovinare il bel clima instaurato, facendo precipitare di nuovo il movimento nella marginalità ineffettuale piuttosto che elevarlo alla popolarità fattiva.

Vi siete mai accorti della massiccia presenza di morti fra i collaboratori (involontari) di questa rivista? È un’ulteriore dimostrazione della nostra incapacità di essere attuali, adeguati alle esigenze del momento. Non riuscendo a raggiungere un livello comportamentale che consenta rapporti sociali equilibrati, siamo costretti a frequentare fantasmi. Il futuro non ci appartiene, il presente ci disgusta, per cui ci barrichiamo in un passato selezionato. Trogloditi e passatisti. Ecco quello che siamo.
Ma c’è di peggio. Ne siamo orgogliosi.

L'abisso e la fantasia

Quante volte nel corso della storia è stata preconizzata l’imminente fine del sistema sociale.
Dalle sette millenariste, secondo cui il giorno del Giudizio Finale ormai alle porte avrebbe messo fine al regno dell’Anticristo, alle diverse correnti del cosiddetto movimento operaio, che davano per spacciato il capitalismo a causa delle sue insuperabili contraddizioni interne — tutte previsioni sempre accompagnate dall’illusione che dalle macerie del vecchio mondo sarebbe sorta l’alba di una nuova e migliore epoca (sotto forma di Età dell’Oro o di comunismo).
Come vi sarete accorti, non è andata affatto così. Nonostante sconvolgimenti politici e sociali, guerre e rivoluzioni — anzi, il più delle volte proprio grazie a tutto ciò — il vecchio mondo ha continuato a sopravvivere e ad autoriprodursi. Gli scranni del potere e le casseforti del profitto possono aver talvolta traballato, ma ne sono usciti sempre indenni, se non rafforzati. Nei casi più drammatici abbiamo assistito al ricorso a un cambio della guardia. Null’altro.
Ma questa volta, no. Da più parti ci viene spiegato che questa volta le cose andranno diversamente. Più che in una situazione di stallo, ci troviamo infatti di fronte ad un vero e proprio vicolo cieco. Anche perché ad essere messa in gioco non è più solo la perpetuazione di una demenziale organizzazione sociale, ma la stessa sopravvivenza biologica. Pare sia solo una questione di tempo, giacché il punto di non ritorno ce lo siamo lasciato alle spalle da un pezzo.

Il mondo in cui viviamo è in decomposizione, e questa diagnosi si basa su numerosi sintomi. Quello che oggi suscita più allarmismi è l’economia, che sta cominciando qua e là a cedere rivelando rughe profonde e antiestetiche zampe di gallina, come dimostra quanto avviene in Grecia o ciò che si sta preparando in Spagna (per non parlare dell’Italia): licenziamenti di massa, crescente disoccupazione, inesorabile precarietà. Gli stessi esperti riuniti in conciliabolo al capezzale del malato sono costretti ad ammettere che non esiste via di scampo. Al massimo si potrà prolungare l’agonia.

Altra fonte di preoccupazione è il sovraffollamento del pianeta e il dilagare del modello consumistico capitalista che sta provocando il vertiginoso esaurimento delle risorse naturali, a cui nessuno sa come porre rimedio. Gli appelli alla frugalità rimangono inascoltati sia da chi considera il lusso un’abitudine irrinunciabile, sia da chi non intende farne a meno proprio ora che se lo ritrova a portata di mano. Oggi consumiamo, domani si vedrà. Va da sé che l’incontro fra la bulimia e la scarsità provoca e provocherà disordini e conflitti a non finire, in una vera e propria guerra civile eccitata anche da fondamentalismi religiosi e tensioni xenofobe. Non è certo un caso se i militari hanno iniziato a pattugliare le strade, a fare sentire la loro presenza sul territorio.
Qui in Italia al riguardo si è fatto un gran parlare di un rapporto della NATO (del tutto ignorato all’estero, dove fa invece discutere un libro sul medesimo argomento dell’ex primo ministro spagnolo Aznar), mentre è assai meno risaputo che la capitale del Parlamento europeo, nonché sede dei quartieri generali della NATO, Bruxelles, è una città meravigliosamente fuori controllo, con quartieri dove scoppiano ripetute sommosse e con una “criminalità” scatenata che non esita ad aprire il fuoco sui repressori in divisa. Lo scorso febbraio, proprio mentre a Madrid crollava la Borsa, davanti al Palazzo di giustizia della capitale belga protestavano gli agenti di polizia, esasperati di fare quotidianamente da bersaglio alle armi da guerra dei rapinatori. Non è forse significativo che i Signori della Politica (democratica) e della Guerra (umanitaria) si diano tanto inutilmente da fare per imporre i propri diktat ad un Medio oriente sempre più incandescente, quando appena fuori dall’uscio dei loro uffici devono fare attenzione a schivare le pallottole?

Già che ci siamo, che dire dei conflitti bellici che da anni insanguinano così tanti paesi? Smentite una dopo l’altra tutte le promesse di «successi lampo», è chiaro che non ci sono invii di rinforzi, sostituzione di generali o cambi di strategia che reggano; queste guerre vanno eternizzandosi. Da qui l’allargamento e la moltiplicazione di basi militari (pensiamo a Vicenza, a Mattarello, a Pisa...) da una parte, e il montare del rancore e dell’odio nei confronti del cosiddetto “occidente” dall’altra. L’unica variabile di questo contesto è la possibilità che nella girandola di Stati-canaglia da raddrizzare, la scelta ricada su almeno un regime in grado di fare ricorso a testate atomiche.
Non va poi tralasciata una situazione climatica sempre più imprevedibile, con contorno di tempeste, uragani, alluvioni e quant’altro. Oltraggiata in tutte le maniere, la natura si prende le sue rivincite su di una umanità talmente arrogante da pretendere di domarla. A questo vanno aggiunti i continui incidenti provocati dall’uomo, come ad esempio quello avvenuto ad aprile nel golfo del Messico e a luglio in Cina che hanno riversato nell’oceano milioni e milioni di litri di petrolio. Infine, meglio non pensare a quanto potrà accadere domani in una qualche centrale nucleare. E la lista delle calamità politiche, sociali ed ambientali — di fatto oramai inevitabili, e con tutte le loro infinite possibili combinazioni — si allunga di giorno in giorno.

