Là dove c’era una bottega, ora c’è una boutique. Dove c’era un magazzino, ora c’è un loft. Dove c’era un’osteria, ora c’è un coffee-bar. Dove c’era una fabbrica, ora c’è una galleria d’arte. Dove c’era la vita, sfruttata ma con una sua dignità, ora c’è la movida, che sfrutta in piena allegria...
Gli esempi si sprecano. A Roma, lasciando pure perdere l’antica Trastevere, basterebbe fare un giro al Pigneto. Pur non facendo parte del centro storico, questo quartiere ha sempre esercitato un certo fascino immortalato in numerose opere cinematografiche neorealiste ed è stato sempre abitato per lo più da famiglie povere, italiane e straniere. Un ritrovo di accattoni, per l’appunto. Oggi il Pigneto si sta poco alla volta modificando, soffocato da artisti, intellettuali e professionisti, arrivati grazie ad una massiccia ristrutturazione che ne ha mutato il volto.
A Milano, invece, c’è Porta Ticinese. O forse è più esatto dire, c’era Porta Ticinese, poiché l’antico quartiere del porto, punto di transito e crocevia di modi di vita diversi, zona franca (libera e sincera) all’interno della metropoli, è scomparso. I suoi canali, già in gran parte ricoperti di cemento, non vengono più costeggiati da lavandaie ed artigiani. Oggi l’intero quartiere è caduto in mano agli architetti, coi loro studi in cui si lavora e i loro locali notturni dove ci si diverte. Irriconoscibile.
Firenze poi, è meglio lasciarla perdere. È in corso l’epurazione di tutta la sua popolazione — questa umanità cialtrona rea di calpestare e lordare con la propria presenza un museo a cielo aperto — a beneficio dei soliti privilegiati: i ricchi e i turisti. Se volete restare a bocca aperta andate alle Murate, il vecchio carcere fiorentino. Purtroppo non lo troverete raso al suolo dalla collera per la libertà per troppi secoli negata, ma riconvertito da Renzo Piano in condominio futuristico con sottostante omonimo (Il carcere) bar e ristorante di lusso (mentre alcune antiche porte delle celle sono state preservate e sono ancora lì, ben visibili, a perenne monito che sempre di galera si tratta).
Quanto a Genova, ormai le nipoti di Bocca di Rosa hanno le ore contate. Loro, con tutto il sottomondo che le circonda. Non stuzzicano più una fantasia ormai al guinzaglio della televisione, urtano soltanto il buon gusto che accompagna il quieto sopravvivere. I bassi della città ligure finalmente ripuliti dalla canaglia che da sempre li abita: ecco a cosa mirano politici vogliosi di pace sociale in combutta con imprenditori assetati di profitti.
E si potrebbe proseguire così per tutto il Belpaese...
A questo scempio è stato assegnato un nome specifico — gentrificazione. Con questo orribile neologismo di origine inglese si intende il processo attraverso il quale zone abitative tradizionalmente “popolari” vengono rese “signorili”. La gentrificazione comporta una immediata trasformazione del mercato immobiliare, con un vertiginoso aumento degli affitti e dei prezzi delle case che accelera la mutazione del tessuto sociale. I vecchi abitanti, appartenenti alle fasce più povere della popolazione, vengono dunque allontanati per lasciar posto ai nuovi residenti facoltosi. Assieme alle case, è l’intera urbanistica del territorio a venir modificata; quartieri che prima ospitavano solo vecchi edifici abitativi, laboratori e piccole botteghe, si riempiono d’un tratto di lussuosi appartamenti, di asettici uffici e di ristoranti alla moda.
Sebbene si tratti di un fenomeno conosciuto da tempo, il termine gentrificazione è stato coniato nel 1964 dalla sociologa Ruth Glass per indicare il cambiamento sociale che all’epoca stava avvenendo in molte zone della capitale inglese: «Ad uno ad uno, molti quartieri operai di Londra vengono invasi dalla classe media, più o meno alta. Case e villini malconci e modesti — due stanze sopra e due sotto — vengono rilevati non appena scadono gli affitti, e diventano residenze eleganti e costose... Quando in un distretto si avvia il processo di gentrificazione, prosegue rapidamente finché tutti o la maggior parte degli occupanti originari della classe operaia vengono spostati e l’intero carattere sociale del distretto viene modificato».
Sull’argomento si stanno accumulando interpretazioni contrapposte, divise fra sospiri di nostalgia per il tempo che fu e fremiti di eccitazione per il nuovo che avanza. Ma ogni definizione data al riguardo non può mancare di sottolineare la dimensione di classe di questo cambiamento urbano. Secondo il Webster’s Dictionary of the American Language (1988), «gentrificare» significa «convertire (una vecchia area della città) in un quartiere della classe media più ricco, come risultato della ristrutturazione delle abitazioni, dell’aumento del valore degli immobili e dello spostamento dei poveri»; mentre per l’Oxford English Dictionary (1993) si tratta di «convertire (un quartiere della classe operaia o del centro cittadino) in un’area di residenza della classe media». In sostanza, gentrificare significa buttare fuori i poveri dalle loro case per lasciare spazio ai ricchi.
