MACHETE si avvale anche della (più o meno volontaria) collaborazione di molti demolitori di certezze e luoghi comuni, siano essi famosi o sconosciuti, del presente come del passato. Nel saccheggiare il loro arsenale teorico, ne riportiamo in copertina il nome ma senza specificarne il contributo. Gli articoli sono perciò tutti rigorosamente anonimi. Va da sé che il loro contenuto non necessariamente coincide appieno con il pensiero dei redattori di questo aperiodico.

Oltre alla versione cartacea, MACHETE si può leggere e scaricare liberamente su questo sito. Qui trovate tutti i testi apparsi sulla rivista, ma non solo: saranno pubblicati anche gli eventuali strascichi causati dai suoi articoli.
Per non correre il rischio di trasformare MACHETE in uno spazio di repliche e controrepliche, abbiamo deciso di lasciare le sue pagine libere dai dibattiti che possono nascere. Questi verranno perciò ospitati unicamente sul nostro sito.

«Il futuro noi siam, pensiero e dinamite: il pensiero per sollevare i deboli, la dinamite per abbattere i potenti»

La forza di seduzione di questo motto, assai in voga fra gli anarchici di fine ottocento, è uscita indenne da rivoluzioni tradite e guerre mondiali, giungendo miracolosamente fino a noi. Per un secolo si è scommesso sul felice esito dell’incontro fra la teoria e la pratica. Le idee anti-autoritarie e l’azione diretta contro il dominio erano le due componenti, indissolubili perché complementari, da miscelare con cura e diffondere per ottenere magici risultati. Il loro contatto avrebbe dovuto provocare quell’esplosione capace di scardinare le porte dell’avvenire sigillate in un eterno presente di obbedienza. Inutile girarci tanto attorno. Questa scommessa è andata persa.
Dalla parte del dominio hanno lavorato molto e bene. Battaglioni di intellettuali e giornalisti sono stati assoldati col compito di addomesticare ogni teoria sulfurea. Nei laboratori dell’intellighenzia l’idea feconda è stata sterilizzata in opinione, banale e intercambiabile. La critica è scaduta in commentario, talvolta erudito ma privo di conseguenze. La coscienza è stata lobotomizzata da decenni di propaganda mediatica che ha colonizzato i nostri sensi. Insomma, non si sono mai visti prima d’ora così tanti deboli incapaci di mettere in discussione la propria debolezza. Quanto alla pratica, si ritrova imbrigliata in una tecno-sorveglianza onnipresente che non risparmia né i luoghi pubblici né i domicili privati, e in una legislazione che promette “tolleranza zero” nei confronti del minimo gesto che non sia la genuflessione. Al di fuori dell’impazienza solitaria, ogni tensione ardita si ritrova così intrappolata fra inibizione e punizione. Mai prima d’ora si erano visti tanti potenti ostentare il proprio potere mostrando di sentirsi così al sicuro.
Dalla parte della sovversione, le note sono dolenti. Il pensiero, che prima voleva (cercare di) spaziare in tutti gli ambiti, ora si ritrova accartocciato su se stesso, rivolto fisso davanti a sé. La trappola dell’ideologia si è rovesciata. È difficile che il pensiero corra oggi il pericolo di gonfiarsi nella logorrea di pesanti tomi, semmai rischia di prosciugarsi fra slogan di striminziti volantini. Dopo aver esaurito la lista delle nocività da combattere, con tutte le loro brave caratteristiche tecniche, sembra non rimanere molto altro da dire. È un caso se i tentativi di coinvolgimento puntano sempre più spesso sul dovere morale (come se — incapaci ormai di accendere una scintilla onirica — non resti altro da fare che ricattare il senso di colpa degli altri), oppure sulla conta dei gettoni di presenza all’agenda del movimento? È un caso se capita sempre più spesso di ricorrere a concetti e a linguaggi altrui? Quanto alla dinamite... per avere un’idea del terreno perso, basti pensare che un secolo fa gli illegalisti francesi armati fino ai denti si spostavano in veloci automobili per evitare poliziotti in bicicletta spesso disarmati. Mentre oggi? Oggi, di generalizzabile, non rimangono che i brindisi alle rivolte altrui.
In questo panorama desolante, non mancano le consolazioni. Ad esempio che i deboli non meritano di essere sollevati, ma spesso e volentieri disprezzati. Oppure che quel che si fa è più importante di quel che si dice, e i rapporti che si creano sono più importanti di quel che si fa (con risultati facili da immaginare). O magari che c’è sempre qualcuno da cui trarre espressioni da ripetere a pappagallo. E se è inutile lamentarsi di quanto si ha sottomano, tanto vale appassionarsene. E che dire dei resoconti più o meno compiaciuti di quanto realizzato da snocciolare pubblicamente per confermare che si è ancora vivi. In fondo, gli scranni dei potenti continuano a lanciare apocalittici scricchiolii (se ne sono accorte perfino le Nazioni Unite, il cui presidente ha dichiarato che «stiamo andando con il piede premuto sull’acceleratore verso l’abisso»).
Quanto sarebbe meglio ammettere che assomigliamo anche noi a quelle galline che razzolano di qua e di là, nella speranza di beccare il chicco di grano! Loro, con un occhio laterale che le costringe a guardare ora a destra e ora a sinistra. Noi, con una situazione sociale la cui urgenza ci lancia in un moto perpetuo senza prospettiva, pronti a correre di qua e di là, a seconda della bisogna, della contingenza, del vento che tira. Animali e umani, entrambi accecati.
Diciamolo fuori dai denti. Siamo davanti a un presente sempre più intollerabile, che ci spinge ad agire. Ma l’azione, per lo meno un’azione che sia degna dei nostri sogni, non pare attualmente praticabile. In questo vuoto, annaspiamo. Libero chiunque di riempirlo a colpi di espedienti tattici. Ma noi — sarà per orgoglio, sarà per ottusità — non intendiamo rinnegare né quel che abbiamo amato (e amiamo) né quel che abbiamo odiato (e odiamo). E il nichilismo ci è triste come gli interstizi in cui prospera. Cos’altro rimane? Se non il silenzio, ritrovare e riaprire la scommessa sul futuro. Ma come ridare vigore ad un pensiero reso evanescente dall’erosione del significato? Dove cercare orecchie non intasate dal chiacchiericcio ambientale? Dove trovare una dinamite che non sia inumidita da un controllo sociale capillare? Come evitare i continui freni che vengono imposti alla nostra presenza? È solo a condizione di una spietata ricognizione della propria impotenza che si possono sperimentare le proprie potenzialità. Qui, la fantasia che cavalca il caso è in grado di fornire assai più risposte della strategia che si organizza attorno all’ordine del giorno.

VOLARE TERRA TERRA?

