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- Credere, come hanno già fatto i nostri padri, che le macchine possano e debbano sostituirci e che il loro lavoro possa e debba sostituire il nostro, è del tutto obsoleto. Quando lavoriamo, di solito non lavoriamo «ancora» bensì «di nuovo»: di fatto sostituiamo le macchine. O perché nessuna macchina può farsene carico, oppure — e qui l’avverbio «ancora» è legittimo — perché le macchine che dovrebbero «di fatto» occuparsene, scandalosamente non sono state ancora inventate. Ragion per cui, noi rimpiazziamo macchine che ancora non esistono. Certo, la sostituzione che garantiamo è comunque penosa. Se gli strumenti che rimpiazziamo potessero osservare gli sforzi che facciamo per sostituirli, come si divertirebbero per il nostro maldestro tentativo. Dico «se» ed uso il condizionale giacché, ovviamente, in quanto strumenti non possono che compiacersi d’essere incapaci di divertirsi e anche d’essere incapaci di compiacersi per checchessia.
- Oggigiorno mi tocca tuttora leggere che io sarei un «reazionario distruttore di macchine». Si tratta del rimprovero più assurdo che mi si possa fare. Perché la mia lotta non mira ai modi di produzione, come avveniva nel diciannovesimo secolo, ma ai prodotti stessi. Ancora non ho proposto di produrre missili manualmente e in un ambito di lavoro a domicilio invece di produrli in fabbrica. Ciò che ho sempre proposto è che non si producano affatto dei missili.
- Dovremmo ricambiare in modo acconcio quelli che ci trattano come «distruttori di macchine», trattandoli come «distruttori di uomini».