Ora, prendete tutte queste situazioni-limite, mescolatele bene, agitatele, e datele da risolvere alla loro causa principale, la classe dominante, per di più nella sua versione più cialtrona che si ricordi (almeno qui in Italia). La conclusione è scontata: siamo alle soglie dell’abisso, del collasso, dell’estinzione. Dinanzi a ciò non c’è alcuna prospettiva alternativa in grado di fare breccia nel cuore degli esseri umani, i cui sensi sono completamente intorpiditi dal frastuono mediatico. Sepolta ogni utopia trascinatrice sotto tonnellate di realpolitik strisciante, cos’altro rimane da fare? Nulla, di altro non rimane proprio nulla. Solo la rassegnazione all’esistente regna incontrastata. Che strana situazione! Da un lato vengono assegnati premi Nobel e Oscar alle cassandre che lanciano altisonanti grida d’allarme, dall’altro si continua come se nulla fosse. Anziché balzare in piedi, dato che non c’è più un minuto da perdere, si rimane proni, assuefatti a quanto viene percepito come irreversibile.
Questo clima apocalittico produce effetti su cui vale la pena spendere qualche parola. In generale, esso provoca un’apatica indifferenza. Se la fine del mondo è prossima, inutile farsi venire troppi patemi, tanto vale trascorrere quel poco che ci resta da vivere nella maniera migliore, divertendosi. La nave dei folli della nostra civiltà assomiglia al celebre Titanic. Considerato sicuro e inaffondabile, i suoi passeggeri usarono alcuni pezzetti di iceberg, sparati all’interno dell’imbarcazione dalla collisione, come ghiaccio per i loro drink. E mentre la nave si inabissava, nella sala la musica continuava...

Per molti altri, la consapevolezza della minaccia che incombe ha un effetto paralizzante. Terrore e sgomento che obnubilano il cervello, rallentano i riflessi, e inducono ad affidarsi a chi si presume possieda i mezzi e le competenze necessari per affrontare il pericolo, allo Stato. In questo modo il carnefice, invece di essere messo in discussione, ostacolato e combattuto dalle sue vittime, si vede da queste invocato, legittimato, consolidato. L’amministrazione della catastrofe è davvero un duplice affare, politico ed economico.
La parabola del presente appare talmente ineluttabile da indurre alcuni suoi critici a non preoccuparsene per passare direttamente al futuro. Offuscato il sole dell’avvenire dai fumi prodotti dal sistema industriale, non è più il caso di preparare l’avvento della grande sera. Molto meglio prepararsi per il giorno dopo. Si salvi chi può, insomma. Da chi impara ad accendere il fuoco sfregando bastoncini a chi si dedica ad inventariare quanto merita di essere tramandato, è un continuo ribadire che è inutile cercare di abbattere una società che sta già crollando, è tutto un lavorio attorno a improbabili arche di Noé. A questo coro si unisce anche la pia voce di chi sostiene la necessità di costituire «monasteri del terzo millennio», o «strutture ombra» in grado di erogare quei servizi che presto verranno a mancare.
E chi invece non intende rimanere in docile attesa che il cadavere del proprio nemico gli passi davanti trascinato dalla corrente? Qui lo stato d’urgenza permanente induce a ritenere che, a mali estremi, occorra rispondere con estremi rimedi. Quindi, bisogna farla finita con le differenze che dividono: tanto vale decretarle semplici sfumature e dedicarsi a sottolineare le similitudini che accomunano. La posta in gioco è troppo alta.

Bisogna fare fronte alla catastrofe in corso con ogni mezzo necessario.
Da un lato il riso ebete e la paralisi dettata dal panico, ovvero l’apologia della rassegnazione. Dall’altro il fatalismo speranzoso e l’opportunismo politico, ovvero l’apologia della sopravvivenza. Se questi sono gli effetti dell’annunziata apocalisse, viene quasi da interrogarsi sulla spontaneità e sincerità dei suoi bardi. In fondo, esistono anche altre possibilità. Ad esempio, che i toni drammatici della diagnosi medica sul capitalismo siano appositamente esagerati. Nessuno nega il pessimo stato della sua salute, ma quante volte nel passato era stato dato per spacciato? Che le voci sul suo imminente decesso siano solo un modo per generare un’attesa utile per fargli riprendere le forze, piuttosto che scatenare una rabbia che potrebbe essergli (quella sì) fatale? E il pianeta, è davvero sul punto di collassare? I fondali dell’atollo delle Bikini, dove vennero effettuati i primi test atomici, erano immaginati come un deserto lunare da cui tenersi alla larga in eterno. Fino a che, in anni recenti, chi si avventurò in quelle acque vi scoprì che la vita era ripresa. La natura — talvolta in forma bizzarra, ma rigogliosa — era sopravvissuta alla follia umana. E quindi? Dobbiamo prostrarci per quella che magari è solo una menzogna propagandistica, oppure dovremmo rincuorarci per quella che forse è solo una illusione consolatrice?
Falso problema. È indubbio che l’apocalisse abbia stracciato la rivoluzione nell’ambito della pensabilità e della possibilità, basandosi la prima sull’indifferenza (oggi generalizzata) e la seconda su un sussulto di consapevolezza e di dignità (oggi assenti). Di più, l’avvelenamento dell’ambiente e delle coscienze (e non si noterà mai abbastanza come la devastazione della vita esteriore vada di pari passo col massacro della vita interiore) è tale da far temere che nemmeno un profondo e radicale sconvolgimento sociale sarebbe in grado di riparare l’irreparabile. Ma proprio l’incertezza, la mancanza di stampelle cui aggrapparsi, potrebbe offrire una determinazione risolutiva per ritrovare se stessi, finalmente senza mediazioni. Quando non si ha nulla da perdere, perché non fare quello che più si desidera? Se la morte non è più una remota eventualità da temere, bensì una certezza da affrontare, perché non iniziare a vivere? Si dovesse precipitare nell’abisso, sarà almeno quello che avremo scelto.

«Il meraviglioso, lo ripeto, è dappertutto, in ogni tempo, in ogni istante. È, dovrebbe essere, la vita stessa, a condizione però di non rendere questa vita deliberatamente sordida come si sforza di fare questa società con le sue scuole, le sue religioni, i suoi tribunali, le sue guerre, le sue occupazioni e liberazioni, i suoi campi di concentramento e la sua orribile miseria materiale e intellettuale. Tuttavia mi ricordo: era nella prigione di Rennes, dove loro mi avevano fatto rinchiudere nel maggio 1940 perché avevo commesso il crimine di pensare che una simile società era mia nemica, mentre loro mi avevano obbligato, me come tanti altri, a difenderla ben due volte, io che non avevo niente in comune con essa. Conosciamo tutti l’arredo di quei luoghi: una brutta imitazione di letto che di giorno per regolamento deve essere ripiegato contro il muro, così che si è costretti a sdraiarsi per terra, di fronte un tavolo fissato al muro e, vicino, uno sgabello murato allo stesso muro, perché il prigioniero non ceda alla tentazione ossessionante di servirsene per accoppare il suo carceriere (come può un uomo farsi carceriere? Continuo a non capire. Oltre all’abisso di ignominia che implica una tale “professione”, anche il carceriere vive in prigione). Una mattina dipinsero di blu i vetri della finestra. Io passavo buona parte della giornata sdraiato sul pavimento, con la testa girata verso la finestra da dove ora il sole non veniva più. E ho visto in quei vetri, qualche momento dopo che erano stati dipinti, il viso di Francesco I, come lo ricordavo dai manuali di storia elementare. Sul vetro vicino un cavallo s’impennava. Di fianco c’era un paesaggio tropicale, abbastanza simile a quelli del doganiere Rousseau, dove appariva, nell’angolo in basso a destra, una fata. Com’era affascinante quella fata che lanciava farfalle con gesto leggiadro e grazioso della mano alzata al di sopra della testa».
Arrestato dai nazisti, l’autore di questa testimonianza si perde in fantasticherie. Il plotone di esecuzione può pretenderlo in qualsiasi momento della giornata, eppure...

