Come si può pensare di dover presentare delle “scuse” tardive — o anche solo formulare dei “rimpianti” — per l’ardente cammino alla cieca, per la febbre che è stata?
Per non aver desiderato che bellezze di fuoco e fratellanze mai osate — con un pauroso disinteresse (mai più ritrovato) da parte di tutti nei confronti di tutti i poteri?
Per ingenuità di questo calibro, bisogna senz’altro pagare. Siamo venuti a più miti consigli.
Ma, per essere state sognate, potrebbero mai cessare d’essere bellezze, fratellanze, dispendio senza calcolo — anche se in effetti avessimo ignorato tutto del mondo in cui pretendevano di avere un valore?
D’altronde come avrebbe potuto andare diversamente, in fatto di sapere e di azione, considerando quel che eravamo in quell’istante della storia e in quel momento della nostra vita?
Ci trascinava una forza, cieca come la vita, senza timore né rimorso: una possibilità, una felicità, un’innocenza, una festa.
Che perdita sarebbe espiare per slanci di questo genere! E quanto sarebbe irriflessivo, vano, fuori luogo!
Ciò che noi abbiamo «voluto» così intensamente, altri lo «vorranno», senza averlo prima «scelto», con la stessa smisurata passione. Il mondo sarà giovane e bello un’altra volta, tutte le volte che la vita autentica abbandonerà la sua vecchia pelle sul finire dell’inverno.
Questa non è una profezia. Giusto la comunicazione di un fatto.
Come si potrebbe andare incontro a tanto ignoto, se non con una benda sugli occhi?
Se «ciascuno è Figlio del suo tempo», che senso avrebbe a questo punto “pentirsi” nei confronti di passioni assolutamente fatali? E come abbandonarsi alla resipiscenza, quando al contrario in questi transiti abbiamo fatto provvista per tanto tempo di una gioia senza nuvole? —
di fierezza, onore, orgoglio, ingenuità, bellezza, coraggio?
Avremmo dovuto chiedere scusa per essere stati felici, innocenti, folli e belli?
Altra questione è sapere quanto in realtà di quei nostri “saperi”, delle nostre parole e anche delle nostre azioni, avessimo “scelto”: si è trattato innanzitutto di un’incontenibile spinta vitale, e molto giovanile!
Supponendo che allora non avessimo riconosciuto come finzioni le fantasie che ci trascinavano — potenti illuminazioni datate. Nuovamente: fatali —, che senso avrebbe non riconoscere come tali quelle illuminazioni? Per tenere penosamente il broncio alla smisurata ebbrezza generata
da quelle battaglie?
E come potremmo parlare senza tristezza di qualche nuova acquisizione, in fatto di “sapere”, se dovessimo barattarla con tanta gioia perduta?
— Magro profitto. Grande perdita.
Non che non ci piacerebbe considerarci dei vecchi bambini.
«Una forma della vita è stata vissuta». Ciascuno è diventato un altro.
Ma che almeno non si trascorra la nostra nuova vita a prezzo della calunnia di ciò che in altri tempi siamo stati.
Una simile ingiustizia riguardo il passato lascerebbe dei contestabili contributi di
aspettative per le giovani vite future.
Insegneremmo loro la rassegnazione — fra tutte, la peggiore delle disfatte.
Fate come vi pare. Noi non chiederemo scusa.
IL MACHETE è un lungo coltello a un solo taglio, particolarmente indicato per aprirsi un varco quando ci si ritrova circondati da un ambiente ostile, che impedisce di proseguire il proprio cammino paralizzando ogni movimento. Non è elegante, il Machete, non possiede la discrezione di un pugnale né la precisione di un bisturi. Quando colpisce non discerne fra il candido fiore e la malapianta, e si abbatte indistintamente su entrambi. Pesante e scomodo da portare, il Machete può rivelarsi indispensabile nelle situazioni difficili, quando non c’è più tempo da perdere in calcoli scientifici, perlustrazioni esplorative, consulti diplomatici. All’occorrenza, può essere utilizzato anche come strumento di offesa. E allora - si dice - può diventare un’arma temibile. [leggi tutto]