TEMPI DURI PER I TROPPO...

Già nel XVI secolo i poveri, coloro che non possedevano nulla e non avevano lavoro, venivano perseguitati con tutti i mezzi. C’è chi li faceva frustare e imprigionare, chi li cedeva come schiavi a chiunque li denunciasse, chi li faceva marchiare a fuoco, chi li spediva direttamente sul patibolo. Invece oggi, a secoli di distanza, ora che le moderne democrazie hanno sostituito le antiche monarchie, che trattamento ricevono i poveri nel «migliore dei mondi possibili» in cui viviamo?

Che ci si trovi nel freddo nord o nel caldo sud, sotto una giunta di destra o di sinistra, la risposta è pressoché univoca: il pugno di ferro. Appena si sono visti appuntare sul petto la stella di sceriffo, i sindaci di tutta Italia si sono lanciati in una sfrenata gara di arroganza e prepotenza nei confronti dei più deboli. C’è chi multa i lavavetri e chi allontana gli zingari, chi denuncia i posteggiatori abusivi e chi se la prende coi venditori ambulanti, chi mette taglie sugli immigrati clandestini e chi vieta la questua nei pressi delle chiese. In certe città chi ha lo stomaco vuoto non può rovistare nella spazzatura, in altre chi è senza un tetto non può dormire sulle panchine. Intanto il Parlamento, covo di quella famigerata «casta» che nuota nel lusso e nello sfarzo, ha approvato qualche mese fa una legge che prevede fino a 4 anni di carcere per i rei di «accattonaggio». Evidentemente, la fame e l’indifferenza sono troppo poco…

I poveri sono superflui, irritanti e disdicevoli. Non producono niente, consumano poco e non hanno risparmi. Sono utili solo come spettro da agitare davanti agli spettatori per distogliere l’attenzione, per seminare il panico, per giustificare draconiane misure. Basta trasformarli in parassiti pericolosi da sterminare. Se le condizioni sociali vanno deteriorandosi sempre più, se il pianeta si trova sull’orlo del collasso ecologico, se l’umanità è dilaniata da guerre permanenti, se la vita stessa perde ogni fascino ed incanto, a chi va attribuita la responsabilità? A loro, non certo a banchieri speculatori, a imprenditori sfruttatori o a politici oppressori.

Ci vuol poco per sentirsi al riparo da questa riprovazione: una parabola satellitare con cui guardare le partite di calcio, una casa di proprietà che permetta di risparmiare sull’affitto, un posto di lavoro che assicuri quotidianamente un pasto caldo. Laddove tutto ciò manchi, ci si può sempre aggrappare alla nazionalità. Se il ricco biasima il povero, il povero indigeno biasima il povero straniero. Imposta o subita, la miseria sociale ha bisogno di un capro espiatorio. Negli anni trenta c’erano gli ebrei, oggi ci sono i nomadi (a cui — non a caso — si bruciano i campi), oppure gli immigrati clandestini (che — non a caso — vengono rinchiusi in lager). Ed ecco come chi ha comunque poco o niente si rende disponibile a linciare chi non ha assolutamente nulla, a partecipare alla guerra più infame che ci possa essere: quella fra poveri, la stessa che ha spinto alcuni inquilini di case popolari a denunciare chi — stanco di mendicare — si era deciso ad occupare un alloggio vuoto, la stessa che ha armato i due ambulanti che hanno ucciso chi — stanco di digiunare — aveva osato allungare la mano sulle loro briciole.

La guerra ai poveri (con tutte le sue conseguenze) è solo uno degli aspetti della Soluzione Finale Moderna in corso: l’eliminazione di quanto risulta fuori-posto in un mondo pensato e costruito per ospitare solo centri commerciali e banche, industrie ed uffici, chiese e caserme. Con le loro ordinanze i sindaci stanno trasformando le città, un tempo spazi sociali dove chiunque poteva vivere, in luoghi aperti solo ad umanoidi impegnati a funzionare. Ad essere messi al bando non sono solo i poveri, ma anche ogni atteggiamento umano non previsto dai manuali d’uso.