Le turbolenze che sta attraversando l’economia mondiale fanno sentire le loro scosse. Molti negozi chiudono i battenti, diverse fabbriche vengono smantellate. A un governo che ci assicura quotidianamente che il peggio è passato, fa eco l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) che ci ammonisce dell’esatto contrario: il peggio deve ancora arrivare. Entro la fine del 2010 sono previsti oltre un milione di disoccupati in più in Italia. Un milione di stipendi in meno. Che contribuiranno a mandare in rovina quante famiglie? Composte da quante persone? Non importa, non si può andare tanto per il sottile. Per gli industriali è il momento di tagliare, ridimensionare, ottimizzare. È il momento di licenziare.
Per i lavoratori, invece, è il momento di resistere e di lottare. Per ottenere cosa? In fondo, nemmeno in questo caso si può andare troppo per il sottile.
A fronte della crisi dell’economia e della rappresentanza, nuove forme di azione si delineano nelle imprese pubbliche e private. Non potendo continuare ad affidarsi ai vecchi delegati sindacali sempre più screditati per risolvere pacificamente le vertenze al tavolo delle trattative, molti lavoratori stanno passando a metodi meno ortodossi per far valere le loro rivendicazioni. In Francia, per impedire i licenziamenti, si arriva a sequestrare manager o a minacciare di scatenare incidenti dalle catastrofiche conseguenze. In Italia si è preferito iniziare col sequestrare se stessi, mettendo a repentaglio la propria vita sospesa a decine di metri d’altezza.
Un esempio, quello ormai noto della Innse di Milano, subito imitato in altri settori. Dopo gli operai che vogliono continuare a produrre merci, è stata la volta dei vigilantes che vogliono continuare a proteggere proprietà, poi dei precari della scuola che vogliono continuare a trasmettere briciole di sapere... e via così. Tutti pronti a salire sui tetti per gridare forte la loro voglia, il loro desiderio, la loro aspirazione: che tutto continui come prima.
Questo slancio d’impeto in cima a fabbriche e palazzi ha provocato un certo entusiasmo in un movimento che sta facendo i conti con la paralisi di azione nelle strade e l’asfissia di idee nei cervelli. La radicalità della forma, laddove si è accompagnata al conseguimento dell’obiettivo, è stata da più parti considerata una vittoria. E, in tempi di magra, una vittoria fa bene al morale. Inietta fiducia. Alimenta speranza. Incita alla mobilitazione.
Si può qui toccare con mano la terribile potenza della riproduzione dell’esistente, con le sue nefaste conseguenze. Il ricatto della sopravvivenza obbliga a rinunciare ad ogni sogno e a rassegnarsi a timbrare il cartellino della servitù volontaria. Chi ha ceduto a questo ricatto, barattando la propria esistenza in cambio di un salario, si trova oggi comunque in pericolo. Cos’altro fare, se non aggrapparsi ai propri ricattatori, invocando il loro intervento come se fosse l’unica salvezza? Operai alla ricerca di un padrone che li sfrutti. Sbirri privati alla ricerca di intrusi da far arrestare. Aspiranti pedagoghi alla ricerca di giovani menti da indottrinare. Ciascuno con figli da mandare a scuola, un mutuo da pagare, un frigorifero da riempire. Ragioni materiali da far pesare come macigni sulla coscienza altrui, mentre i lavoratori che rischiano di finire sul lastrico si appuntano sul petto le foto dei propri pargoli. Padroni che ci state di fronte, abbiate pietà, mettete una mano sul portafoglio e rinunciate a una parte dei vostri lauti profitti. E voi, sovversivi che ci state accanto, siate comprensivi, mettetevi una mano sul cuore e rinunciate alle vostre grandi utopie. Niente ristrutturazioni, niente rivoluzioni. Non vogliamo drammi, teniamo famiglia.
Pur con qualche imbarazzo, c’è chi preferisce accontentarsi e godere del nuovo “protagonismo operaio”. Pazienza se in Francia questo fenomeno assume i tratti della minaccia e in Italia quelli della supplica. Pazienza se dalla lotta contro tutti i padroni si è passati alla lotta a favore di un padrone. In fondo, non si può mai sapere cosa ci riserva il domani. Magari, a furia di recitar preci si finirà per lanciare bestemmie. Sempre che, a furia di pregare, non si finisca col diventare prelati.
È il solito dilemma. Con la rabbia nel cuore per quanto ci circonda, si è proiettati verso eventi talmente fuori dal comune da essere in grado di elevarci, almeno per un attimo, al di sopra delle banalità della vita idiota. Eppure, più si è in preda al desiderio di uscire da questa esistenza terra terra, più questo avvenimento si sottrae. Ci si ritrova ad accontentarsi di piccole cose, meschini ideali, sogni amputati delle ali. Questa moneta spicciola non manca mai. Ecco perché «la lotta paga». Ciò che manca, ciò che manca disperatamente, è solo il fatto tanto desiderato, quel favoloso trampolino che permetterebbe di balzare verso orizzonti imprevedibili.

ABBASSO LA LOGICA DEL LAVORO

1. In mezzo ai non-morti
Poche persone, oggi, vivono per davvero. Pochissime sperimentano la vitalità del loro divenire nel presente. Qualcuna si allunga per agguantare l’energia del suo desiderio al fine di creare quel divenire... Le altre, invece, lavorano.

2. Sonnambulismo
Posso sognare un mondo in cui esseri unici percorrono la propria strada, ogni movimento, ogni passaggio per le strade, i giardini, qualcosa di selvatico, una danza, un gioco, un viaggio in un’avventura senza fine. Ma questo sogno diurno è smentito dalla realtà non appena la mia mente vagante viene scossa e fatta rientrare nel corpo barcollante, giusto in tempo per evitare di andare a sbattere in qualche altro sonnambulo distratto. Che mondo senza grazia e privo di gioia, il mondo del lavoro. Non il mondo di una danza o di un gioco elegante oppure di un viaggio nell’ignoto, ma di atomi che rimbalzano e ingranaggi che stridono e marce forzate verso la morte. Non vite create con gioia nella complicità e nel conflitto, con spontaneità, ma sopravvivenza che si trascina nell’abitudine, in ruoli prefissati, in cui sonnambuli senza pensieri ripiombano, ingranaggi di una macchina il cui scopo gli sfugge.
Ciò che conta davvero è che si lavori... che tu lavori... che io lavori...

3. La mia rivoluzione
Perciò la mia rivoluzione — ogni rivoluzione anarchica — ogni rivoluzione che intenda riprendersi la vita qui ed ora — esige la distruzione del lavoro... Immediatamente!

4. Lavoro rivoluzionario?!?
Nessuna rivoluzione è finora riuscita a sradicare il lavoro, perché persino i rivoluzionari più ostili al lavoro non sono riusciti ad immaginare una rivoluzione libera dalla sua logica... Lavorando contro il lavoro, i loro sforzi sono condannati. Per questo è necessario sapere cosa sia il lavoro e come opera la sua logica.

5. L’etica del lavoro
«Chi non lavora non mangia». Questo disgustoso motto cristiano riassume perfettamente l’etica del lavoro. Ottuso e gretto, patetico e miserabile, è la fiacca moralità del bottegaio impaurito dall’abile ladro o dall’audace rapinatore. È la minaccia della polizia — la frusta dei conduttori di schiavi dei nostri tempi... Ed è facile respingere questa etica funzionale a se stessa degli avidi e meschini bigotti. Molto più difficile è vedere attraverso la logica del lavoro, oltre i bigotti e i loro padroni...