Nemico di questa società, delle sue occupazioni come delle sue liberazioni, egli non accetta nemmeno di fronte alla più drammatica situazione materiale di ammainare la bandiera nera dell’immaginazione.
La vita, nonostante tutto.

Il diritto all'ozio e la ripresa individuale

Tu, che fai un lavoro che ti piace, tu, che hai un’occupazione indipendente ed il tallone del padrone non ti toglie il respiro; tu, pure, che ti sottometti, beato o codardo, alla tua qualità di sfruttato; come osi condannare così severamente coloro che son passati al piano di offesa contro il nemico? Una sola cosa ti vogliamo dire: Silenzio! per onestà, per dignità, per fierezza. Non senti la loro sofferenza? Quindi: taci! Non hai la loro audacia? Quindi, ancora: Taci! Taci, perché tu non sai le torture di un lavoro e di uno sfruttamento che si odia.

Da molto tempo si va reclamando il diritto al lavoro, il diritto al pane e, veramente, nel lavoro ci stiamo abbrutendo. Non siamo più che lupi alla ricerca del lavoro, di un lavoro “steady”, fisso, per quanto è possibile; e alla sua ricerca va il nostro affanno. Siamo a caccia continua, ossessionante, del lavoro. Questa preoccupazione, quest’ossessione anzi, ci opprime, non ci abbandona mai. E non è che si ami il lavoro. Tutt’altro; lo odiamo, lo malediciamo; e tuttavia lo subiamo, lo inseguiamo per ogni dove. E mentre lo imprechiamo, lo malediciamo pure perché ci sfugge, perché è incostante, perché ci abbandona dopo breve tempo, sei mesi, un mese, una settimana o solo un giorno. Ed ecco che all’indomani di ogni giorno, di ogni settimana l’inseguimento riprende, con umiliazione alla nostra dignità; affronto continuo alla nostra fame; scudisciata morale al nostro orgoglio d’individui pensanti, alla nostra dignità di ribelli, di anarchici.
Sentiamo l’umiliazione di questa lotta per sfuggire alla fame; sentiamo, soffriamo l’onta di dover mendicare un pezzo di pane, un tozzo di pane che ci è concesso ancora di tanto in tanto come una elemosina e rinnegando o mettendo in… soffitta il nostro anarchismo (troverete solo un posto al cimitero, se non vorrete usare dei mezzi illegali per difendere il vostro diritto alla vita) e soffriamo ancor più perché abbiamo coscienza dell’ingiustizia che si sta consumando verso di noi. Soffriamo ancor più per la sconcia commedia della falsa pietà che si sta giocando a nostro discapito, e ci rodiamo dalla rabbia per la nostra impotenza ed anche per un poco di viltà — che ha molte giustificazioni e molte volte non ne ha alcuna — di fronte a questa iniqua e cinica ipocrisia, che fa passare noi lavoratori come i beneficiati, mentre siamo i benefattori, che ci fa passare come pezzenti ai quali si allevia la fame per misericordia, mentre in realtà siamo noi che diamo da mangime a tutti i parassiti, che procuriamo ogni benessere di cui godono; consumiamo le nostre vite fra gli orrori delle continue privazioni, per permettere a loro ogni espansione, ogni piacere, ogni gioia, l’ozio, mentre noi siamo privati di tutto, ci è tolto il sorriso di ogni cosa, ci si considera null’altro che strumenti per abbellire le loro esistenze.

Ci rendiamo conto di tutta l’insensatezza del nostro affanno; sentiamo la tragicità, meglio, il ridicolo della nostra situazione; imprechiamo, malediciamo, ci sappiamo pazzi e ci sentiamo vili, purtuttavia subiamo l’influenza — come ogni mortale — dell’ambiente che ci circonda, che ci avvolge in una rete di frivoli desideri, di meschine ambizioni da poveri cristi che credono di migliorare un poco le loro condizioni materiali, tentando di strappare dai denti dei lupi — che la ricchezza posseggono, che la ricchezza difendono — un pezzo di pane in più, che si consegue al prezzo di sangue e carne lasciati nell’ingranaggio del meccanismo sociale.
E malgrado noi, per necessità o suggestione collettiva, ci lasciamo trascinare dal turbinio della follia collettiva. E rotte le resistenze che mantenevano integra la nostra coscienza — che sa che non riusciremo mai, per questo cammino, a distruggere le catene che ci mantengono schiavi (perché non si distrugge l’autorità collaborando con essa, né si diminuisce il potere oppressivo del capitale aiutando ad accumularlo col nostro lavoro, colla nostra produzione) — incominciamo ad aumentare il passo, e ben presto assumiamo noi pure la corsa. Una corsa senza senso né fine, che ci conduce a soluzioni transitorie e sempre illusorie e vane.

Che dire? Avidità di guadagno? Suggestione dell’ambiente? Insensatezza? Un po’ di tutto questo, anche se sappiamo che col nostro lavoro, sotto le condizioni del sistema capitalista, non risolveremo nessun problema essenziale delle nostre vite, salvo rari casi e condizioni particolari.
Nel presente sistema sociale, ad ogni aumento della nostra attività risulta un aumento di sfruttamento a nostro danno.
Impostore è chi afferma che la ricchezza è frutto del lavoro, del lavoro onesto, individuale.
Passiamo oltre. Perché soffermarci a ribattere i sofismi di certe teorie economiche, che non sono né sincere né oneste, convincono solo i poveri di spirito (che disgraziatamente sono la maggioranza della società) e non hanno altro scopo che coprire turpi interessi colla parvenza della legalità, del diritto? Voi tutti sapete che il lavoro onesto, il lavoro che non sfrutta altri esseri, non ha mai creato il benessere di alcuno nel presente sistema, e tanto meno la ricchezza; e che quest’ultima è frutto dell’usura e dello sfruttamento, che si differenziano dal delitto in forme esteriori. Inoltre non c’interessa un relativo benessere materiale conseguito attraverso un’accelerazione dello sfibramento dei nostri muscoli e del nostro cervello; ma bensì vogliamo il benessere attraverso il possesso completo, assoluto del prodotto del nostro sforzo, il possesso incontrastato di tutto ciò che è creazione individuale.
Stiamo, quindi, logorando le nostre esistenze a tutto beneficio dei nostri sfruttatori, inseguendo un benessere materiale illusorio, continuamente sfuggente, mai realizzabile in una forma concreta, stabile, perché la liberazione dalla schiavitù economica non ci può provenire da un’accelerazione della nostra attività nella produzione capitalista, ma nella creazione cosciente e nel possesso del prodotto.

