Nessuna passione come la paura priva con tanta efficacia la mente di tutto il suo potere di agire e di ragionare. Poiché, essendo il timore l’apprensione di un dolore o della morte,
agisce in modo da sembrare un dolore reale.
E. Burke
agisce in modo da sembrare un dolore reale.
E. Burke
Nella grande rappresentazione della paura, ancora una volta spetta alla pandemia salire sul palcoscenico. Dopo averci assicurato che ogni angolo buio che attraversiamo potrebbe diventare lo scenario di un delitto ed ogni sconosciuto in cui ci imbattiamo (soprattutto se povero e straniero) potrebbe rivelarsi un aggressore, i media in questi giorni ci stanno ossessivamente ripetendo che ogni respiro che scambiamo potrebbe trasmettere un virus. Ci sarebbe infatti un contagio in corso che in tutto il mondo sta mietendo vittime. Il mostro ha perfino un nome: influenza A-H1N1. Meglio perciò evitare i contatti e sfuggire i luoghi troppo frequentati. Ogni incontro che facciamo potrebbe essere fatale, ogni abbraccio che stringiamo potrebbe risultare mortale. Il ritornello è il medesimo di sempre: l’altro è sinonimo di minaccia, è il nemico da cui bisogna proteggersi perché potrebbe decretare la nostra fine.
Il terrore deve essere generalizzato. Gli ospedali sono presi d’assalto. Perché gli effetti del terrore sono noti. Paralizza i movimenti, ottunde la mente, rende deboli e indifesi. Spinge ad invocare aiuto, senza guardare in faccia i soccorritori e senza metterne in dubbio i mezzi. Dopo le telecamere di videosorveglianza per proteggerci dal crimine, ci viene ora offerto — fra quanto tempo ci verrà imposto? — il vaccino che proteggerà dalla malattia. Basta, come sempre, mettersi nelle mani degli esperti, di chi ha la conoscenza e le competenze in materia. In una parola, nelle mani dello Stato. Quello Stato da cui siamo sempre più dipendenti e che, sebbene mostri ogni giorno di più la propria infamia, costituisce il nostro punto di riferimento costante ed ineludibile. Biasimiamo i suoi pretoriani quando torturano o ammazzano i malcapitati che finiscono nelle loro grinfie, ma poi li acclamiamo quando temiamo che qualcuno possa disturbare il nostro sonno. Insultiamo i suoi funzionari quando veniamo a conoscenza delle quotidiane malefatte che commettono, ma poi li votiamo quando loro stessi ci convocano alle urne...
Prendiamo la storia di questo virus, ad esempio. Stando a quanto affermato dalla stessa informazione dominante, quella cioè facilmente reperibile sui media e in rete, ci troviamo di fronte a:
a) una versione dell’influenza suina, variante della famigerata “spagnola” che — in piena Prima Guerra Mondiale — riuscì a provocare più milioni di morti delle battaglie e dei bombardamenti. Questo virus sarebbe stato ricreato in laboratorio alla fine degli anni 90, grazie a un patologo di un’università statunitense che riuscì a trovarne del materiale genetico sul cadavere di una vittima rimasto congelato in Alaska per un’ottantina di anni. A chi consegnò, costui, il risultato della sua brillante scoperta? Al Centro di Controllo Malattie e... alle forze armate degli Stati Uniti. Tanto basta per spingere molti scettici, più o meno affetti da cospirazionismo, a denunciare nell’H1N1 un tentativo di sterminio di massa, una specie di operazione di sfoltimento demografico;
b) una influenza che non mostra affatto chissà quale virulenza, il cui numero di vittime (qualche migliaio) è assai inferiore a quello provocato da molte altre malattie. Non è la prima volta che vengono organizzati e diffusi simili allarmismi a proposito di fantomatiche epidemie. Ricordate? Successe già con la BSE, l’encefalite spongiforme bovina (113 casi accertati); con l’influenza aviaria (257 morti in quasi 6 anni); e con la SARS, la sindrome respiratoria acuta severa (812 morti). Numeri del tutto irrilevanti se paragonati a quelli provocati dalla malaria, ad esempio, che causa oltre 1.000.000 di vittime all’anno (a cui bisogna aggiungerne altre 200.000 causate dall’assunzione di farmaci anti-malarici scaduti), mentre il morbillo ne ammazza 240.000. E la dissenteria? E l’Aids? Quanto alla banale influenza stagionale, sembra che causi solo 500.000 morti all’anno, 8.000 dei quali in Italia;
c) un virus il cui vaccino, oltre che sostanzialmente inutile, è pure pericoloso. Non è stato infatti testato e perciò è talmente insicuro da spingere la stragrande maggioranza degli stessi medici a rifiutarsi di assumerlo. I suoi effetti collaterali sono infatti sconosciuti, mentre forti dubbi esistono sulle sostanze che lo compongono (thimerosal, squalene, polisorbato 80, l’adiuvante alluminio, formaldeide...). Perché il presidente degli Stati Uniti, dopo aver decretato l’emergenza sanitaria nazionale ed aver invitato tutta la “sua” popolazione a prendere il farmaco, si è guardato bene dal vaccinare le sue figlie? Perché il governo tedesco ha acquistato, solo per i propri rappresentanti, una versione del vaccino diversa rispetto a quella destinata alla gente comune? Perché è stata assicurata l’immunità giuridica ai produttori del vaccino (Baxter, GlaxoSmithKline, Novartis...), i quali non avranno nulla da temere in caso di effetti collaterali nocivi?