6. Schiavitù camuffata
La logica del lavoro rimane celata, velata, operando camuffata, perché funziona grazie all’attività alienata. Quando tu ed io agiamo per abitudine, senza pensarci, riproponendo le stesse banali emozioni, camminiamo nel sonno, siamo sonnambuli... Quando tu ed io vendiamo la nostra attività ad una causa che non conosciamo, siamo schiavi... schiavi sonnambuli... zombi... Grazie a questa alienazione, gli scopi, gli obiettivi, i prodotti delle nostre attività ci sono estranei. E questo è il motivo per cui la logica del lavoro rimane ben nascosta, camuffata dai giudizi dell’etica del lavoro.

7. Un attacco limitato
Forse anche questa è la ragione per cui i nemici del lavoro hanno attaccato principalmente solo l’etica del lavoro. In un simile attacco, tutto ciò che è contrapposto al lavoro è svago, tempo dell’ozio, di un’attività senza conseguenze. Si tratta di una battaglia meramente quantitativa — riduzione delle ore lavorative e aumento del tempo libero — un deperimento a distanza dal lavoro, persino nel lavoro zero... ma ancora all’interno della struttura del mondo del lavoro e della sua logica.

8. La logica del lavoro
La logica del lavoro può essere così riassunta: ogni attività importante deve avere uno scopo, un fine. Quindi ogni attività deve essere giudicata e valutata in base al suo prodotto finale. Questo prodotto ha la precedenza sul processo creativo, così che l’inesistente futuro domina il presente. La soddisfazione immediata nella gioia creatrice non ha valore, conta solo il successo o il fallimento... e contare è qualcosa di relativo al valore. Vincitore o sconfitto, non libero creatore nel destino. Non c’è da sorprendersi che, nel mondo di questa logica, l’efficienza sia l’elemento di valutazione. Senza riguardi per il fine, ciò che lavora più efficientemente per avere successo è ciò che conta... centesimo dopo centesimo... dollaro dopo dollaro... Ecco perché tu devi lavorare... Ecco perché io devo lavorare... Oppure essere contati fra gli inutili... numeri zero nei libri contabili della società.

9. Il furto della vita
Sempre indirizzata verso scopi, obiettivi finali, prodotti, la vita nel presente scompare. Il divenire senza scopo di ogni singolo individuo viene sacrificato sull’altare della produzione e della riproduzione sociale. Il flusso di rapporti intrecciati viene arginato e incanalato verso ruoli che sono solo ingranaggi nella macchina sociale. Questa è alienazione, il furto della mia attività, il furto della tua attività, il furto della mia e della tua vita. Nemmeno i prodotti che realizziamo sono nostri. Nemmeno i successi sono nostri. Solo i fallimenti, soprattutto il fallimento di vivere...

10. Rivoluzione nella logica del lavoro
All’interno della logica del lavoro, la rivoluzione è un compito con uno scopo... un obiettivo... produrre una società perfettamente funzionante. Ha un inizio e una fine. Ha successo o fallisce, viene vinta o persa. Comunque... arriva a un fine. All’interno di questa logica, c’è solo lavoro rivoluzionario oppure ozio rivoluzionario. I rivoluzionari anti-lavoro possono abbracciare il compito di attivisti o militanti, sconfiggendo se stessi fin dal principio lavorando per la fine del lavoro... Oppure possono attendere pigramente un’astratta Storia o un ugualmente astratto soggetto rivoluzionario “oggettivo” o “essenziale” che faccia la rivoluzione al loro posto... Ancora una volta sconfiggendo se stessi... scegliendo di lasciare che la loro vita scivoli attraverso le loro mani in attesa che compaia un salvatore. Non riuscendo a sfuggire alla logica del lavoro, ogni rivoluzione è finora fallita... persino quelle che sono state vittoriose... soprattutto quelle che sono state vittoriose. Hanno fallito fin dal principio, perché all’interno di una logica di vincitori e perdenti, di successo e fallimento, la rivoluzione è già cessata, perché il passato ha fissato il futuro, garantendo la sconfitta. E così con la loro vittoria queste rivoluzioni terminano e le persone “liberate”... tornano a lavorare...

11. Rompere con la logica del lavoro
Allora, perché non rompere totalmente con la logica del lavoro? Perché non ritenere importante un’attività, non in base al suo prodotto finale, ma in base a ciò che è qui ed ora? Perché non abbracciare la giocosità risoluta? Concepire la rivoluzione in questa maniera significa pensarla in modo diverso, assolutamente altro rispetto ai modi in cui è stata abitualmente concepita dai rivoluzionari... Rivoluzione non come compito, ma come forma di gioco, nel senso più ampio del termine... Come una esplorazione, un esperimento... con nessun inizio e nessuna fine... Un’apertura infinita verso nuove esplorazioni, nuovi esperimenti, nuove avventure. Una sorta di alchimia, di magia in incessante trasformazione... Mettere la nostra vita in gioco in ogni istante per la gioia di vivere... Così non ci può essere fallimento… non ci può essere sconfitta... perché non c’è scopo, né obiettivo, né fine... solo una crescente avventura conflittuale di complicità, di distruzione e creazione, una vita vissuta con pienezza.

LA FORESTA DEGLI ESPROPRIATORI

Un allegro bandito è in agguato dietro ad ogni albero della ridente foresta di guanti verdi, il riparo scelto per la fratellanza dei fuorilegge. Ma questo rigoglioso paradiso per trasgressori della legge ed amanti dimostra d’essere solo un impenetrabile labirinto per le forze della legge e dell’ordine.
Robin Hood e la sua banda conducono una vita di avventure, humour e amore — una vita libera dalle costrizioni della miseria quotidiana, libera soprattutto dalla necessità del lavoro. Molti studiosi dubitano che Robin Hood sia mai esistito, altri ritengono che, se davvero fosse «mai esistito» un personaggio simile, dev’essere vissuto verso il 1190. Quello che non può essere messo in dubbio è che, allora come oggi, i ricchi derubavano i poveri per diventare loro sempre più ricchi e rendere i poveri sempre più poveri. Robin Hood, il «principe dei banditi», fece del suo meglio per sistemare un po’ i conti — e farlo fu per lui un piacere.
Come riporta un antico resoconto: «I beni della povera gente risparmiò, soccorrendoli abbondantemente con quanto prese nelle abbazie e nelle case dei ricchi».
Lo sceriffo di Nottingham venne beffato e beffato di nuovo, sconfitto non dal numero o dalla forza ma dall’intelligenza superiore dei banditi. Robin dimostrò d’essere il miglior arciere d’Inghilterra e sfuggì alla trappola che gli era stata preparata — come sfuggirà a tutte le altre trappole.
Tutti conoscono, attraverso questi settecento anni, i nomi di Little John, Fra Tuck, Lady Marian, Alan-a-Dale e le loro audaci avventure. La Foresta di Sherwood attira soltanto coloro che rifiutano di servire i tiranni, preferendo giocare e amare e vivere al di fuori della legge. Gli studiosi possono dubitare quanto vogliono, ma non possono ridurre a leggenda gli altri che, più vicini a noi nel tempo, hanno preso la strada di Robin Hood, come Pancho Villa o Buenaventura Durruti, che unirono la rivolta dei contadini e dei banditi dei tempi passati alla rivoluzione sociale dei nostri giorni.
Il Meraviglioso è la nostra Foresta di Sherwood: una fonte d’ispirazione e di scoperte senza fine, che ci protegge dalle brutalizzanti forze dell’ordinarietà e ci permette di farci beffe dei tiranni, le cui menzogne “reali” e “razionali” sono solo bersagli per le nostre frecce iconoclaste.

