Pensa...

Operaio, tu temi la morte; ma a che vale la tua vita?
Dall’infanzia alla vecchiaia la trascini di servaggio in servaggio senza che mai un’ora di gioia venga ad illuminare il buio della tua anima.
Che ti dà il tuo lavoro?
Una vita di abbrutimento, un corpo tormentato dalle malattie...
Ti sorride forse l’amore? La tua compagna è come te schiava, i tuoi figli sono anch’essi attesi dalla miseria.
Non senti l’avvilimento salirti dall’animo quando fissi il sole?
Non senti la tua miseria soffrire allo spettacolo di tripudio d’altri uomini fatti come te e che valgono quanto te?
Speri nell’avvenire?
Qualcuno ti sussurra la speranza futura. Non illuderti, operaio, nessun avvenire ti attende: c’è troppa ignominia negli apostoli e troppa viltà nei servi che sono i tuoi compagni...
Patria!
Che è per te? Non senti lo scherno nella parola? Non ricordi I manganelli che ti hanno bastonato nei giorni che osasti levare la tua fronte verso il sole, e non senti il rigido mormorio della legge che bollò la tua colpa?
Patria... case altrui, ricchezze altrui...
E per te?
Precarietà e morte!
Rassegnazione?
Ah, no! Rivolta!
Tu stesso la tua cima. Sia la tua volontà!
La tua libertà, la tua affermazione, il tuo Io!
Sarà un naufragio...
Che questo naufragio sia tragico, che l’ultima ora di questo mondo sia un poema!