Come si vede, il punto a) è in aperta contraddizione con il punto b), ed il punto c) vanifica comunque ogni ipotesi. Reale o fittizia che sia questa minaccia, la cura potrebbe rivelarsi ben peggiore. Per non parlare poi degli interessi economici che si delineano dietro questa vicenda. Perché un antigene virale del H1N1 era già in commercio un anno prima della comparsa di questa influenza? Come non notare che le ditte produttrici del vaccino stanno traendo profitti da favola da tutta questa vicenda? La Novartis, grazie al Focetra, aumenterà i suoi profitti per una cifra stimata fra i 400 e i 700 milioni di dollari. La Glaxo ha già venduto 440 milioni di confezioni del suo Pandemrix, per un totale di 3,5 miliardi di dollari.
Un bel modo per uscire dalla tanto temuta crisi economica, non c’è che dire. I governi annunciano l’esistenza di una temibile pandemia, le industrie farmaceutiche mettono in vendita i vaccini, la popolazione si precipita a richiederli. Un ottimo affare, politico per i primi (che avranno attorno a sé cittadini impauriti e supplichevoli un soccorso, anziché ribelli arrabbiati in cerca di vendetta) ed economico per le seconde (che avranno bilanci in attivo ed eviteranno possibili crack finanziari).
Comunque sia, il flusso contraddittorio di informazioni sulla natura effettiva del virus non pare consigliare una sana diffidenza verso quanto dichiarato dalle autorità e non induce a mettere in discussione queste campagne del terrore che vengono periodicamente scatenate. Al contrario, non fa che alimentare l’ansia, quell’apprensione o spiacevole tensione provocata dall’intimo presagio di un pericolo imminente e di origine sconosciuta. E l’ansia è sempre sproporzionata allo stimolo noto, alla minaccia e al pericolo che ci sovrasta realmente.
A detta degli studiosi, esistono due forme di paura. La cosiddetta «paura primaria» è quella che stimola e fa reagire l’individuo, che in questo modo riesce a controllare e superare la minaccia. La cosiddetta «paura secondaria» invece è quella che paralizza l’individuo e lo rende inerme, passivo di fronte a quanto lo turba. Non c’è reazione, c’è solo annichilimento. Ed è quest’ultima paura ad essere alimentata in tutte le maniere, con l’evocazione di scenari da incubo e complicazioni giudicate insormontabili.
In realtà, la più diffusa delle malattie è quella che si riassume nel concetto di “fatalità”. L’alta tecnologizzazione dell’esistente, la sua apparente potenza, la sensazione che nulla sia possibile, la gamma delle opzioni fastidiose, l’inutilità delle parole e l’inefficacia delle azioni, l’atomizzazione e le minacce che essa comporta, ed infine la potenza assoluta delle polizie, del denaro e degli Stati, costringono la rabbia, il rifiuto e i loro sviluppi critici a muoversi sul terreno della passività. È questa la pandemia che dovremmo curare. Perché, o ci arrendiamo alla paura o la combattiamo. Non possiamo andarle incontro a metà strada.