I sostenitori della gentrificazione, senza nascondere il proprio disgusto per ogni rigurgito passatista ed il proprio entusiasmo per ogni innovazione, anziché dire chiaramente da che parte stanno, amano soffermarsi sulla bellezza di un’armonia in grado di conciliare ordine e pulizia. Quanto alla deportazione dei poveri implicita nei processi di gentrificazione, ne minimizzano la portata. Anzi, sostengono che uno dei benefici di questo cambiamento sia proprio la sollecitazione esercitata sugli abitanti a diventare possessori degli immobili, invece di semplici inquilini. In più, ci tengono a rimarcare che molti vecchi abitanti, già proprietari dei loro domicili, non hanno nulla da temere da una sana ristrutturazione.
Nulla da temere? Eppure, i poveri che hanno in affitto modeste abitazioni non possono certo permettersi di affrontare né un forte aumento del canone, né le condizioni di un mutuo per acquistare un immobile ormai considerato di lusso. E se qualcuno avesse la fortuna di essere già proprietario, in poco tempo si ritroverebbe costretto a vendere e a trasferirsi in una zona meno costosa, non potendo sopportare l’incremento generale dei prezzi che incombe sull’intero quartiere. È bene quindi che le persone colpite dalla gentrificazione comincino a domandarsi come e perché stiano avvenendo simili cambiamenti, per poter cominciare a reagire.
Il come, è abbastanza semplice. Non si può negare che la gentrificazione sia un processo assai visibile. I quartieri coinvolti si trovano in aree urbane, meglio se in centro o in zone limitrofe. Per lo più presentano caratteristiche di interesse storico o urbanistico, su cui fare leva per stimolarne la valorizzazione. In questi quartieri si sta già verificando l’inizio del trasferimento degli appartenenti a classi più agiate che fanno in un certo senso da apripista, da primi coloni. La loro presenza servirà da esempio ad altri esponenti della stessa classe sociale. Qui diventa fondamentale il ruolo delle autorità locali che dovranno fare da garanti al buon esito finale dell’operazione. Dopo essersi lamentati delle condizioni in cui versano questi vecchi quartieri, puntualmente descritti da apposite campagne stampa come “insicuri” e “degradati”, gli amministratori dovranno predisporre ed avviare piani di “ristrutturazione”, di “rinnovamento”, di “riqualificazione” che, oltre all’aspetto degli edifici, trasformeranno anche lo stile di vita nelle strade.
Ci sarà l’immancabile organizzazione di festival e manifestazioni a carattere culturale, iniziative che serviranno da specchietto per le allodole attirando la presenza di migliaia di persone che arriveranno a visitare i luoghi di cui verrà decantato il fascino. La contemporanea apertura di negozi alla moda, di gallerie d’arte e di locali notturni fungerà da richiamo per una clientela più ricca, di giovani professionisti. La gentrificazione presuppone infatti una deindustrializzazione delle zone interessate che si sviluppano come aree di servizi avanzati, turistiche e di consumo culturale. Anche un incremento dei prezzi immobiliari è funzionale allo scopo. Tale aumento, che già avviene spontaneamente per effetto dell’arrivo dei nuovi residenti più agiati, serve a dare l’impressione che ci sia una forte richiesta in espansione. Questo, da una parte solleciterà gli investimenti dei ricchi, dall’altra scoraggerà la resistenza dei poveri.
Le aree gentrificate vengono provviste di infrastrutture commerciali all’avanguardia e la loro promozione è curata nei minimi particolari. La cosiddetta «rinascita della città» viene pubblicizzata come se si trattasse di un evento in grado di apportare benefici a tutti i suoi abitanti, indistintamente. Ma la realtà, come si è detto, è ben diversa. Oltre alla deportazione delle classi meno abbienti, si assiste anche ad una perdita dell’obsoleta autenticità dei luoghi, ad un loro “snaturamento”. Le zone gentrificate diventano più che altro spazi privi di vita, che ostentano una noiosa monocultura all’interno di un’architettura unificata. Spazzata via la polvere della storia che potrebbe soffocare narici troppo delicate, quel che rimane è un’asettica rappresentazione — magari bella, ma sempre mortifera.
Le cause che portano alla gentrificazione si possono riassumere nell’ennesimo matrimonio di interessi fra politica ed economia. Indubbiamente incide molto il fattore del «divario di rendita» — la discrepanza fra l’attuale valore di una zona ed il valore potenziale che potrebbe raggiungere una volta sottoposta ad un «più elevato e miglior uso». Quando questo divario si fa sufficientemente ampio, diventa facile a chi sta in alto cogliere i potenziali profitti che si possono ricavare da uno sviluppo dell’area in questione. In breve, si tratta di una operazione speculativa. D’altronde, respingere i poveri ai margini della città, sempre più ai margini, è del tutto coerente con la storia di un mondo che fa del danaro e del consumo di merci l’unica Ragione di vita.