VIA I POVERI, LARGO AI RICCHI

Là dove c’era una bottega, ora c’è una boutique. Dove c’era un magazzino, ora c’è un loft. Dove c’era un’osteria, ora c’è un coffee-bar. Dove c’era una fabbrica, ora c’è una galleria d’arte. Dove c’era la vita, sfruttata ma con una sua dignità, ora c’è la movida, che sfrutta in piena allegria...
Gli esempi si sprecano. A Roma, lasciando pure perdere l’antica Trastevere, basterebbe fare un giro al Pigneto. Pur non facendo parte del centro storico, questo quartiere ha sempre esercitato un certo fascino immortalato in numerose opere cinematografiche neorealiste ed è stato sempre abitato per lo più da famiglie povere, italiane e straniere. Un ritrovo di accattoni, per l’appunto. Oggi il Pigneto si sta poco alla volta modificando, soffocato da artisti, intellettuali e professionisti, arrivati grazie ad una massiccia ristrutturazione che ne ha mutato il volto.
A Milano, invece, c’è Porta Ticinese. O forse è più esatto dire, c’era Porta Ticinese, poiché l’antico quartiere del porto, punto di transito e crocevia di modi di vita diversi, zona franca (libera e sincera) all’interno della metropoli, è scomparso. I suoi canali, già in gran parte ricoperti di cemento, non vengono più costeggiati da lavandaie ed artigiani. Oggi l’intero quartiere è caduto in mano agli architetti, coi loro studi in cui si lavora e i loro locali notturni dove ci si diverte. Irriconoscibile.
Firenze poi, è meglio lasciarla perdere. È in corso l’epurazione di tutta la sua popolazione — questa umanità cialtrona rea di calpestare e lordare con la propria presenza un museo a cielo aperto — a beneficio dei soliti privilegiati: i ricchi e i turisti. Se volete restare a bocca aperta andate alle Murate, il vecchio carcere fiorentino. Purtroppo non lo troverete raso al suolo dalla collera per la libertà per troppi secoli negata, ma riconvertito da Renzo Piano in condominio futuristico con sottostante omonimo (Il carcere) bar e ristorante di lusso (mentre alcune antiche porte delle celle sono state preservate e sono ancora lì, ben visibili, a perenne monito che sempre di galera si tratta).
Quanto a Genova, ormai le nipoti di Bocca di Rosa hanno le ore contate. Loro, con tutto il sottomondo che le circonda. Non stuzzicano più una fantasia ormai al guinzaglio della televisione, urtano soltanto il buon gusto che accompagna il quieto sopravvivere. I bassi della città ligure finalmente ripuliti dalla canaglia che da sempre li abita: ecco a cosa mirano politici vogliosi di pace sociale in combutta con imprenditori assetati di profitti.
E si potrebbe proseguire così per tutto il Belpaese...

A questo scempio è stato assegnato un nome specifico — gentrificazione. Con questo orribile neologismo di origine inglese si intende il processo attraverso il quale zone abitative tradizionalmente “popolari” vengono rese “signorili”. La gentrificazione comporta una immediata trasformazione del mercato immobiliare, con un vertiginoso aumento degli affitti e dei prezzi delle case che accelera la mutazione del tessuto sociale. I vecchi abitanti, appartenenti alle fasce più povere della popolazione, vengono dunque allontanati per lasciar posto ai nuovi residenti facoltosi. Assieme alle case, è l’intera urbanistica del territorio a venir modificata; quartieri che prima ospitavano solo vecchi edifici abitativi, laboratori e piccole botteghe, si riempiono d’un tratto di lussuosi appartamenti, di asettici uffici e di ristoranti alla moda.
Sebbene si tratti di un fenomeno conosciuto da tempo, il termine gentrificazione è stato coniato nel 1964 dalla sociologa Ruth Glass per indicare il cambiamento sociale che all’epoca stava avvenendo in molte zone della capitale inglese: «Ad uno ad uno, molti quartieri operai di Londra vengono invasi dalla classe media, più o meno alta. Case e villini malconci e modesti — due stanze sopra e due sotto — vengono rilevati non appena scadono gli affitti, e diventano residenze eleganti e costose... Quando in un distretto si avvia il processo di gentrificazione, prosegue rapidamente finché tutti o la maggior parte degli occupanti originari della classe operaia vengono spostati e l’intero carattere sociale del distretto viene modificato».
Sull’argomento si stanno accumulando interpretazioni contrapposte, divise fra sospiri di nostalgia per il tempo che fu e fremiti di eccitazione per il nuovo che avanza. Ma ogni definizione data al riguardo non può mancare di sottolineare la dimensione di classe di questo cambiamento urbano. Secondo il Webster’s Dictionary of the American Language (1988), «gentrificare» significa «convertire (una vecchia area della città) in un quartiere della classe media più ricco, come risultato della ristrutturazione delle abitazioni, dell’aumento del valore degli immobili e dello spostamento dei poveri»; mentre per l’Oxford English Dictionary (1993) si tratta di «convertire (un quartiere della classe operaia o del centro cittadino) in un’area di residenza della classe media». In sostanza, gentrificare significa buttare fuori i poveri dalle loro case per lasciare spazio ai ricchi.
I sostenitori della gentrificazione, senza nascondere il proprio disgusto per ogni rigurgito passatista ed il proprio entusiasmo per ogni innovazione, anziché dire chiaramente da che parte stanno, amano soffermarsi sulla bellezza di un’armonia in grado di conciliare ordine e pulizia. Quanto alla deportazione dei poveri implicita nei processi di gentrificazione, ne minimizzano la portata. Anzi, sostengono che uno dei benefici di questo cambiamento sia proprio la sollecitazione esercitata sugli abitanti a diventare possessori degli immobili, invece di semplici inquilini. In più, ci tengono a rimarcare che molti vecchi abitanti, già proprietari dei loro domicili, non hanno nulla da temere da una sana ristrutturazione.
Nulla da temere? Eppure, i poveri che hanno in affitto modeste abitazioni non possono certo permettersi di affrontare né un forte aumento del canone, né le condizioni di un mutuo per acquistare un immobile ormai considerato di lusso. E se qualcuno avesse la fortuna di essere già proprietario, in poco tempo si ritroverebbe costretto a vendere e a trasferirsi in una zona meno costosa, non potendo sopportare l’incremento generale dei prezzi che incombe sull’intero quartiere. È bene quindi che le persone colpite dalla gentrificazione comincino a domandarsi come e perché stiano avvenendo simili cambiamenti, per poter cominciare a reagire.
Il come, è abbastanza semplice. Non si può negare che la gentrificazione sia un processo assai visibile. I quartieri coinvolti si trovano in aree urbane, meglio se in centro o in zone limitrofe. Per lo più presentano caratteristiche di interesse storico o urbanistico, su cui fare leva per stimolarne la valorizzazione. In questi quartieri si sta già verificando l’inizio del trasferimento degli appartenenti a classi più agiate che fanno in un certo senso da apripista, da primi coloni. La loro presenza servirà da esempio ad altri esponenti della stessa classe sociale. Qui diventa fondamentale il ruolo delle autorità locali che dovranno fare da garanti al buon esito finale dell’operazione. Dopo essersi lamentati delle condizioni in cui versano questi vecchi quartieri, puntualmente descritti da apposite campagne stampa come “insicuri” e “degradati”, gli amministratori dovranno predisporre ed avviare piani di “ristrutturazione”, di “rinnovamento”, di “riqualificazione” che, oltre all’aspetto degli edifici, trasformeranno anche lo stile di vita nelle strade.
Ci sarà l’immancabile organizzazione di festival e manifestazioni a carattere culturale, iniziative che serviranno da specchietto per le allodole attirando la presenza di migliaia di persone che arriveranno a visitare i luoghi di cui verrà decantato il fascino. La contemporanea apertura di negozi alla moda, di gallerie d’arte e di locali notturni fungerà da richiamo per una clientela più ricca, di giovani professionisti. La gentrificazione presuppone infatti una deindustrializzazione delle zone interessate che si sviluppano come aree di servizi avanzati, turistiche e di consumo culturale. Anche un incremento dei prezzi immobiliari è funzionale allo scopo. Tale aumento, che già avviene spontaneamente per effetto dell’arrivo dei nuovi residenti più agiati, serve a dare l’impressione che ci sia una forte richiesta in espansione. Questo, da una parte solleciterà gli investimenti dei ricchi, dall’altra scoraggerà la resistenza dei poveri.
Le aree gentrificate vengono provviste di infrastrutture commerciali all’avanguardia e la loro promozione è curata nei minimi particolari. La cosiddetta «rinascita della città» viene pubblicizzata come se si trattasse di un evento in grado di apportare benefici a tutti i suoi abitanti, indistintamente. Ma la realtà, come si è detto, è ben diversa. Oltre alla deportazione delle classi meno abbienti, si assiste anche ad una perdita dell’obsoleta autenticità dei luoghi, ad un loro “snaturamento”. Le zone gentrificate diventano più che altro spazi privi di vita, che ostentano una noiosa monocultura all’interno di un’architettura unificata. Spazzata via la polvere della storia che potrebbe soffocare narici troppo delicate, quel che rimane è un’asettica rappresentazione — magari bella, ma sempre mortifera.

