Nell’aprile 2003 in Iraq c’è stato una specie di terremoto. Per almeno una settimana ha avuto luogo un’immane vendetta, un grande saccheggio. Le principali città irachene sono state messe sottosopra, spremute, attaccate, saccheggiate dai pezzenti che «arraffavano tutto»: Bassora, Bagdad, Najaf, Mossul, Kirkuk, Tikrit, Kut, Diwaniyah. Le città non si sono sollevate nello stesso momento, ma in tutte il saccheggio generalizzato è durato almeno tre giorni. Bassora è insorta per prima, l’8 aprile, poi il 9 è stata la volta di Bagdad, e quello è stato il momento della caduta teletrasmessa di Saddam e della sua statua. Via via che le forze americane penetravano e cacciavano l’esercito e la polizia di Saddam, tutte le case dei dignitari del vecchio regime venivano saccheggiate, oltre a numerosi edifici pubblici e supermercati di proprietà dello Stato. Lo sbandamento dell’esercito e della polizia di Saddam aveva provocato una sorta di aspirazione in cui le energie tetanizzate si sono riversate per esprimere a un tratto l’odio per ciò che le asserviva. Il saccheggio è stato inizialmente approvato dai mass media, come se i poveri in quel modo avessero confermato la fondatezza dell’intervento americano. La vendetta è stata considerata legittima, almeno fin quando ha potuto essere presentata contro il regime del partito Baath. Ma la sete di libertà era troppo forte. E al di là delle vendette private, che si sono manifestate con la distruzione o il furto dei beni di chi era odiato, era la merce in sé ad essere presa di mira, e la merce è anonima come i pezzenti che l’hanno attaccata, universale e alla portata dei pezzenti passati all’azione. Il saccheggio si è così generalizzato alle case dei vicini dei dignitari, poi a tutte le merci che potevano essere riprese, anche se non erano utili. La razzia è stata generale, sistematica, capillare. Era una vendetta nei confronti di ciò che solitamente era tenuto a distanza: ogni merce sottratta, rubata, distrutta ha permesso di accertare, più che il suo valore d’uso, la distruzione della distanza.
Ad essere attaccati erano i fondamenti della comunicazione poliziesca del nostro mondo.
I pezzenti si sono liberati dei limiti che avrebbero dovuto circoscrivere il saccheggio ad un saccheggio legittimo, e hanno praticato un saccheggio che nessun informatore poteva difendere né comprendere, perché altrimenti avrebbe dovuto rompere con la propria professione, strappare la propria tessera prima di buttarla, lasciare il partito, scoprire una rabbia propria o farsi coinvolgere dalla collera dei pezzenti. Nell’informazione e, a detta di questa informazione, fra gli iracheni, hanno cominciato a serpeggiare voci di condanna e interrogativi. Cosa fanno gli americani? Perché difendono solo il ministero del Petrolio? Perché si guardano bene dall’intervenire? È questa la pace e la democrazia che portano nel paese? Il museo nazionale delle Antichità non fa forse parte di quel patrimonio culturale mondiale dell’umanità da tutelare a qualunque costo?
Il grande saccheggio ha avuto luogo venti giorni dopo l’inizio della guerra in Iraq. Dopo l’offensiva in Afghanistan, questa guerra costituiva una delle risposte degli Stati Uniti all’attentato dell’11 settembre 2001 contro il Pentagono e le torri gemelle del World Trade Center. Questo attentato non è mai stato rivendicato, ma è stato imputato al gruppo armato Al Qaeda, che avrebbe ricevuto il sostegno dei
talebani e del governo iracheno. Per di più gli Stati Uniti denunciavano in Iraq la presenza di armi di distruzione di massa, di cui volevano fornire la prova prima che lo Stato iracheno desse altre prove a loro spese. La loro guerra è stata al tempo stesso preventiva e repressiva, una guerra morale, in cui la vendetta di una polizia contro un’altra avrebbe dovuto scoraggiare i poveri a passare all’offensiva. Allo spettacolo delle torri in fiamme avrebbe dovuto rispondere lo spettacolo delle fiamme in Iraq. E malgrado le manifestazioni dei pacifisti, il 20 marzo 2003 gli Stati Uniti sono partiti con una crociata contro l’Asse del Male. Contrariamente alla prima guerra del Golfo, nel 1991, quando era l’esercito a fornire le immagini ai giornalisti tenuti al margine, la famosa “libertà d’espressione” questa volta è stata associata alle operazioni. I giornalisti di televisioni, radio, giornali, internet e scandali sono stati invitati a seguire il conflitto dall’interno, e a riportare liberamente quanto avessero visto e sentito. Ciascuno ha così potuto scegliere liberamente il proprio campo e seguire passo dopo passo l’esercito americano. In fondo, questa guerra avrebbe dovuto permettere di eliminare Saddam Hussein, di portare la democrazia al potere, di approfondire la scissione fra Occidente e Islam, di combattere il terrorismo. Che l’accusa di possedere armi di distruzione di massa fosse stata ritirata ufficialmente nel gennaio 2005 dimostrava solamente che questa Giusta Causa era di per sé sufficiente e non aveva bisogno di alcun pretesto.
Dopo la caduta del vecchio dittatore, che sarà ritrovato sudicio e irsuto alcuni mesi più tardi in un nascondiglio, e l’esaurimento del grande saccheggio nel grande saccheggio — non restando più nulla da saccheggiare — la guerra frontale si è trasformata in guerra di occupazione. La fine della guerra detta offensiva è stata dichiarata l’1 maggio 2003. Ma questa guerra contro il Terrorismo non è terminata. Nell’agosto 2003 sono iniziati gli attentati che, da allora, non hanno cessato di squarciare il campo di battaglia. Nell’ottobre 2003, il Consiglio di sicurezza ha autorizzato la creazione di una forza multinazionale e invitato il Consiglio del governo iracheno a fissare entro la fine dell’anno un calendario e un programma per redigere una Costituzione e lo svolgimento di elezioni.
Il problema del nuovo occupante era innanzitutto quello di ri-formare una polizia. L’Autorità provvisoria ha cercato disperatamente dei collaboratori fra la popolazione locale, o fra i vecchi esiliati rientrati, a loro rischio e pericolo. Non solo non ha trovato alcun leader in grado di federare la popolazione, ma diversi capetti sono stati aggrediti nel momento in cui si sono improvvisati tali, perché subito sospettati di collusione con l’esercito americano. Gli americani erano quelli che avevano lasciato reprimere l’insurrezione del 1991. Non liberatori, bensì occupanti dallo sporco passato. E i pezzenti talvolta conservano la memoria dei momenti in cui si sono ritrovati “uniti” attraverso l’emozione e la rivolta (all’inizio di aprile, a Mossul, in territorio curdo, un oratore iracheno che insultava Saddam Hussein e salutava l’arrivo degli americani è stato... lapidato dalla folla, che in lui aveva riconosciuto colui che nel 1991 aveva condotto su ordine di Saddam Hussein la repressione contro gli sciiti nel sud del paese).