Quante volte nel corso della storia è stata preconizzata l’imminente fine del sistema sociale.
Dalle sette millenariste, secondo cui il giorno del Giudizio Finale ormai alle porte avrebbe messo fine al regno dell’Anticristo, alle diverse correnti del cosiddetto movimento operaio, che davano per spacciato il capitalismo a causa delle sue insuperabili contraddizioni interne — tutte previsioni sempre accompagnate dall’illusione che dalle macerie del vecchio mondo sarebbe sorta l’alba di una nuova e migliore epoca (sotto forma di Età dell’Oro o di comunismo).
Come vi sarete accorti, non è andata affatto così. Nonostante sconvolgimenti politici e sociali, guerre e rivoluzioni — anzi, il più delle volte proprio grazie a tutto ciò — il vecchio mondo ha continuato a sopravvivere e ad autoriprodursi. Gli scranni del potere e le casseforti del profitto possono aver talvolta traballato, ma ne sono usciti sempre indenni, se non rafforzati. Nei casi più drammatici abbiamo assistito al ricorso a un cambio della guardia. Null’altro.
Ma questa volta, no. Da più parti ci viene spiegato che questa volta le cose andranno diversamente. Più che in una situazione di stallo, ci troviamo infatti di fronte ad un vero e proprio vicolo cieco. Anche perché ad essere messa in gioco non è più solo la perpetuazione di una demenziale organizzazione sociale, ma la stessa sopravvivenza biologica. Pare sia solo una questione di tempo, giacché il punto di non ritorno ce lo siamo lasciato alle spalle da un pezzo.
Il mondo in cui viviamo è in decomposizione, e questa diagnosi si basa su numerosi sintomi. Quello che oggi suscita più allarmismi è l’economia, che sta cominciando qua e là a cedere rivelando rughe profonde e antiestetiche zampe di gallina, come dimostra quanto avviene in Grecia o ciò che si sta preparando in Spagna (per non parlare dell’Italia): licenziamenti di massa, crescente disoccupazione, inesorabile precarietà. Gli stessi esperti riuniti in conciliabolo al capezzale del malato sono costretti ad ammettere che non esiste via di scampo. Al massimo si potrà prolungare l’agonia.
Altra fonte di preoccupazione è il sovraffollamento del pianeta e il dilagare del modello consumistico capitalista che sta provocando il vertiginoso esaurimento delle risorse naturali, a cui nessuno sa come porre rimedio. Gli appelli alla frugalità rimangono inascoltati sia da chi considera il lusso un’abitudine irrinunciabile, sia da chi non intende farne a meno proprio ora che se lo ritrova a portata di mano. Oggi consumiamo, domani si vedrà. Va da sé che l’incontro fra la bulimia e la scarsità provoca e provocherà disordini e conflitti a non finire, in una vera e propria guerra civile eccitata anche da fondamentalismi religiosi e tensioni xenofobe. Non è certo un caso se i militari hanno iniziato a pattugliare le strade, a fare sentire la loro presenza sul territorio.
Qui in Italia al riguardo si è fatto un gran parlare di un rapporto della NATO (del tutto ignorato all’estero, dove fa invece discutere un libro sul medesimo argomento dell’ex primo ministro spagnolo Aznar), mentre è assai meno risaputo che la capitale del Parlamento europeo, nonché sede dei quartieri generali della NATO, Bruxelles, è una città meravigliosamente fuori controllo, con quartieri dove scoppiano ripetute sommosse e con una “criminalità” scatenata che non esita ad aprire il fuoco sui repressori in divisa. Lo scorso febbraio, proprio mentre a Madrid crollava la Borsa, davanti al Palazzo di giustizia della capitale belga protestavano gli agenti di polizia, esasperati di fare quotidianamente da bersaglio alle armi da guerra dei rapinatori. Non è forse significativo che i Signori della Politica (democratica) e della Guerra (umanitaria) si diano tanto inutilmente da fare per imporre i propri diktat ad un Medio oriente sempre più incandescente, quando appena fuori dall’uscio dei loro uffici devono fare attenzione a schivare le pallottole?
Già che ci siamo, che dire dei conflitti bellici che da anni insanguinano così tanti paesi? Smentite una dopo l’altra tutte le promesse di «successi lampo», è chiaro che non ci sono invii di rinforzi, sostituzione di generali o cambi di strategia che reggano; queste guerre vanno eternizzandosi. Da qui l’allargamento e la moltiplicazione di basi militari (pensiamo a Vicenza, a Mattarello, a Pisa...) da una parte, e il montare del rancore e dell’odio nei confronti del cosiddetto “occidente” dall’altra. L’unica variabile di questo contesto è la possibilità che nella girandola di Stati-canaglia da raddrizzare, la scelta ricada su almeno un regime in grado di fare ricorso a testate atomiche.