Le cause che portano alla gentrificazione si possono riassumere nell’ennesimo matrimonio di interessi fra politica ed economia. Indubbiamente incide molto il fattore del «divario di rendita» — la discrepanza fra l’attuale valore di una zona ed il valore potenziale che potrebbe raggiungere una volta sottoposta ad un «più elevato e miglior uso». Quando questo divario si fa sufficientemente ampio, diventa facile a chi sta in alto cogliere i potenziali profitti che si possono ricavare da uno sviluppo dell’area in questione. In breve, si tratta di una operazione speculativa. D’altronde, respingere i poveri ai margini della città, sempre più ai margini, è del tutto coerente con la storia di un mondo che fa del danaro e del consumo di merci l’unica Ragione di vita.
A questo proposito, vale forse la pena ricordare lo sventramento di Firenze avvenuto verso la fine dell’800, che portò alla distruzione del Ghetto e del Mercato Vecchio: in pochissimi anni sparirono 26 antiche strade, 20 tra piazze e piazzette e 18 vicoli; furono abbattute 341 abitazioni e 451 botteghe; vennero allontanate 1778 famiglie per un totale di 5822 persone. Tutti poveri, colpevoli di vivere nel centro di una delle città più belle del mondo.
Quanto agli interessi politici, si sa che il miglior strumento per combattere il degrado e fare pulizia è... la polizia. I poveri, oltre ad offendere la vista dei turisti, hanno stomaci troppo vuoti per rispettare la legalità. Talvolta osano addirittura allungare le mani sulla proprietà altrui, abbandonando la rassegnazione in favore della rivolta. Finché la loro presenza è limitata e sorvegliata, possono anche apportare un tocco di folcloristico colore. Ma ora, con l’arrivo incessante di innumerevoli dannati della terra e una crisi economica che promette scenari ancora peggiori, il loro numero è diventato troppo elevato. Il sovraffollamento genera promiscuità, la promiscuità causa strofinamento, lo strofinamento provoca irritazione — e l’irritazione scatena la rabbia. Oltre al pericolo che rappresentano, sono una vergogna, un peso, un intralcio. Inutili in tutti i sensi, anche in senso politico. Meglio un quartiere abitato da onesti professionisti, che lavorano e consumano, che pagano le tasse e vanno a votare, piuttosto che da povera gente, che campa di espedienti e si disinteressa di tutto il resto. Meglio vicoli ben illuminati dove nulla può accadere, piuttosto che antri bui dove tutto è possibile.
Del resto, sono finiti da un pezzo i tempi in cui i ricchi e i poveri convivevano negli stessi spazi, negli stessi quartieri, talvolta sotto lo stesso tetto (piani nobili per gli uni, cantine e mansarde per gli altri). Finiti anche i tempi in cui i più sventurati suscitavano la compassione, la pietà o in casi rarissimi l’ammirazione dei privilegiati. L’interesse profano ha prevalso sulla missione sacra, cancellando dall’immaginario la rappresentazione cristiana del «povero Cristo» e sostituendola con quella dello «sporco povero», portatore di malattie (non più martire da rispettare, ma mostro da bandire).
La città non è più uno spazio sociale aperto in cui gli esseri umani in carne ed ossa conducono una vera esistenza, fra gioie e dolori, accordi e conflitti. Essa è diventata tempio adibito al culto della merce, spazio privato chiuso pensato e programmato per ospitare solo gli acquirenti, i venditori e gli immancabili guardiani.

