Con la caduta della burocrazia stalinista ad est e col crollo delle ideologie rivoluzionarie, utili a mantenere l’equilibrio del sistema sociale, il capitalismo si è ritrovato solo davanti a se stesso, nel vicolo cieco del proprio successo. Più unifica il pianeta grazie alla penetrazione forsennata della merce, più le false divisioni gli sono necessarie per dissuadere coloro che sfrutta e a cui devasta l’esistenza dal progetto di affrontarlo direttamente. Certo, non crea queste divisioni di sana pianta, e non v’è bisogno di ricorrere ad una teoria del complotto per spiegare questo processo; è il suo stesso movimento storico — fin negli errori di percorso, come quello che lo ha portato a rafforzare l’islamismo radicale per indebolire il capitalismo di Stato sovietico — a utilizzare ed amplificare le divisioni razziali, etniche, sessuali, religiose e sociali preesistenti. Ecco perché assistiamo oggi al risveglio artificiale di vecchi antagonismi storicamente compiuti, fra una cristianità e un Islam che dell’antica potenza hanno conservato solo il nucleo ideologico religioso e qualche rituale cristallizzato che assicura un più o meno forte infeudamento di spiriti e corpi, soprattutto là dove i religiosi possono appoggiarsi al braccio secolare. Gli uni credono di scoprire uno scontro fra civiltà (allorquando sul pianeta oggi non vi è che un’analoga barbarie dell’hamburger e del cellulare); gli altri, rappresentanti di una piccola borghesia musulmana frustrata che vorrebbe divorare la sua fetta della torta capitalista, credono di vivere un remake delle crociate. A questo sinistro gioco di inganni si sovrappone inoltre lo scontro riattivato fra democrazia occidentale e totalitarismo che ha fatto funzionare così bene il sistema per più di mezzo secolo. Aggiungiamo comunque, nel sottolineare tutte queste false opposizioni, che non tracciamo un segno di abusiva equivalenza fra situazioni quotidiane e sensibili imparagonabili: così come al tempo della guerra fredda era preferibile per tutti, proletari compresi, vivere nel mondo detto libero piuttosto che nel mondo detto comunista, bisognerebbe possedere una singolare cattiva fede per non ammettere che oggi in una società islamica si vive peggio che in quasi ogni altro luogo, anche se non si è donne, omosessuali o atei, per il semplice motivo che bisogna conformarsi agli scandalosi divieti e prescrizioni della morale pubblica.
Il nostro ateismo non è una presa di posizione filosofica o logica. Come l’ateismo di Sade, è la tonalità di un modo di vita, il fluido sensibile nel quale possiamo respirare e in cui il nostro immaginario può godere dei suoi poteri. L’ateismo di positivisti e altri anticlericali che accumulano prove dell’inesistenza di Dio ci sembra troppo simile al frutto staccato male dall’albero di un monoteismo trasformato sul suo finire in semplice ideologia della trascendenza. Il nostro ateismo è piuttosto l’ateismo solare e gioioso dei Cirenaici o di Lucrezio e, sul piano sensibile, esprime la posizione di immanenza universale che si ritrova in tutti i popoli animisti, per cui il sacro è solo il sentimento della presenza della natura. È per questo che l’idea di un dio unico e onnipotente ci sembra così risibile e noiosa. E non possiamo scordare che questo dio creato sulla peggior immagine dell’uomo — un vecchio maschio un po’ caratteriale — è sempre servito per giustificare la miseria mentale dell’antropocentrismo e il suo vorace dominio sulla meraviglia del mondo. L’immaginazione, per eccellenza sempre portata agli eccessi dell’invenzione poetica, potrebbe mai trarre soddisfazione da un tale triste profilo tracciato sull’orizzonte delle sue problematiche?
Il preteso ritorno del religioso, che lo spettacolo non cessa di ripeterci, non può cambiare un dato fondamentale: Dio è morto, definitivamente morto, già da oltre un secolo; è stato sostituito dalla religione del Capitale, il cui profeta è il denaro. Profeta che, come si vede oggi in Cina, scatena tante più passioni non dovendo imbarazzarsi per una trascendenza religiosa concorrente. Ma per i popoli a lungo assoggettati al monoteismo, qualsiasi esso sia, il fantasma di Dio si aggira ancora, come un otre vuoto che si riempie della risposta illusoria a tutte le frustrazioni, rancori e oppressioni che l’Economia e la classe che ne trae beneficio non cesseranno di generare. E questo spettro pesa come una greve minaccia sull’immaginario collettivo, di cui inquina il linguaggio, confisca le speranze e trattiene gli slanci. Sbarazzarsi di questa minaccia è rischiare la sola avventura che valga, quella della libertà. Affermiamo dunque una volta ancora il carattere intrinsecamente blasfemo, antireligioso, e per ciò stesso liberatore, della parola poetica, e il nostro viscerale irrispetto per ogni sottomissione al pallone gonfiato divino.