Non va poi tralasciata una situazione climatica sempre più imprevedibile, con contorno di tempeste, uragani, alluvioni e quant’altro. Oltraggiata in tutte le maniere, la natura si prende le sue rivincite su di una umanità talmente arrogante da pretendere di domarla. A questo vanno aggiunti i continui incidenti provocati dall’uomo, come ad esempio quello avvenuto ad aprile nel golfo del Messico e a luglio in Cina che hanno riversato nell’oceano milioni e milioni di litri di petrolio. Infine, meglio non pensare a quanto potrà accadere domani in una qualche centrale nucleare. E la lista delle calamità politiche, sociali ed ambientali — di fatto oramai inevitabili, e con tutte le loro infinite possibili combinazioni — si allunga di giorno in giorno.
Ora, prendete tutte queste situazioni-limite, mescolatele bene, agitatele, e datele da risolvere alla loro causa principale, la classe dominante, per di più nella sua versione più cialtrona che si ricordi (almeno qui in Italia). La conclusione è scontata: siamo alle soglie dell’abisso, del collasso, dell’estinzione. Dinanzi a ciò non c’è alcuna prospettiva alternativa in grado di fare breccia nel cuore degli esseri umani, i cui sensi sono completamente intorpiditi dal frastuono mediatico. Sepolta ogni utopia trascinatrice sotto tonnellate di realpolitik strisciante, cos’altro rimane da fare? Nulla, di altro non rimane proprio nulla. Solo la rassegnazione all’esistente regna incontrastata. Che strana situazione! Da un lato vengono assegnati premi Nobel e Oscar alle cassandre che lanciano altisonanti grida d’allarme, dall’altro si continua come se nulla fosse. Anziché balzare in piedi, dato che non c’è più un minuto da perdere, si rimane proni, assuefatti a quanto viene percepito come irreversibile.
Questo clima apocalittico produce effetti su cui vale la pena spendere qualche parola. In generale, esso provoca un’apatica indifferenza. Se la fine del mondo è prossima, inutile farsi venire troppi patemi, tanto vale trascorrere quel poco che ci resta da vivere nella maniera migliore, divertendosi. La nave dei folli della nostra civiltà assomiglia al celebre Titanic. Considerato sicuro e inaffondabile, i suoi passeggeri usarono alcuni pezzetti di iceberg, sparati all’interno dell’imbarcazione dalla collisione, come ghiaccio per i loro drink. E mentre la nave si inabissava, nella sala la musica continuava...
Per molti altri, la consapevolezza della minaccia che incombe ha un effetto paralizzante. Terrore e sgomento che obnubilano il cervello, rallentano i riflessi, e inducono ad affidarsi a chi si presume possieda i mezzi e le competenze necessari per affrontare il pericolo, allo Stato. In questo modo il carnefice, invece di essere messo in discussione, ostacolato e combattuto dalle sue vittime, si vede da queste invocato, legittimato, consolidato. L’amministrazione della catastrofe è davvero un duplice affare, politico ed economico.
La parabola del presente appare talmente ineluttabile da indurre alcuni suoi critici a non preoccuparsene per passare direttamente al futuro. Offuscato il sole dell’avvenire dai fumi prodotti dal sistema industriale, non è più il caso di preparare l’avvento della grande sera. Molto meglio prepararsi per il giorno dopo. Si salvi chi può, insomma. Da chi impara ad accendere il fuoco sfregando bastoncini a chi si dedica ad inventariare quanto merita di essere tramandato, è un continuo ribadire che è inutile cercare di abbattere una società che sta già crollando, è tutto un lavorio attorno a improbabili arche di Noé. A questo coro si unisce anche la pia voce di chi sostiene la necessità di costituire «monasteri del terzo millennio», o «strutture ombra» in grado di erogare quei servizi che presto verranno a mancare.
E chi invece non intende rimanere in docile attesa che il cadavere del proprio nemico gli passi davanti trascinato dalla corrente? Qui lo stato d’urgenza permanente induce a ritenere che, a mali estremi, occorra rispondere con estremi rimedi. Quindi, bisogna farla finita con le differenze che dividono: tanto vale decretarle semplici sfumature e dedicarsi a sottolineare le similitudini che accomunano. La posta in gioco è troppo alta.
Bisogna fare fronte alla catastrofe in corso con ogni mezzo necessario.