Non abbiamo paura delle rovine, è vero. Ma non perché siamo felici che il loro mondo stia crescendo, tutt’altro. La scomparsa di un’antica bottega, così come la demolizione di una vecchia fabbrica, non ci commuovono. Ma non tolleriamo l’idea che siano sostituite da un punto vendita di una multinazionale o da una banca. Non proviamo alcuna stupida nostalgia per il passato, ovvero per ciò che è Stato: non abbiamo nostri quartieri da difendere, nostre tradizioni da mantenere, nostre città da riprenderci. Lasciamo questa illusione agli attivisti e ai militanti a guardia del “territorio”.
In realtà, anche noi pensiamo che il vecchio mondo vada distrutto. Ma i nostri criteri di valutazione non sono i medesimi. Per noi il degrado è nel comando e nell’obbedienza, non in un intonaco scrostato o in una panchina scarabocchiata. Inoltre ci piace pensare che l’oscurità nasconda un’occasione da poter cogliere, più che un pericolo da dover scongiurare. E le grida di rabbia o di dolore non ci infastidiscono quanto le preghiere dei fedeli ed il silenzio del consenso. Preferiamo poi imbatterci in una coppia che consuma un amplesso, piuttosto che in una coppia di carabinieri. Ripulire le teste dagli escrementi deposti dall’autorità lo consideriamo assai più urgente che ripulire le strade dagli escrementi lasciati dai cani.
La distruzione delle città che sta avvenendo sotto i nostri occhi non è opera nostra. Non viene fatta per lasciare spazio ai nostri desideri. Essa viene realizzata contro di noi. Il che costituisce un ottimo motivo per cercare di fermarla, laddove è ancora possibile. Conoscere in che modo viene realizzata la gentrificazione significa anche sapere in che modo opporvisi. I cantieri dei nostri nemici possono essere trasformati in nostre trincee. Con un po’ di sforzo e di immaginazione i preventivi di investimento potrebbero anche rivelarsi errati. Dopo tutto, sono tanti i modi per tenere alla larga i ricchi, per sconsigliarli di diventare nostri vicini di casa.

LA PAURA SULL'ATTENTI

Nessuna passione come la paura priva con tanta efficacia la mente di tutto il suo potere di agire e di ragionare. Poiché, essendo il timore l’apprensione di un dolore o della morte,
agisce in modo da sembrare un dolore reale.
E. Burke

Nella grande rappresentazione della paura, ancora una volta spetta alla pandemia salire sul palcoscenico. Dopo averci assicurato che ogni angolo buio che attraversiamo potrebbe diventare lo scenario di un delitto ed ogni sconosciuto in cui ci imbattiamo (soprattutto se povero e straniero) potrebbe rivelarsi un aggressore, i media in questi giorni ci stanno ossessivamente ripetendo che ogni respiro che scambiamo potrebbe trasmettere un virus. Ci sarebbe infatti un contagio in corso che in tutto il mondo sta mietendo vittime. Il mostro ha perfino un nome: influenza A-H1N1. Meglio perciò evitare i contatti e sfuggire i luoghi troppo frequentati. Ogni incontro che facciamo potrebbe essere fatale, ogni abbraccio che stringiamo potrebbe risultare mortale. Il ritornello è il medesimo di sempre: l’altro è sinonimo di minaccia, è il nemico da cui bisogna proteggersi perché potrebbe decretare la nostra fine.
Il terrore deve essere generalizzato. Gli ospedali sono presi d’assalto. Perché gli effetti del terrore sono noti. Paralizza i movimenti, ottunde la mente, rende deboli e indifesi. Spinge ad invocare aiuto, senza guardare in faccia i soccorritori e senza metterne in dubbio i mezzi. Dopo le telecamere di videosorveglianza per proteggerci dal crimine, ci viene ora offerto — fra quanto tempo ci verrà imposto? — il vaccino che proteggerà dalla malattia. Basta, come sempre, mettersi nelle mani degli esperti, di chi ha la conoscenza e le competenze in materia. In una parola, nelle mani dello Stato. Quello Stato da cui siamo sempre più dipendenti e che, sebbene mostri ogni giorno di più la propria infamia, costituisce il nostro punto di riferimento costante ed ineludibile. Biasimiamo i suoi pretoriani quando torturano o ammazzano i malcapitati che finiscono nelle loro grinfie, ma poi li acclamiamo quando temiamo che qualcuno possa disturbare il nostro sonno. Insultiamo i suoi funzionari quando veniamo a conoscenza delle quotidiane malefatte che commettono, ma poi li votiamo quando loro stessi ci convocano alle urne...
Prendiamo la storia di questo virus, ad esempio. Stando a quanto affermato dalla stessa informazione dominante, quella cioè facilmente reperibile sui media e in rete, ci troviamo di fronte a:
a) una versione dell’influenza suina, variante della famigerata “spagnola” che — in piena Prima Guerra Mondiale — riuscì a provocare più milioni di morti delle battaglie e dei bombardamenti. Questo virus sarebbe stato ricreato in laboratorio alla fine degli anni 90, grazie a un patologo di un’università statunitense che riuscì a trovarne del materiale genetico sul cadavere di una vittima rimasto congelato in Alaska per un’ottantina di anni. A chi consegnò, costui, il risultato della sua brillante scoperta? Al Centro di Controllo Malattie e... alle forze armate degli Stati Uniti. Tanto basta per spingere molti scettici, più o meno affetti da cospirazionismo, a denunciare nell’H1N1 un tentativo di sterminio di massa, una specie di operazione di sfoltimento demografico;
b) una influenza che non mostra affatto chissà quale virulenza, il cui numero di vittime (qualche migliaio) è assai inferiore a quello provocato da molte altre malattie. Non è la prima volta che vengono organizzati e diffusi simili allarmismi a proposito di fantomatiche epidemie. Ricordate? Successe già con la BSE, l’encefalite spongiforme bovina (113 casi accertati); con l’influenza aviaria (257 morti in quasi 6 anni); e con la SARS, la sindrome respiratoria acuta severa (812 morti). Numeri del tutto irrilevanti se paragonati a quelli provocati dalla malaria, ad esempio, che causa oltre 1.000.000 di vittime all’anno (a cui bisogna aggiungerne altre 200.000 causate dall’assunzione di farmaci anti-malarici scaduti), mentre il morbillo ne ammazza 240.000. E la dissenteria? E l’Aids? Quanto alla banale influenza stagionale, sembra che causi solo 500.000 morti all’anno, 8.000 dei quali in Italia;
c) un virus il cui vaccino, oltre che sostanzialmente inutile, è pure pericoloso. Non è stato infatti testato e perciò è talmente insicuro da spingere la stragrande maggioranza degli stessi medici a rifiutarsi di assumerlo. I suoi effetti collaterali sono infatti sconosciuti, mentre forti dubbi esistono sulle sostanze che lo compongono (thimerosal, squalene, polisorbato 80, l’adiuvante alluminio, formaldeide...). Perché il presidente degli Stati Uniti, dopo aver decretato l’emergenza sanitaria nazionale ed aver invitato tutta la “sua” popolazione a prendere il farmaco, si è guardato bene dal vaccinare le sue figlie? Perché il governo tedesco ha acquistato, solo per i propri rappresentanti, una versione del vaccino diversa rispetto a quella destinata alla gente comune? Perché è stata assicurata l’immunità giuridica ai produttori del vaccino (Baxter, GlaxoSmithKline, Novartis...), i quali non avranno nulla da temere in caso di effetti collaterali nocivi?
Come si vede, il punto a) è in aperta contraddizione con il punto b), ed il punto c) vanifica comunque ogni ipotesi. Reale o fittizia che sia questa minaccia, la cura potrebbe rivelarsi ben peggiore. Per non parlare poi degli interessi economici che si delineano dietro questa vicenda. Perché un antigene virale del H1N1 era già in commercio un anno prima della comparsa di questa influenza? Come non notare che le ditte produttrici del vaccino stanno traendo profitti da favola da tutta questa vicenda? La Novartis, grazie al Focetra, aumenterà i suoi profitti per una cifra stimata fra i 400 e i 700 milioni di dollari. La Glaxo ha già venduto 440 milioni di confezioni del suo Pandemrix, per un totale di 3,5 miliardi di dollari.
Un bel modo per uscire dalla tanto temuta crisi economica, non c’è che dire. I governi annunciano l’esistenza di una temibile pandemia, le industrie farmaceutiche mettono in vendita i vaccini, la popolazione si precipita a richiederli. Un ottimo affare, politico per i primi (che avranno attorno a sé cittadini impauriti e supplichevoli un soccorso, anziché ribelli arrabbiati in cerca di vendetta) ed economico per le seconde (che avranno bilanci in attivo ed eviteranno possibili crack finanziari).
Comunque sia, il flusso contraddittorio di informazioni sulla natura effettiva del virus non pare consigliare una sana diffidenza verso quanto dichiarato dalle autorità e non induce a mettere in discussione queste campagne del terrore che vengono periodicamente scatenate. Al contrario, non fa che alimentare l’ansia, quell’apprensione o spiacevole tensione provocata dall’intimo presagio di un pericolo imminente e di origine sconosciuta. E l’ansia è sempre sproporzionata allo stimolo noto, alla minaccia e al pericolo che ci sovrasta realmente.
A detta degli studiosi, esistono due forme di paura. La cosiddetta «paura primaria» è quella che stimola e fa reagire l’individuo, che in questo modo riesce a controllare e superare la minaccia. La cosiddetta «paura secondaria» invece è quella che paralizza l’individuo e lo rende inerme, passivo di fronte a quanto lo turba. Non c’è reazione, c’è solo annichilimento. Ed è quest’ultima paura ad essere alimentata in tutte le maniere, con l’evocazione di scenari da incubo e complicazioni giudicate insormontabili.
In realtà, la più diffusa delle malattie è quella che si riassume nel concetto di “fatalità”. L’alta tecnologizzazione dell’esistente, la sua apparente potenza, la sensazione che nulla sia possibile, la gamma delle opzioni fastidiose, l’inutilità delle parole e l’inefficacia delle azioni, l’atomizzazione e le minacce che essa comporta, ed infine la potenza assoluta delle polizie, del denaro e degli Stati, costringono la rabbia, il rifiuto e i loro sviluppi critici a muoversi sul terreno della passività. È questa la pandemia che dovremmo curare. Perché, o ci arrendiamo alla paura o la combattiamo. Non possiamo andarle incontro a metà strada.