È falsa l’affermarzione: una buona ricompensa, un buon salario per una buona giornata di lavoro. Ammette che dev’esserci chi produce, ed altri che s’impossessano di questo prodotto, e dopo essersi tagliata una buona parte per sé — pur non avendo partecipato a crearlo — distribuiscono, sulla base di criteri e principi assurdi ed interamente arbitrari, ciò che reputano di concedere al produttore reale. Stabilisce la retribuzione parziale; consacra, perciò, lo sfruttamento, il furto, l’ingiustizia.
Ma il produttore non può accettare, come base d’equità e giustizia, la retribuzione parziale. Per conseguenza, ogni nostro concorso alla produzione capitalista è un’accettazione e una sottomissione allo sfruttamento esercitato su di noi. Ogni aumento di produzione ribadisce le nostre catene, aggrava la nostra schiavitù. Più lavoriamo per il padrone, più logoriamo la nostra esistenza avviandoci ad una prossima fine. Più lavoriamo e meno tempo ci rimane da dedicare ad altre attività, meno gusto ci rimane per la vita, per le sue bellezze, per le soddisfazioni che ci può offrire, per i piaceri, per l’amore.
Non si può reclamare da un fisico stanco e logoro che abbia voglia di studio, che abbia gusto per l’arte, la musica, la poesia; né tantomeno che abbia occhi per ammirare le infinite bellezze della natura. Un fisico stanco e logoro, estenuato dal lavoro, consumato dalla fame e dalla malattia, non ha voglia che di dormire e di morire. Ed è turpe ironia, è beffa sanguinosa l’affermare che un uomo, dopo otto o più ore di lavoro manuale, abbia ancora in sé la forza di divertirsi, di gioire in una forma elevata, spirituale. Non ha più che la passività d’abbrutirsi, perché per far ciò non ha che da lasciarsi cadere, trascinare. E, malgrado i suoi impostori cantori, il lavoro nella presente società non è altro che una condanna, un’abiezione. È un logoramento, è sacrificio, è suicidio.
Che fare? Concentrare i nostri sforzi per rallentare questa follia collettiva, questa marcia verso lo sfibramento. È necessario mettere in guardia il produttore contro questo travagliato affannarsi, inutile quanto idiota. Bisogna combattere il lavoro, ridurlo al minimo, divenire lazzaroni fin che viviamo nel sistema capitalista sotto cui dobbiamo produrre.
Essere lavoratori onesti, oggi, non è alcun onore: è un’umiliazione, una coglioneria, una vergogna ed una viltà. Definirci lavoratori onesti, poi, è prenderci il pelo, è burlarsi di noi, e dopo il danno aggiungervi la beffa.
Oh, superbi e magnifici vagabondi, che sapete vivere al margine delle conformità sociali, io vi saluto! Ed umiliato, ammiro la vostra fierezza, il vostro spirito di non sottomissione e riconosco che avete ben ragione di gridarci che ci si abitua anche nella schiavitù!

No! il lavoro non redime: abbrutisce. I bei canti alle masse vigorose, attive, laboriose; i begli inni ai muscoli poderosi, le alate perorazioni al lavoro che nobilita, che eleva, ci libera dalle tentazioni e da tutti i vizi, non sono che pura fantasia di gente che non ha mai preso il martello né lo scalpello, di gente che non ha mai piegato il groppone sull’incudine, né si è mai guadagnata il proprio pane col sudore della fronte.
La poesia al lavoro manuale non è che derisione ed inganno, che non ci dovrebbe far sorridere ma riempirci d’indignazione e di rivolta.
La bellezza del lavoro… il lavoro che eleva, nobilita, redime!...
Sì! Guardateli là, gli operai che escono dalla fabbrica, che sorgono dalle miniere, che abbandonano i porti, i campi, dopo la giornata di lavoro. A malapena i loro passi possono sopportare quei corpi sfiniti. Scrutate i loro visi magri, emaciati, i loro occhi spenti senza fiamma, senza vitalità! Ah! I bei muscoli poderosi… la gioia dei cuori per il lavoro che nobilita… Non vi avvicinate in quel momento coi vostri inni alla nobiltà del loro sforzo, perché non darei un god damn cent per la sicurezza delle vostre vite.
Penetrate in quelle fabbriche ed osservateli nella loro attività. Inchiodati, come parte integrante, alle macchine, sono costretti a ripetere per mille, diecimila volte il medesimo movimento, automaticamente, come la macchina, senza, quasi, che sia richiesto l’intervento del loro cervello. Potrebbero benissimo lasciare il loro cervello a casa, che una volta piazzati al loro posto eseguirebbero ugualmente il lavoro.
Essi non conservano più nulla della propria personalità, della propria individualità. Non sono più esseri sensibili, pensanti, creatori. Non sono altro che cose senza spiritualità, senza moto proprio. Vanno, perché tutti vanno. Si muovono con moto uniforme, uguale, senza indipendenza. Gli è stato assegnato quel movimento e lo debbono eseguire, e gli è richiesto di eseguirlo, oggi, domani, sempre, come le macchine.
Siamo giunti alla distruzione completa della personalità umana nell’ottanta per cento della produzione moderna. Non vi sono più degli artigiani, degli artisti. La produzione capitalista non li richiede, non li necessita. Si sono inventate cose per ogni bisogno e macchine per fare tutto; e siamo giunti al punto di dover creare dei bisogni nuovi per poter fabbricare delle cose nuove. In realtà è ciò che già si fa; ed è per questo che la vita si va sempre più complicando ed il vivere si fa ogni ora più difficile.
È stata soppressa l’estetica delle cose, e non si crea più che in serie, in massa. Si sono educati i culti in una linea generale; sono stati distrutti negli individui ogni originalità artistica, ogni desiderio differente, e si è riusciti — oh, prodigio della propaganda! — a far gustare alla generalità ciò che ai capitalisti conviene fabbricare: la medesima cosa per ogni individualità diversa.
Cosicché non c’è più bisogno di esseri che creino, ma che fabbrichino; non vi sono più artisti, operai intellettuali, ma solo manuali. Non si mette più a prova la vostra intelligenza, ma si guarda invece se avete buoni muscoli, se il vostro fisico è vigoroso; non si guarda tanto a ciò che sapete produrre, ma a quanto sapete produrre. Non siete più voi a far marciare la macchina, è la macchina che fa marciare voi. E per quanto sembri paradossale, e non è che la pura realtà, è pure la macchina che pensa al da farsi e voi non avete altro che da servirla, darle ciò che vi chiede, fare ciò che v’insegna. È lei il cervello e voi il braccio; lei la materia pensante, creatrice, voi la materia bruta, automatizzata; lei l’individualità, voi la… macchina.
Guai se una sola individualità umana s’introducesse fra il funzionamento dell’officina Ford, ad esempio: essa sgretolerebbe tutto l’ingranaggio della produzione!