A questo proposito, vale forse la pena ricordare lo sventramento di Firenze avvenuto verso la fine dell’800, che portò alla distruzione del Ghetto e del Mercato Vecchio: in pochissimi anni sparirono 26 antiche strade, 20 tra piazze e piazzette e 18 vicoli; furono abbattute 341 abitazioni e 451 botteghe; vennero allontanate 1778 famiglie per un totale di 5822 persone. Tutti poveri, colpevoli di vivere nel centro di una delle città più belle del mondo.
Quanto agli interessi politici, si sa che il miglior strumento per combattere il degrado e fare pulizia è... la polizia. I poveri, oltre ad offendere la vista dei turisti, hanno stomaci troppo vuoti per rispettare la legalità. Talvolta osano addirittura allungare le mani sulla proprietà altrui, abbandonando la rassegnazione in favore della rivolta. Finché la loro presenza è limitata e sorvegliata, possono anche apportare un tocco di folcloristico colore. Ma ora, con l’arrivo incessante di innumerevoli dannati della terra e una crisi economica che promette scenari ancora peggiori, il loro numero è diventato troppo elevato. Il sovraffollamento genera promiscuità, la promiscuità causa strofinamento, lo strofinamento provoca irritazione — e l’irritazione scatena la rabbia. Oltre al pericolo che rappresentano, sono una vergogna, un peso, un intralcio. Inutili in tutti i sensi, anche in senso politico. Meglio un quartiere abitato da onesti professionisti, che lavorano e consumano, che pagano le tasse e vanno a votare, piuttosto che da povera gente, che campa di espedienti e si disinteressa di tutto il resto. Meglio vicoli ben illuminati dove nulla può accadere, piuttosto che antri bui dove tutto è possibile.
Del resto, sono finiti da un pezzo i tempi in cui i ricchi e i poveri convivevano negli stessi spazi, negli stessi quartieri, talvolta sotto lo stesso tetto (piani nobili per gli uni, cantine e mansarde per gli altri). Finiti anche i tempi in cui i più sventurati suscitavano la compassione, la pietà o in casi rarissimi l’ammirazione dei privilegiati. L’interesse profano ha prevalso sulla missione sacra, cancellando dall’immaginario la rappresentazione cristiana del «povero Cristo» e sostituendola con quella dello «sporco povero», portatore di malattie (non più martire da rispettare, ma mostro da bandire).
La città non è più uno spazio sociale aperto in cui gli esseri umani in carne ed ossa conducono una vera esistenza, fra gioie e dolori, accordi e conflitti. Essa è diventata tempio adibito al culto della merce, spazio privato chiuso pensato e programmato per ospitare solo gli acquirenti, i venditori e gli immancabili guardiani.
Non abbiamo paura delle rovine, è vero. Ma non perché siamo felici che il loro mondo stia crescendo, tutt’altro. La scomparsa di un’antica bottega, così come la demolizione di una vecchia fabbrica, non ci commuovono. Ma non tolleriamo l’idea che siano sostituite da un punto vendita di una multinazionale o da una banca. Non proviamo alcuna stupida nostalgia per il passato, ovvero per ciò che è Stato: non abbiamo nostri quartieri da difendere, nostre tradizioni da mantenere, nostre città da riprenderci. Lasciamo questa illusione agli attivisti e ai militanti a guardia del “territorio”.
In realtà, anche noi pensiamo che il vecchio mondo vada distrutto. Ma i nostri criteri di valutazione non sono i medesimi. Per noi il degrado è nel comando e nell’obbedienza, non in un intonaco scrostato o in una panchina scarabocchiata. Inoltre ci piace pensare che l’oscurità nasconda un’occasione da poter cogliere, più che un pericolo da dover scongiurare. E le grida di rabbia o di dolore non ci infastidiscono quanto le preghiere dei fedeli ed il silenzio del consenso. Preferiamo poi imbatterci in una coppia che consuma un amplesso, piuttosto che in una coppia di carabinieri. Ripulire le teste dagli escrementi deposti dall’autorità lo consideriamo assai più urgente che ripulire le strade dagli escrementi lasciati dai cani.
La distruzione delle città che sta avvenendo sotto i nostri occhi non è opera nostra. Non viene fatta per lasciare spazio ai nostri desideri. Essa viene realizzata contro di noi. Il che costituisce un ottimo motivo per cercare di fermarla, laddove è ancora possibile. Conoscere in che modo viene realizzata la gentrificazione significa anche sapere in che modo opporvisi. I cantieri dei nostri nemici possono essere trasformati in nostre trincee. Con un po’ di sforzo e di immaginazione i preventivi di investimento potrebbero anche rivelarsi errati. Dopo tutto, sono tanti i modi per tenere alla larga i ricchi, per sconsigliarli di diventare nostri vicini di casa.