Allineati di paura

Allineati di paura ringraziamo
la paura che ci salva dalla follia.
Decisione e coraggio è merce cara
e la vita senza vita è più sicura.

Avventurieri ormai senza avventura
combattiamo, allineati di paura,
ironici fantasmi, alla ricerca
di ciò che fummo, di ciò che non saremo.

Allineati di paura, a voce fioca,
col cuore fra i denti, siamo
i fantasmi di noi stessi.

Gregge che la paura insegue,
viviamo così vicini e così soli
che della vita abbiamo perso il senso.

HITLER HA VINTO

Nel momento stesso in cui la Germania ed il nazismo sono crollati, nel momento in cui la vittoria degli eserciti alleati è ormai acquisita, resta aperta per noi la questione degli ultimi due decreti di Hitler, ad appena un mese dalla sua fine, quando si dichiarava certo della sua vittoria. All’epoca tutti ci risero sopra, perché era evidente che nulla avrebbe potuto salvare la Germania, e si pensò: «una sferzata al suo popolo, pura follia». Oggi tutti l’hanno dimenticato, perché la questione è risolta. Tuttavia, non sarebbe il caso di usare più cautela di fronte alle affermazioni di quest’uomo? Quando nel 1938 lanciò le sue minacce, si disse «è solo un ricatto». Quando, nel gennaio del 1940, avvertì che a luglio sarebbe arrivato a Parigi, si pensò «è una millanteria». Quando, nel 1938, parlò di invadere la Romania e l’Ucraina, chi gli diede retta? Eppure, se avessimo preso davvero sul serio il Mein Kampf, se avessimo voluto vedere in esso un piano di azione e non, abituati come siamo ai nostri politici, un programma elettorale che non sarebbe mai stato attuato, forse avremmo preso qualche precauzione. Poiché tutto ciò che Hitler ha fatto, era stato preannunciato dal Mein Kampf: gli obiettivi, i metodi, i risultati. Anche se poi non ha portato a termine i suoi progetti, non gli mancava certo la volontà di farlo. Tutto quello che ha detto, lo ha fatto. Possiamo quindi prendere alla leggera quei proclami con cui, nonostante la consapevolezza della sconfitta delle sue armate, ha continuato a sbandierare la propria vittoria?
Per prima cosa notiamo che nelle sue dichiarazioni non c’era un chiaro riferimento alla vittoria della Germania moderna, men che meno a una vittoria militare. Si riferiva alla vittoria del nazismo e alla vittoria della Germania eterna. In altre parole, si riferiva ad una vittoria politica. Non è la prima volta che chi viene sconfitto militarmente riesce a sconfiggere politicamente i vincitori. Così, in definitiva, le armate della Rivoluzione e dell’Impero vennero sconfitte, ma in tutta Europa furono veicolati l’idea della Repubblica ed il sentimento di libertà di cui nessuno poté arrestare il cammino trionfale nel XIX secolo.
Ma oggi, cosa vediamo?
Primo, Hitler ha proclamato una guerra totale; il che significa massacro totale. E conosciamo le regole della sua guerra: chiunque deve allinearsi al suo fianco — e condurre una guerra totale, il che implica lo sterminio delle popolazioni civili e un uso illimitato di tutte le forze e risorse delle nazioni a fini bellici. Per vincere non si può fare altrimenti. È ovvio. Ma è proprio certo che il male si sconfigga col male? In ogni caso è innegabile che, portandoci alla necessità di massacrare i civili, Hitler ci abbia prodigiosamente impegnati sulla via del male. Non è detto che ne usciremo tanto presto. E, nei progetti di riorganizzazione del mondo attuale, vedendo il modo in cui disponiamo delle minoranze, il modo in cui contempliamo il trasferimento di popolazioni, ecc., c’è da chiedersi se l’influenza del disprezzo della vita umana (alla faccia di tante belle dichiarazioni!) non abbia attecchito più di quanto pensassimo.
Oltre a ciò, la mobilitazione totale ha avuto conseguenze parallele. Non solo per il fatto che le forze mobilitate realizzano un compito non previsto, ma soprattutto perché lo Stato viene investito di un potere assoluto.
Certo! Non si poteva fare altrimenti. Ma è singolare constatare come ancora una volta abbiamo dovuto seguire le orme di Hitler. Per realizzare la mobilitazione totale della nazione, lo Stato intero deve avere in mano tutte le competenze finanziarie, economiche e vitali, e porvi a capo dei tecnici che diventino i premier della nazione. Soppressione della libertà, soppressione dell’uguaglianza, soppressione della disponibilità dei beni, soppressione della cultura, soppressione di cose e presto di persone inutili alla difesa nazionale. Lo Stato arraffa tutto, lo Stato usa tutto grazie agli strumenti dei tecnici. Cos’è questa, se non dittatura? Eppure è quanto hanno fatto l’Inghilterra e gli Stati Uniti... per non parlare della Russia. Assolutismo di Stato. Dominio dei tecnici. Forse non conosciamo il mito anti-ebraico, ma per caso ignoriamo anche quello anti-nazista o quello anti-comunista? Forse non conosciamo il mito della razza, ma per caso ignoriamo anche quello della libertà? Perché si può ben parlare di mito quando in tutti i discorsi la libertà è solo un problema, essendo stata praticamente rimossa dappertutto.