Gli operai non sono che ergastolani. O, se più vi consola, dei militari e le officine delle caserme. Tutti marciano al medesimo passo; tutti fanno — malgrado la varietà degli oggetti — i medesimi movimenti.
Non si trova più alcuna soddisfazione nei lavori che si eseguono, non ci si appassiona più ad essi, perché li sentiamo interamente estranei. Sono sei, sono otto, sono dieci ore di lavoro, e non sono che sofferenza, non sono che tormento!
Non amiamo, no, il lavoro; lo odiamo! Non è la nostra liberazione: non è altro che la nostra condanna! Non ci eleva né ci redime dai vizi, ma ci abbatte fisicamente e ci annienta spiritualmente, al punto da renderci incapaci di sottrarci ad essi. Bisognerà eseguirli questi lavori, lo so, ma sarà sempre di malavoglia, se si vorrà mantenere anche domani il presente sistema di produzione, per economia di sforzi. Sarà sempre soffrendo, anche quando saranno ridotte a meno ore al giorno.
Io non so come la pensino gli animali della soma che gli caricano sul groppone; ma quello che ben so, osservo ed io stesso sento, è che l’uomo non esegue con gioia, con vera soddisfazione che i lavori intellettuali, artistici.
Se almeno non vedesse sprecato, non vedesse inutile il suo sacrificio, l’uomo si farebbe ancora coraggio, ed il suo penare gli parrebbe meno amaro, meno doloroso. Ma quando osserva che tutto il suo sforzo è mal speso, che non è che il faticare di Sisifo, con innumerevoli disastri e sacrifici ad ogni ricaduta, allora il coraggio fugge dal suo cuore, ed in ogni essere cosciente, in ogni essere sensibile ed umano, l’odio si accende contro questo barbaro e criminale stato di cose, e l’avversione e la rivolta contro il lavoro è inevitabile.
E si comprende allora che vi siano dei non conformisti che non vogliano piegarsi a questa schiavitù ripugnante. Si comprende che vi siano dei vagabondi indomabili, che preferiscono l’incertezza dei loro domani — il più delle volte senza nemmeno il misero tozzo di pane accordato al lavoratore costante — pur di non sottomettersi a questo sistema umiliante. Si comprende la bohemia incorreggibile, senza genio, se volete, ma che non fa parte del carro umiliante dei paria. E si comprendono pure i gran pigri, gli oziosi idealisti, che passano la vita in completa fratellanza con la natura, gioendo nel contemplare le meravigliose aurore, i melanconici tramonti, riempiendo i loro spiriti delle melodie che solo una vita semplice e libera può procurare, ignorando molte volte anche i richiami imperiosi della fame, pur di non cadere nella schiavitù nella quale noi siamo sprofondati. Seduti sul bordo della via, osservano con infinita tristezza, con profonda pietà, la negra fiumana di lavoratori che ogni giorno si avviano docili e disfatti verso le galere che li inghiottono, già sfiniti, e li rigettano alla sera fatti cadavere.
E fuggono, questi oziosi idealisti, col cuore oppresso da tanta stoltezza, da tanta miseria, da tanta follia! Fuggono verso la vita libera, indocile, non conformista, dicendosi in cuor loro che, piuttosto che sottomettersi ogni giorno a questa vita miserabile, vile e priva di elevatezza e spiritualità, è preferibile la morte.
Odiare il lavoro in regime capitalista non significa essere nemico di ogni attività; come essere per la ripresa individuale non significa essere nemico del lavoratore-produttore, ma nemico del capitalista-sfruttatore.
*
Questi vagabondi idealisti che tanto mi riempiono di ammirazione, hanno un’attività, vivono una vita interiore spirituale ricchissima in esperimenti osservazioni gioie. Sono nemici del lavoro perché trovano sprecati in gran parte i loro sforzi in quella direzione; non possono, in seguito, sottomettersi alla disciplina che richiede quella specie d’attività, o non possono tollerare che si faccia di essi una macchina senza cervello; che si uccida in loro quella personalità, che è ciò che più hanno cara.
È fra questi vagabondi spirituali; è fra questi refrattari dell’addomesticamento alla disciplina capitalista che bisogna cercare gli espropriatori, i partigiani della ripresa individuale. È studiando bene i motivi psicologici, etici e sociali che determinano la loro attitudine, che sapremo meglio comprendere, giustificare, apprezzare i loro atti, ed anche difenderli dai biliosi attacchi di molti di coloro che, pur avendo le medesime idee su molti altri problemi, s’affannano a gettare fango su codesti impazienti che, come ho detto, non sanno pazientare fino al giorno della redenzione collettiva.
Il diritto alla ripresa individuale non si può negare basandosi sopra un certo diritto collettivo all’espropriazione. Se fossimo socialisti o comunisti-bolscevichi potremmo allora negare all’individuo il diritto di appropriarsi — coi mezzi che meglio crede opportuni — di quella parte di ricchezza che come produttore gli apparterrebbe. Perché i bolscevichi e i socialisti negano la proprietà individuale ed ammettono una sola forma di proprietà: la collettiva o la proprietà della nazione. Ma questo non è il caso degli anarchici, sia individualisti che comunisti, i quali, teoricamente e praticamente, ammettono tanto la proprietà collettiva che l’individuale. E se si ammette il diritto al possesso individuale, logicamente non si potrebbe negare all’individuo il diritto di servirsi di quei mezzi ch’egli più crede opportuni per rientrare in possesso di ciò che gli appartiene.
Ogni creditore (la classe produttrice al cospetto della capitalista) prende alla gola il suo debitore nell’ora e nella forma che più gli conviene, e si fa restituire il suo prodotto — carpitogli coll’inganno o la violenza — nel più breve tempo possibile. L’individuo è il solo arbitro e giudice in questo atto di restituzione.
Si è ammessa l’opportunità e la necessità di un atto collettivo, di una rivoluzione sociale per espropriare la borghesia; e l’individuo, anche individualista, si è associato volentieri a questa idea, perché era credenza generale che uno sforzo collettivo ci avrebbe liberati più facilmente dalla schiavitù economica e politica. Ma da parecchi anni questa fiducia è venuta a mancare in molti anarchici.
Si è dovuto ammettere, alfine, che una vera liberazione, una liberazione profonda, anarchica, che demolisca veramente nella coscienza delle masse il feticcio autorità e ci permetta di instaurare uno stato di cose che non violi la liberta del singolo, necessita di una lunga preparazione culturale, per conseguenza molti anni ancora da dover soffrire sotto lo sfruttamento capitalista. Da ciò è derivato che molti ribelli nostri, che in un primo tempo avevano abbracciato con entusiasmo l’idea di una rivoluzione espropriatrice, si sono detti — senza dissociarsi per questo dal necessario lavoro di preparazione rivoluzionaria — che tale attesa significava il sacrificio di tutta la loro vita, consumata sotto condizioni odiose e bestiali, senza alcuna gioia né godimento, e che la soddisfazione morale di una lotta compiuta in favore della liberazione umana non era lenimento sufficiente alle loro pene.
Perché è oggi che dobbiamo vivere, non domani. È oggi che abbiamo diritto alla nostra parte di piaceri; e ciò che oggi perdiamo, il domani non ce lo può restituire: è definitivamente perduto. È perciò oggi che vogliamo godere la nostra parte di beni, che vogliamo essere felici.

