LA NATURA DIVORA IL PROGRESSO E LO SUPERA

Il sole di mezzogiorno scortica vivi gli spettri che non hanno saputo nascondersi in tempo. Le loro ossa diventate violini straziano le orecchie degli uomini avventurosi smarriti nelle foreste, imitando una corte dell’imperatore della decadenza romana.

Lingue di fuoco, bagliori di seni, riverberi d’azzurro attraversano la penombra gonfia di vampiri. A malapena si riesce a camminare. Il suolo ha l’aria d’un cervello che vorrebbe sembrare una spugna.

Il silenzio pesa sulle orecchie quanto una pepita d’oro sulla mano, ma l’oro è più morbido di un’arancia. Eppure, l’uomo è da quella parte. Ha aperto un corridoio nel verde e, lungo tutto questo corridoio, ha steso un filo telegrafico. Ma presto la foresta si è stancata di stringere questa corda che non restituiva altro che una voce di uomo e le piante, mille piante più zelanti, più ardenti le une rispetto alle altre, si sono affrettate a soffocare questa voce sotto il loro bacio; poi il silenzio è ricaduto sulla foresta come un paracadute salvatore.

Là, più che in qualsiasi altro luogo, la morte è solo una maniera d’essere temporanea della vita, che maschera un lato del suo prisma affinché la luce si concentri, più brillante, sulle altre facce.
I crani dei ruminanti danno riparo, nei grandi alberi minacciati da mille liane, a nidiate di uccelli che riflettono il sole sulle loro ali, le foglie sulla loro gola. E chiazze di cielo blu palpitano su carogne che si metamorfizzano in un ammasso di farfalle.

La vita lotta con tutte le sue forze, in tutte le sue ore segnate, sul quadrante dell’acqua, da nugoli di zanzare. La vita ama e uccide, accarezza con passione ciò che adora con mano assassina. Semi germoglianti come magli, inchiodano implacabilmente al suolo le formiche che li hanno inghiottiti e a cui devono forse il loro terribile potere di germinazione. Il sangue richiama i fiori che singhiozzano ed i fiori uccidono meglio di una pistola. Uccidono la pistola.

Laddove la genesi non ha detto ancora la sua ultima parola, laddove la terra non si separa dall’acqua che per generare fuoco nell’aria, sulla terra o nell’acqua, ma soprattutto, laddove terra e acqua, atterrite dal fuoco celeste, fanno l’amore notte e giorno, in America equatoriale il fucile scaccia l’uccello che non uccide ed il serpente stritola il fucile come un coniglio.

La foresta è indietreggiata davanti all’ascia e alla dinamite ma, tra due passaggi di treno, si è lanciata sul binario rivolgendo al meccanico del convoglio gesti provocatori e occhiate provocanti. Una volta, due volte, egli resisterà alla tentazione che lo perseguiterà per tutto il percorso, da una traversa verdeggiante ad un segnale nascosto da uno sciame d’api, ma un giorno ascolterà il richiamo dell’incantatrice che avrà lo sguardo d’una donna amata. La macchina si fermerà per un abbraccio che vorrà passeggero, ma che si prolungherà all’infinito, a seconda del desiderio perpetuamente rinnovato della seduttrice. Per essere muta, la sirena sa nondimeno trascinare irrimediabilmente la sua vittima in abissi senza ritorno.

Quindi comincia il lento assorbimento: biella dopo biella, manetta dopo manetta, la locomotiva rientra nel letto della foresta e, di voluttà in voluttà, si bagna, freme, geme come una leonessa in calore. Affumica orchidee, la sua caldaia dà riparo ai trastulli dei coccodrilli sbocciati il giorno prima, mentre nel fischio vivono legioni di uccelli mosca che le restituiscono una vita chimerica e provvisoria giacché ben presto la fiamma della foresta dopo aver a lungo leccato la propria preda la ingoierà come un’ostrica.

In lontananza lenti grattacieli d’alberi si edificheranno per manifestare una sfida impossibile da raccogliere.