Ma, si dirà, è solo una questione di tempo, era necessario per via della guerra, in pace torneremo alla libertà. Può darsi che subito dopo la guerra sia possibile che in alcuni paesi privilegiati si possa acquisire una certa libertà, ma stiamo pur certi che sarà di breve durata. Anche dopo il 1918 si diceva che le misure di guerra stavano per scomparire... Abbiamo le stesse misure... D’altronde, due cose sono da considerare; primo, i pochi piani economici di cui abbiamo una qualche conoscenza (il piano Beveridge, il piano di Pieno Impiego, il piano finanziario americano) mostrano abbondantemente che l’influenza dello Stato sulla vita economica è un fatto acquisito e che ci stiamo orientando verso una dittatura economica sul mondo intero. Secondo, una legge storica: l’esperienza della storia ci mostra che tutto il potere che lo Stato conquista, non lo perderà mai. L’esperienza più bella è forse quella della Rivoluzione francese, cominciata nel ‘89 nel nome della libertà contro l’assolutismo, per arrivare nel ‘91, sempre nel nome della libertà, all’assolutismo giacobino. Per cui non sarebbe strano attenderci l’instaurazione di dittature camuffate in tutti i paesi del mondo, necessità verso cui Hitler ci avrà condotto. Naturalmente possiamo reagire, possiamo lottare, ma chi pensa di farlo su questo piano?
E questa è la seconda vittoria di Hitler. Si parla tanto di democrazia e di libertà. Ma nessuno vuole più viverle. Siamo abituati a pensare che lo Stato provveda a tutto e, non appena qualcosa va male, lo riteniamo responsabile. Che dire, se non che pretendiamo che lo Stato si incarichi interamente della vita della nazione? Una reale libertà, a chi interessa? Una limitazione dei diritti dello Stato appare una follia. I lavoratori sono i primi a reclamare una dittatura. Resta solo da sapere chi la farà. Il movimento a favore della libertà politica ed economica è scarsamente sostenuto tranne che in America, e laggiù solo dai “capitalisti” che desiderano liberarsi della tutela dello Stato.
La totalità delle persone è disposta ad accettare un governo dittatoriale e un’economia di Stato. La generale statalizzazione è quasi un fatto compiuto o in divenire e il disinteresse della popolazione nei confronti delle dispute politiche, che è innegabile, è un grave segno di quella mentalità che è senza alcun dubbio “pre-fascista”.
Potremmo tentare di reagire. Ma in nome di cosa? La libertà ha fatto vibrare l’intero paese finché si è trattato della liberazione dal Crucco. Ora ha perso tutto il suo significato. Libertà rispetto allo Stato? Nessuno se ne cura. E, infranta questa grande istanza, non ci resta che appellarci ai «valori spirituali» per persuadere il popolo. E già... come Hitler... come Hitler che aveva scoperto la sorprendente formula di mettere lo spirito al servizio della materialità, di possedere dei mezzi spirituali per realizzare dei fini materiali.
Una dottrina dell’umanità, del mondo, una religione per ottenere il potere militare ed economico. A poco a poco, anche noi stiamo percorrendo quella strada. Chiediamo una mistica, quale che sia, purché serva il potere, un mistica che sappia ottenere l’adesione di tutti i cuori, che li faccia agire con entusiasmo, guidandoli al sacrificio nell’esaltazione. Ovunque reclamiamo questa mistica. Ovunque chiediamo che questa dittatura, che accettiamo implicitamente, sia totalitaria, cioè che afferri l’intero uomo, fatto di corpo, mente e cuore, per metterlo al servizio della nazione in maniera assoluta. Questo è un sintomo di quel totalitarismo che cresce lentamente, insidiosamente, un sacrificio che prepara l’umanità allo Stato-Moloch.
Chiunque pensi che si tratta di una esagerazione non vede la realtà dietro gli orpelli e le chiacchiere. Se solo comparassimo la vita economica, politica, sociale e amministrativa del 1935 con quella del 1945, vedremmo gli enormi passi in avanti compiuti in dieci anni. Se poi pensassimo di reagire all’invadenza dello Stato, all’economia, alla polizia, all’assistenziasmo sociale, vedremmo l’intera società schierarsi contro di noi, per la nostra reazione contro cose considerate buone, cose di cui oggi nessuno riuscirebbe a fare a meno!
Una vittoria di Hitler, se non nella forma, almeno nella sostanza. Non è la stessa dittatura, la stessa mistica, lo stesso totalitarismo, ma è una dittatura, una mistica e un totalitarismo che stiamo agevolando con entusiasmo (dovendo pagare per la sconfitta militare di Hitler) e che non avremmo avuto se tutto ciò non si fosse verificato. Più dei massacri, ecco l’opera demoniaca di cui è l’agente nel mondo.
Agente perché non ha inventato nulla. Una lunga tradizione ha preparato questa crisi, e vengono in mente i nomi di Machiavelli, di Richelieu, di Bismarck, e salta agli occhi l’esempio di Stati che già vivono questa dittatura fin dal 1918. Hitler non ha fatto che portare al parossismo qualcosa che già esisteva. Ma ha diffuso questo virus e l’ha fatto sviluppare rapidamente.
Cos’altro possiamo dire? Ci pieghiamo davanti a questa suggestione mondiale la cui fatalità ci schiaccia? Forse no. Ma una cosa appare chiara; non c’è strumento politico o tecnologico che possa inceppare questo movimento. Di fronte alla marea che distrugge ogni valore spirituale e l’uomo stesso, ridotto a forgiarsi da sé le proprie catene dorate, potranno insorgere solo esseri umani che non si lasceranno assorbire da questa civilizzazione e piegare a questa schiavitù.