Ma la felicità non si ottiene in schiavitù. La felicità è un dono all’individuo libero, all’individuo padrone di se stesso, del suo destino, non bestia da soma, non bestia che soffre, che produce ed è privata di tutto.
La felicità si ottiene nell’ozio. Si ottiene pure nello sforzo, ma nello sforzo volontario, nello sforzo utile, nello sforzo che procura maggior benessere, che accresce la varietà delle mie acquisizioni, nello sforzo che mi eleva, che mi redime per davvero.
Non v’è perciò felicità possibile per il lavoratore che per tutta la sua vita sta occupato a risolvere il terribile problema della fame. Non v’è felicità possibile per il paria che non ha altra preoccupazione ed altro tempo che d’occuparsi del lavoro.
Vita ben triste la sua, sconsolante e che abbisogna di un gran coraggio — o codardia — per poterla trascinare, per poterla sopportare senza ribellarsi.
Di questa consolazione, del desiderio di vivere, di questa disperazione intima e profonda di fronte alla prospettiva di tutta una vita consumata per puro beneficio di gente indegna e malvagia, con la speranza perduta in una salvezza collettiva nella breve traiettoria della propria esistenza: ecco di cosa è formata la rivolta individuale; ecco di che fuoco sono alimentati gli atti di ripresa individuale immediata.
Perché la vita del lavoratore incosciente è triste; ma, ahimé! la vita dell’anarchico è veramente tragica. Se voi non sentite tutta la sofferenza, tutta la disperazione della vostra tragica situazione, permettetemi di dirvi che avete pelle di coniglio, e che il basto non vi sta poi così male. E se il basto non vi pesa; se per la vostra situazione particolare non sentite la pressione diretta del padrone; se malgrado tutte le vostre superficiali lamentele, non potete vivere senza il lavoro perchè non sapete come occupare le vostre ore di ozio, ed in mancanza di un lavoro manuale vi annoiate terribilmente; se sapete resistere alla disciplina quotidiana dell’officina, sopportare i continui rabbuffi dei capi imbecilli o malvagi, crepare di lavoro prima, e di fame poi, senza sentirvi la voglia di abbracciare anche il più odioso dei criminali e chiamarlo fratello e sentirvi invadere di tenerezza per il tagliagola, non siete in grado di comprendere la sofferenza spirituale ed i motivi sociali che determinano gli atti di ripresa individuale di coloro di cui parlo, ed ancor meno siete in diritto di condannarli.
Poiché, oltre a constatare l’odiosità di un lavoro bestiale, inutile e non poche volte criminale per il bene suo e quello dell’umanità; oltre a vedersi forzato a partecipare egli stesso al mantenimento della propria schiavitù e a quella dei suoi compagni di lavoro e del popolo in generale; egli deve eseguire questo lavoro in una forma ed in condizioni così orribili, insopportabili e piene di pericoli per la sua stessa vita ad ogni instante della lunga giornata, che il suo lavoro (e molti dei lavori che devono eseguire certe categorie di operai), oltre ad essere una terribile schiavitù, assomiglia a un vero suicidio. Giù in fondo alle miniere, accanto a macchine mostruose, nelle infernali fonderie, in mezzo a prodotti malsani, la morte è sempre in agguato. Corpi intisichiti, polmoni avvelenati, membra lacerate, corpi contorti, occhi privati della luce eterna, crani schiacciati, ecco ciò che gli onesti lavoratori, a migliaia, guadagnano col sudato pane. E nessuna pietà per loro, nessuna morale, nessuna religione commuove il profittatore per questi suoi milioni di delitti quotidiani per un poco di guadagno di più, per un poco più di danaro che riempia le sue casse.
Bisogna perciò risparmiarli colla nostra pietà, vuotare il nostro deposito lacrimogeno per la mala fortuna che può cadere sulla testa di qualcuno dei loro una volta ogni secolo da parte della necessità forzata di uno dei nostri?
È vero che noi dobbiamo mostrarci umani, sensibili, generosi quando si tratta di risparmiare la borsa o la pellaccia dei nostri nemici, e bestie quando i nostri nemici ci fanno crepare.
Noi, individualmente, non abbiamo il diritto di prendere la spada della giustizia nelle nostre mani senza il consenso o il concorso collettivo. Non violate la verginità della morale comune coi vostri peccati non ancora santificati. Abbiate un po’ di pazienza, fratelli, che il regno del signore verrà per tutti! Se avete fame, grugnite, ma quieti: non siamo ancora pronti; se vi si bastona, ruggite ma non muovetevi: abbiamo ancora del piombo ai nostri piedi; se vi si massacra, dopo avervi derubati, altolà! Torcete pure il collo al ladro, vi proclameremo perfino eroi; ma se volete riprendergli il vostro danaro senza il nostro consenso, anche se a vostro unico rischio, non lo fate, perché allora non sareste che dei villani banditi. È la morale, la morale nostra. Merda! allora…
E mi sia permesso porre una domanda, la seguente: Quando il capitale mi deruba e mi fa morire di fame, chi è il derubato e chi è che muore di fame: io o la collettività? Io? E allora, perché solo la collettività avrebbe il diritto di attaccare e difendersi?

*
Io so che l’azione dell’espropriatore si può prestare a molte false interpretazioni, a molti equivoci. Ma la colpa di tutto ciò, la responsabilità per la falsificazione dei motivi etici sociali e psicologici che determinarono e determinano — nella loro maggioranza — gli atti individuali di espropriazione, cade principalmente sulla — in gran parte — malafede dei suoi critici. Ma non voglio sostenere che tutti i suoi critici sono in malafede; perché so benissimo che vi è una buona parte di compagni che credono sinceramente che questi atti siano nocivi ai fini immediati della nostra propaganda.
È stato detto da certi critici che l’apologia dell’atto individuale genera in certi anarchici l’utilitarismo meschino, una mentalità ristretta in contraddizione coi principi dell’anarchia. Supposizione azzardata, quanto dire che ogni anarchico che abbia contatti con elementi non anarchici finisce per pensare in modo antianarchico.
Ma vi è una cosa, però, che non voglio tralasciare di dire, ed è la seguente: essendo l’espropriazione un mezzo per sottrarsi alla schiavitù individualmente, i rischi devono essere sopportati pure individualmente, ed i compagni che praticano l’espropriazione per sé perdono ogni diritto — se pur esiste per le altre attività anarchiche; ed io non lo credo — di reclamare la solidarietà del movimento quando cadono in disgrazia.
La mia intenzione in questo studio non è quella di fare l’apologia di questo o quel fatto, ma bensì quello di andare alle radici del problema, di difendere il principio e il diritto all’espropriazione, il mal uso che certi espropriatori poi fanno del frutto delle loro imprese non distrugge il diritto stesso.
Ed esaminiamo una più grave accusa, la condanna massima in base ai principi anarchici.
Gli espropriatori sono stati chiamati parassiti. Parassiti lo sono, perché non producono nulla; ma parassiti involontari, forzati, perché nell’attuale società non vi possono essere che parassiti o schiavi. Non vi è dubbio che siano parassiti; ma quello che non si potrà dire è che sono schiavi. Gli schiavi, invece, nella loro maggioranza, sono pure parassiti e parassiti ben più dispendiosi di quelli. Ed il parassitismo della maggioranza di produttori è molto più immorale, codardo e umiliante di quello degli espropriatori.
Potreste forse negare che i due terzi della popolazione delle nostre metropoli siano parassiti?
È inoppugnabile che, se per produttori si calcolano solo coloro che si occupano in una produzione veramente utile, l’umanità nella sua maggioranza si deve considerare parassita. Lavoriate o non lavoriate, se non fate parte della categoria dei contadini o di poche altre categorie veramente utili, non potete essere che dei parassiti anche se vi credete dei lavoratori onesti.
Fra il parassita-lavoratore che si sottomette alla schiavitù economica capitalista e l’espropriatore che si ribella, preferisco quest’ultimo. Questo è un ribelle in azione, l’altro è un ribelle che abbaia ma non... morde, o morderà solo il giorno della santissima redenzione.