Da un lato il riso ebete e la paralisi dettata dal panico, ovvero l’apologia della rassegnazione. Dall’altro il fatalismo speranzoso e l’opportunismo politico, ovvero l’apologia della sopravvivenza. Se questi sono gli effetti dell’annunziata apocalisse, viene quasi da interrogarsi sulla spontaneità e sincerità dei suoi bardi. In fondo, esistono anche altre possibilità. Ad esempio, che i toni drammatici della diagnosi medica sul capitalismo siano appositamente esagerati. Nessuno nega il pessimo stato della sua salute, ma quante volte nel passato era stato dato per spacciato? Che le voci sul suo imminente decesso siano solo un modo per generare un’attesa utile per fargli riprendere le forze, piuttosto che scatenare una rabbia che potrebbe essergli (quella sì) fatale? E il pianeta, è davvero sul punto di collassare? I fondali dell’atollo delle Bikini, dove vennero effettuati i primi test atomici, erano immaginati come un deserto lunare da cui tenersi alla larga in eterno. Fino a che, in anni recenti, chi si avventurò in quelle acque vi scoprì che la vita era ripresa. La natura — talvolta in forma bizzarra, ma rigogliosa — era sopravvissuta alla follia umana. E quindi? Dobbiamo prostrarci per quella che magari è solo una menzogna propagandistica, oppure dovremmo rincuorarci per quella che forse è solo una illusione consolatrice?
Falso problema. È indubbio che l’apocalisse abbia stracciato la rivoluzione nell’ambito della pensabilità e della possibilità, basandosi la prima sull’indifferenza (oggi generalizzata) e la seconda su un sussulto di consapevolezza e di dignità (oggi assenti). Di più, l’avvelenamento dell’ambiente e delle coscienze (e non si noterà mai abbastanza come la devastazione della vita esteriore vada di pari passo col massacro della vita interiore) è tale da far temere che nemmeno un profondo e radicale sconvolgimento sociale sarebbe in grado di riparare l’irreparabile. Ma proprio l’incertezza, la mancanza di stampelle cui aggrapparsi, potrebbe offrire una determinazione risolutiva per ritrovare se stessi, finalmente senza mediazioni. Quando non si ha nulla da perdere, perché non fare quello che più si desidera? Se la morte non è più una remota eventualità da temere, bensì una certezza da affrontare, perché non iniziare a vivere? Si dovesse precipitare nell’abisso, sarà almeno quello che avremo scelto.
«Il meraviglioso, lo ripeto, è dappertutto, in ogni tempo, in ogni istante. È, dovrebbe essere, la vita stessa, a condizione però di non rendere questa vita deliberatamente sordida come si sforza di fare questa società con le sue scuole, le sue religioni, i suoi tribunali, le sue guerre, le sue occupazioni e liberazioni, i suoi campi di concentramento e la sua orribile miseria materiale e intellettuale. Tuttavia mi ricordo: era nella prigione di Rennes, dove loro mi avevano fatto rinchiudere nel maggio 1940 perché avevo commesso il crimine di pensare che una simile società era mia nemica, mentre loro mi avevano obbligato, me come tanti altri, a difenderla ben due volte, io che non avevo niente in comune con essa. Conosciamo tutti l’arredo di quei luoghi: una brutta imitazione di letto che di giorno per regolamento deve essere ripiegato contro il muro, così che si è costretti a sdraiarsi per terra, di fronte un tavolo fissato al muro e, vicino, uno sgabello murato allo stesso muro, perché il prigioniero non ceda alla tentazione ossessionante di servirsene per accoppare il suo carceriere (come può un uomo farsi carceriere? Continuo a non capire. Oltre all’abisso di ignominia che implica una tale “professione”, anche il carceriere vive in prigione). Una mattina dipinsero di blu i vetri della finestra. Io passavo buona parte della giornata sdraiato sul pavimento, con la testa girata verso la finestra da dove ora il sole non veniva più. E ho visto in quei vetri, qualche momento dopo che erano stati dipinti, il viso di Francesco I, come lo ricordavo dai manuali di storia elementare. Sul vetro vicino un cavallo s’impennava. Di fianco c’era un paesaggio tropicale, abbastanza simile a quelli del doganiere Rousseau, dove appariva, nell’angolo in basso a destra, una fata. Com’era affascinante quella fata che lanciava farfalle con gesto leggiadro e grazioso della mano alzata al di sopra della testa».
Arrestato dai nazisti, l’autore di questa testimonianza si perde in fantasticherie. Il plotone di esecuzione può pretenderlo in qualsiasi momento della giornata, eppure...
Nemico di questa società, delle sue occupazioni come delle sue liberazioni, egli non accetta nemmeno di fronte alla più drammatica situazione materiale di ammainare la bandiera nera dell’immaginazione.
La vita, nonostante tutto.