Non-produttori, è vero, ma non complici. Non-produttori sì, ladri se volete, se la nostra vigliaccheria ha bisogno di consolarsi in un’altra bassezza, ma non schiavi; ma fin da oggi mostrando i denti al nemico, faccia a faccia; ma fin da oggi temuti e non calpestati; ma fin da oggi in stato di guerra contro la società borghese.
Tutto nel mondo attuale capitalista è indegnità e delitto; tutto ci dà vergogna e non ci procura che nausea e rivolta.
Produciamo, soffriamo e moriamo come cani.
Lasciate almeno all’individuo la libertà di vivere degnamente o di morire da essere umano, se voi volete agonizzare nella schiavitù.
Il destino dell’uomo, si è detto, è quello che egli stesso si sa forgiare; ed oggi non vi è che un’alternativa: o in rivolta o in schiavitù!

Lavoratori!

Perché dissodate, o lavoratori, i campi dell’oppressore che vi tiene sotto i suoi piedi? Perché tessete col vostro dolore e colla vostra pena le vesti seriche in cui si ammantano i vostri tiranni?
Perché nutrite e vestite e mantenete, dalla culla alla tomba, codesti fuchi inutili e ingrati che vorrebbero suggere tutto il vostro sudore, anzi il vostro sangue?
Perché, laboriose api, fondete tanti flagelli, spade e catene a questi fuchi senza aculei, che saccheggiano il frutto del vostro stentato lavoro?
Avete gioie, comodità, ricovero, avete pane, voi?
Avete voi l’ambrosia soave degli amori?
Che cosa comprate, dunque, così a caro prezzo colle vostre pene, coi vostri infiniti dolori?
Il grano che voi seminate altri lo mietono; la ricchezza che accumulate altri la custodiscono; le vesti che tessete altri le indossano; le armi che temprate altri le impugnano.
Seminate il grano! ma che nessun tiranno lo raccolga; scavate tesori! ma che nessun usuraio li accumuli; tessete tuniche, ma che nessun parassita le logori; forgiate armi, ma impugnatele per la vostra difesa.
Oppure rifugiatevi nelle vostre caverne, nelle stamberghe, nelle celle; i palazzi che avete eretto sono abitati da altri.
Perché squassate le vostre catene? foste voi a forgiarle, e le spade che scintillano contro il vostro petto, foste voi a temprarle.
Coll’aratro e con la vanga, con la zappa e col telaio vi scavate la fossa, vi fabbricate la tomba, tessete il vostro sudario, finché la bella Patria non sarà il vostro ossario.

Le grandi questioni

«Bastardo!» mormorò lei, e poi un po’ più forte: «Schifoso bastardo!». Ed era seria.
Il responsabile del personale strizzò gli occhi con aria incredula. D’accordo, non era forse la persona più entusiasta sul mercato del lavoro, e d’altronde non aveva mai preteso di esserlo. Non possedeva un diploma che le consentisse di trovare un buon impiego, ben retribuito e sedicente “rispettabile”. Per di più, del mondo non aveva visto granché. Il suo piccolo mondo aveva tutto preteso da lei, l’aveva totalmente impregnata. E, sì, di tanto in tanto, quando non ce la faceva più a sopportare, quando avrebbe voluto dimenticare ciò che tanto la tormentava, beveva troppo e diventava preda di una collera furiosa. A onor del vero, non era fiera. E questo la distruggeva, ne era consapevole… Ma via, senza stronzate, è forse sufficiente a giustificare tutte quelle umiliazioni e privazioni? Era quella la vita che aveva sognato? Era questo vivere? In fondo, pensava di averlo perso ormai da tempo. Lentamente, ma inesorabilmente. Come la sabbia che scivola fra le dita. Granello dopo granello. I prof che la insultavano, che la definivano una inguaribile sognatrice. Il primo amore, con le speranze, la promessa, il fluttuare nell’aria. Fino a che fu costretta a capire che la vita non è un romanzo e che, «se affrontiamo l’argomento», così gridava lui, «sai dove sono i miei cazzo di pantaloni?». E sia. Non si sarebbe data subito per vinta. Andar via. L’animazione di una grande città. Un po’ d’anonimato. Poi un incontro. Fugace, ma intenso. Un po’ di calore reciproco. Un po’ meno solitudine per un momento. Fino al primo ritardo delle regole. Che fare? Era quanto meno impossibile! Madre? Mai! Certo non ora, non così. Una decisione chiara sempre respinta. Fino a quando un piccolo essere ha voluto uscire dal suo ventre. Una nuova vita in un vecchio mondo. Riorganizzarsi. Cercare un posto per il piccolo, arrangiarsi, guadagnare qualche soldo. E il padrone era nuovamente di cattivo umore. «Non ti pago per non far niente e chiacchierare». Trascorrere ore ed ore davanti alla cassa: «buongiorno, grazie, prego, buongiorno». Senza più un sorriso.
Fuori il sole splende. Caldo e dolce. Mentre i mesi e gli anni passano. Poi il rientro a casa. Stanca, così stanca. E i piatti accatastati in cucina. Domani, domani. Oggi, a malapena riesce a mangiare un boccone, a mettere a letto il piccolo, a preparare i vestiti per l’indomani e a far da mangiare. E poi a infilarsi sotto le coperte. Con un libro, come fa da parecchio. Troppo stanca per tenere gli occhi aperti, si addormenta a metà, con la testa sempre intasata da montagne di fatture non pagate. Si sente sola, così sola… Non ne può più di tutto questo! Le incessanti umiliazioni… l’immagine di sé spezzata. Non vuole più reprimere tutto, scrollare la testa, sìsìsìsì. Tutto questo la prostra, le sottrae la forza di stare in piedi, di cercare delle prospettive. Bisogna farla finita. Deve fare qualcosa. In caso contrario…
«Mi scusi!» La voce del responsabile del personale risuona. «Io… spero fortemente di avere capito male!?».
«Mi hai capito bene e lo sai!» saltando dalla sedia. «Stai per gettarmi via? Così, come si fa con un rifiuto?».
«Ebbene, lei sta esagerando. Ho già provato a spiegarle che… la sua disciplina sul lavoro…».
«Disciplina sul lavoro?! Tu! Carogna infetta! Il tuo schifo di lavoro! Tientelo!».
E si precipitò fuori dall’ufficio. Fuori dal negozio. Licenziata! La porta dietro di sé. Wahhmm! L’aria era fresca. Almeno quanto è possibile in una città. Merda, merda, merda. Erano le undici del mattino. La prima volta da mesi che non doveva lavorare la settimana… Come andare avanti, cosa doveva fare, con l’affitto da pagare… il bambino sgranò gli occhi quando per una volta lei andò a prenderlo a scuola. Doveva ancora dei soldi alla vicina e il frigo era quasi vuoto…
Come una tempesta che incombe. Certo, detestava il lavoro, ma ora cosa l’aspettava?
Se lei… i suoi passi rallentarono. Si fermò. Una girandola di pensieri… ma, un attimo! La chiave, ce l’aveva ancora… Avrebbe tentato il colpo. Sapeva che, in quel momento, non ci sarebbe stato nessuno all’interno. Come sempre. Gli ordinativi erano già stati controllati, quindi potevano passare settimane prima che se ne accorgessero. «Coraggio, amica mia, coraggio. Quando è troppo è troppo! Hai strisciato fin troppo tempo per una miserabile paga!». Per quei signori lassù non avrebbe significato nulla, non se ne sarebbero neppure accorti. Ma non si trattava di questo, non in prima istanza. Oggi si sarebbe ripresa un po’ della sua dignità, avrebbe ritrovato un po’ di rispetto di sé. Avrebbe rubato, se così si può dire…

Pane e lavoro

— Vogliamo pane e lavoro!
Vogliamo pane e lavoro? Vedete un po’. Quel grido da un pezzo non lo udivo più e da altrettanto tempo non avevo più avuto l’occasione di leggerlo sui giornali. Da parecchio tempo aveva cessato di essere il grido, come dire?... di battaglia dei disoccupati italiani. Altre forme di manifestazioni e, per conseguenza, altre grida erano subentrate a quelle vecchie di tanti lustri. Ma ora siamo da capo, il giro si ripete.

— Vogliamo pane e lavoro!
È il grido della miseria, d’accordo: ma mi pare anche il grido della rassegnazione, e per questo non mi piace. Che lo si facesse intendere molti anni addietro, posso ancora comprenderlo; ma oggi come oggi non lo comprendo più. Non amo le corse viziose, e neppure coloro, individui e collettività, che dopo aver percorso un dato tragitto si arrestano per ritornare da capo. Amo meglio si vada sempre avanti, perché sempre avanti vuole andare il progresso.
Correre in giro; com’è noioso! Lo comprese perfino un carabiniere — e dico poco! — quando, stanco delle manovre alle quali lo condannavano i suoi superiori per sciogliere gli assembramenti dei disoccupati, disse: — In questo modo, a forza di correre in giro su noi stessi, ci ubriachiamo senza bisogno di vino.
Oggigiorno l’operaio non può, non deve più limitarsi a chiedere pane e lavoro. Il pane è buono, sì, per sfamarsi, ma non è tutto: col pane ci vuole la pietanza; con la pietanza ci vuole lo svago, e col lavoro ci vuole il riposo, il diletto, lo studio, in breve, tutto quanto può nutrire un corpo e alimentare una mente. L’uomo non è una macchina da potersi rimettere in moto grazie a una data quantità di carbone, è qualche cosa di più e di meglio; è un organismo complesso che ha diritto alla vita.

Quindi, ripeto, non amo si gridi:
— Vogliamo pane e lavoro!
Sono disoccupati, gli operai? Hanno esaurito le magre risorse? La fame batte alle loro porte? Si levino, perdio!, reclamino, esigano il diritto alla vita integrale.
Si accontenterebbe forse, il borghese, di solo pane? No. E allora, perché dovrebbe accontentarsene l’operaio? La diversità di classe implica una diversità essenziale di bisogni materiali e morali? No. Siamo tutti egualmente figli di una donna, sia che siamo nati in un palazzo o in una stamberga, con o senza genitori ricchi.
Le condizioni sociali, buone per gli uni e cattive per gli altri, ci sono imposte da forze estranee alla nostra conformazione naturale, perciò sono profondamente immorali. Se volenti le accettassimo, congiureremmo contro noi stessi. Appunto per questo dobbiamo ribellarci ad esse; non già in nome del pane solamente, ma in nome del diritto che abbiamo di vivere.
Il prete, dal pergamo, può invocare il suo Dio, perché dia ai fedeli il pane quotidiano... ed a lui la lauta mensa; i fedeli possono accontentarsi della invocazione istrionica. Ma io non sono né prete, né fedele.
Il politicante, dalla tribuna parlamentare, può chiedere allo Stato qualche lavoro per i suoi elettori, e gli elettori possono accettarlo contenti. Ma io non sono né politicante, né elettore. Dunque rifiuto il pane di Dio ed il lavoro dello Stato.
Una cosa sola voglio: vivere.
È delitto volerlo? Se sì, sono lieto di delinquere.

Pensa...

Operaio, tu temi la morte; ma a che vale la tua vita?
Dall’infanzia alla vecchiaia la trascini di servaggio in servaggio senza che mai un’ora di gioia venga ad illuminare il buio della tua anima.
Che ti dà il tuo lavoro?
Una vita di abbrutimento, un corpo tormentato dalle malattie...
Ti sorride forse l’amore? La tua compagna è come te schiava, i tuoi figli sono anch’essi attesi dalla miseria.
Non senti l’avvilimento salirti dall’animo quando fissi il sole?
Non senti la tua miseria soffrire allo spettacolo di tripudio d’altri uomini fatti come te e che valgono quanto te?
Speri nell’avvenire?
Qualcuno ti sussurra la speranza futura. Non illuderti, operaio, nessun avvenire ti attende: c’è troppa ignominia negli apostoli e troppa viltà nei servi che sono i tuoi compagni...
Patria!
Che è per te? Non senti lo scherno nella parola? Non ricordi I manganelli che ti hanno bastonato nei giorni che osasti levare la tua fronte verso il sole, e non senti il rigido mormorio della legge che bollò la tua colpa?
Patria... case altrui, ricchezze altrui...
E per te?
Precarietà e morte!
Rassegnazione?
Ah, no! Rivolta!
Tu stesso la tua cima. Sia la tua volontà!
La tua libertà, la tua affermazione, il tuo Io!
Sarà un naufragio...
Che questo naufragio sia tragico, che l’ultima ora di questo mondo sia un poema!